La Resistenza raccontata non da testimone oculare ma come allegoria, lontano dalle secche della cronistoria degli eventi. Debutto di Giuseppe Berto, “Il cielo è rosso”, è incentrato su quattro giovani sopravvissuti ai bombardamenti americani, durante la seconda guerra mondiale, su Treviso…
Avrebbe dovuto intitolarsi La perduta gente, nelle intenzioni dell’autore, ma è noto quanto questi siano l’ultima ruota del carro quando c’è da decidere sulle sorti del proprio romanzo; in Longanesi qualcuno aprì la Bibbia, mise il dito indice su un versetto trovandolo particolarmente evocativo, e i giochi furono fatti: in questo modo nasceva Il cielo è rosso, primo romanzo di Giuseppe Berto, pubblicato nel 1947 e vincitore del Premio Firenze.
Prigioniero oltreoceano
Il romanzo racconta le vicende di quattro giovani sopravvissuti al bombardamento americano di Treviso. In mezzo alle macerie fumanti, Giovanna, Daniele, Giulia e Carla devono diventare adulti in fretta, tra liti e primi amori, fame di cibo e di sopravvivenza, anche quando dal cielo cadono le bombe, cancellando ogni alba e ogni tramonto. Anche quando a volare non sono più gli uccelli ma i bombardieri che, dice Berto «portano terrore e morte e distruzione senza pensarci, con la coscienza di compiere un dovere». Fra i primi romanzi pubblicati negli anni ’40 sul Secondo conflitto mondiale, Il cielo è rosso (420 pagine, 18 euro) – adesso nel catalogo Neri Pozza – è anche l’unico scritto da un autore che alla resistenza non ebbe modo di partecipare, trovandosi, durante la stesura del libro, a novemila chilometri di distanza da Treviso, nel campo di prigionia di Hereford, in Texas.
Un punto di forza
Lì Giuseppe Berto, originario di Mogliano Veneto e internato dopo esser caduto prigioniero degli alleati in Nord Africa, apprese la notizia del bombardamento di Treviso da alcuni repubblichini appena giunti al campo: «Si piazzò nei pressi del reticolato divisorio [e] riuscì a stabilire un dialogo con due militari di Treviso i quali, a voce altissima e col suo stesso accento, gli confermarono che la città era stata completamente distrutta» riferì Gaetano Tumiati, suo compagno di prigionia. Così Berto, colpito dall’evento, si mise subito a scrivere provando a cucire un filo che dal Texas arrivasse al Belpaese, sforzandosi di immaginare come sarebbe finita la guerra, e quali patimenti e angosce avessero dovuto subire gli abitanti di Treviso. E quella che avrebbe dovuto essere una limitazione, la mancanza di uno sguardo da “testimone oculare” sui fatti della Resistenza, diventò, di fatto, un punto di forza che permise alla vicenda di farsi allegoria, senza restare incagliata nelle secche della cronistoria puntuale degli eventi. Il Cielo è Rosso, con i suoi martiri stanchi, le sue macerie e i sogni infranti, è diventato così l’emblema del Male assoluto che la guerra evoca, rappresenta e agisce, nei secoli dei secoli.
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