Tre donne fra inquietudine di vivere, desiderio del futuro e cicatrici sotto la pelle, fra qualità e maledizioni. Le mette in scena Aline Bei con “Una delicata collezione di assenze”…
Non tutti i libri riempiono la mente di parole; alcuni, al contrario, si riducono in frammenti, lavorando quasi per sottrazione. Una delicata collezione di assenze (288 pagine, 19 euro) di Aline Bei – edito da La Nuova Frontiera, tradotto da Marta Silvetti – appartiene a questa seconda categoria. Ed è molto rara.
La nipote maledetta, la figlia «imprudente», la madre assente
Non si dimentica di pregare anche per Glória, quella sì che è un pericolo, sparita nel mondo confidando solo nella bellezza del corpo che un giorno viene meno, tesoro mio, tramonta, ma nel frattempo quella lì guadagna soldi facendo tutto ciò che piace al Diavolo. E allora che il buon Dio la perdoni, che le dia almeno un po’ di giudizio e che abbia pietà anche della bambina, che porta nel sangue tutta questa maledizione.
Filipa prega per tutti, anche per i nemici, e perdona. Fino alla fine. Il perdono tuttavia riesce a far sbiadire la reale comprensione delle cose e a volte la pace può diventare un inganno nato dalla disperazione. Filipa non grida, non si agita, non fa rumore, eppure è il personaggio che più di tutti rappresenta l’inquietudine di vivere. Soffre nel vedere quanto «gli occhi buoni, come quelli di un cane» riescano a catturare il futuro, a renderlo possibile. Laura ci crede, nel futuro, perché può essere stretto in una mano. E le mani in questo romanzo sono potenti, perché portano parole nascoste; Margarida lo sa, per questo riesce a vedere cicatrici anche sotto la pelle. Bisnonna, nonna e nipote faticano a guardare nello stesso punto: troppo indietro quello di Filipa, troppo distante quello di Margarida, troppo avanti quello di Laura. Solo il presente può costringerle a incrociarsi, in un modo unico, che si origina dall’assenza di Glória: la nipote maledetta, la figlia imprudente, la madre assente.
La dimensione dell’altro
Cos’hai visto? Niente che riguardasse il destino. Era proprio lei. C’era qualcosa di bello in lei. Come un’integrità.
Vedere il buono non dovrebbe essere un fardello, eppure sarà la rovina di Margarida, anche se lo ignora. È una qualità, senza dubbio, ma anche la maledizione che le impedisce di costruire barriere. Margarida non sa difendersi dai mostri, perché passa troppo tempo a cercare conferme e questo cortocircuito emotivo la spinge verso trappole tese da chi continua a dare ciò che per lei è fondamentale: la vicinanza. Ma la vicinanza, se malvagia, può fare allontanare il bene vero ed esiste solo per prendersi più spazio, e mai per permettere respiri più ampi.
L’ultimo regalo di Laura
Laura sente il peso di vivere come se fosse due persone: quella incontrollabile e quella di sempre, più tranquilla.
La prima cosa che riesce a emergere in Laura è la sua smania, la sua curiosità, la sete e la fame di presenze. È giovane e comprende poco il vuoto lasciato da chi non c’è più. Lo tollera come un voto inaspettato a scuola. Arriva però il giorno in cui tutto cambia; ed è proprio questo il giorno zero: il momento in cui bisogna fare i conti con il mondo che gli “adulti” hanno scelto per te. Il finale di questo romanzo non lascia scampo: è una pallottola piantata al centro esatto del petto ed è un atto estremo di coraggio. La penna di Aline Bei è sconvolgente anche per questo: lascia Laura e il lettore a districarsi tra strati di sofferenza che rendono l’epilogo ancora più asfissiante. Aline Bei dedica questo libro a coloro che esistono da soli e che da soli, da animali incompiuti trovano il modo di trovare la loro forma intera.
Laura è la ragazzina che non concepisce l’assenza, ma sarà costretta dal male a diventare l’assenza più importante di tutte.
Margarita è destinata a collezionarle.
E Filipa, come sempre, vede e sente tutto.
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