In una Sardegna ottocentesca l’approdo di una sensitiva innesca un romanzo d’avventura, venato di atmosfere gotiche. “La sonnambula” di Bianca Pitzorno è un omaggio ad alcuni generi letterari del passato, ma con una leggerezza di fondo che scansa qualsiasi patetismo…
Benedetto feuilleton, che non muore mai. Benedetto gusto del racconto, benedetta capacità di inventare un mondo, popolarlo di personaggi vividi e invitare il lettore a seguirli fino all’ultima pagina. Sono questi i territori letterari in cui si muove Bianca Pitzorno nel suo più recente romanzo, pubblicato da Bompiani, La sonnambula (416 pagine, 20 euro). La finale al premio Strega è una scommessa per un’autrice, classe 1942, di lunghissimo corso, specie nella narrativa per bambini e ragazzi (ma senza didascalici paternalismi). Il posto nella sestina può suonare come riconoscimento a una carriera intera, ma potrebbe avere colpito la proposta differente, rispetto agli altri volumi che competono per lo Strega: il piacere puro di narrare, l’omaggio ai generi letterari del passato e una scrittura che non cerca la provocazione formale, ma contribuisce alla tenuta della storia.
Una fuga necessaria
Il perno della vicenda si muove attorno a Ofelia Rossi, una figura femminile singolare sin dall’infanzia, segnata da improvvisi svenimenti che si rivelano essere la soglia di un dono ambiguo: la capacità di intuire frammenti di futuro. Quello che per i genitori è un segreto da nascondere sotto il tappeto di un matrimonio combinato, diventa per Ofelia la chiave di una fuga necessaria. Per sottrarsi a un legame oppressivo e pericoloso, la protagonista reinventa se stessa, trovando rifugio in una Sardegna ottocentesca e trasformandosi in una “sonnambula” di professione, una sensitiva. Lo scheletro è quello del romanzo d’avventura venato di atmosfere gotiche. La limpidezza della prosa, il rifiuto delle complicazioni strutturali fini a se stesse e la tendenza a costruire storie dove l’azione e il colpo di scena mantengono una funzione centrale derivano in gran parte dal laboratorio di una vita, dalle trame intrecciate per i più giovani.
Mestiere del passato, lezione per il futuro
Nel recente approdo di Bianca Pitzorno alla narrativa c’è un forte interesse ad esplorare la memoria e la microstoria, la voglia di misurarsi con il passato, mettendo al centro le esistenze di donne ai margini della grande Storia ufficiale: sartine, tessitrici, e ora chiaroveggenti. La narrazione è ricca di dettagli d’ambiente, attenta a descrivere i costumi, le ipocrisie e le architetture sociali dell’Ottocento, come anche i chiaroscuri della violenza psicologica e della sottomissione coniugale. Chi sceglierà di leggere La sonnambula non si attenda però un melodramma, Bianca Pitzorno, come sempre, sceglie una leggerezza di tocco che evita il patetismo e preferisce risolvere il dramma nell’azione. Un romanzo con cui vale la pena confrontarsi, una lezione narrativa da cui è possibile apprendere tanto.
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