Tornano Maria Elisa Aloisi e la sua “creatura”, l’avvocata Ilia Moncada, ne “L’isola degli inganni”, terzo episodio della serie incentrata sull’avvocata. La scomparsa di una giovane donna a Filicudi è il delitto da risolvere. Fra silenzi, leggende, emozioni e omissioni, la protagonista procede per tentativi, sbaglia, torna indietro, osserva di nuovo…
Avevamo lasciato Ilia Moncada, professione avvocata, la “creatura” della siciliana Maria Elisa Aloisi, protagonista di Sto mentendo (ne abbiamo scritto qui), un legal thriller in piena regola. La ritroviamo ne L’isola degli inganni (316 pagine, 18 euro), edito da Mondadori, ancora più appassionante, denso, coinvolgente. La ritroviamo ad Filicudi, paradiso che si trasforma in fretta in un inferno. Non è sola, con lei c’è Irene, amica di sempre, collega di studio, presenza che dovrebbe rassicurarla, dopo una storia finita male. L’isola è protagonista fra i protagonisti.
Sparizione e reticenze
Come sempre nei casi di Ilia Moncada, questo è il terzo, il sottotitolo è Una difesa impossibile per Ilia Moncada, c’è di mezzo un delitto. L’apparente routine estiva dell’avvocata e della sua amica fa i conti con una cerchia di altri villeggianti, tra i quali spicca la figura di una giovane donna, legata da fili invisibili e tesi sia ai residenti storici sia ai nuovi venuti. Quando questa presenza svanisce nel nulla, proprio nelle ore in cui l’isola celebra i suoi riti solstiziali, la comunità si barrica dietro una cortina di reticenze. La sparizione cessa presto di essere un mistero privato e lei indagini si scontrano con il labirinto dei sentieri dell’isola e con quello, ancora più fitto, di una rete di passati mai sepolti, passioni degenerate e interessi economici che i silenzi dei vecchi isolani tentano disperatamente di proteggere.
Pulsioni terrene dietro il mito…
Le leggende legate al solstizio, le storie di streghe che consegnano fiori al diavolo, non servono a colorare la trama, orchestrata con grande abilità da Maria Elisa Aloisi. L’elemento arcaico non è un richiamo romantico: è un modo per dire che le comunità, quando devono proteggersi, preferiscono attribuire al mito ciò che nasce da pulsioni molto più terrene. Il demonio non abita nelle storie dei pescatori, ma nelle cortesie di circostanza, nei sorrisi che durano un secondo di troppo, nelle famiglie che arrivano dalla terraferma con la certezza di poter controllare tutto.
Cosa accade, cosa può essere dimostrato
La distanza tra ciò che accade e ciò che può essere dimostrato è il cuore del romanzo. Chi lavora con la legge sa che la verità processuale è sempre una costruzione, un equilibrio tra prove, testimonianze, omissioni. Nell’isola questa distanza si amplifica: le relazioni sono troppo strette, gli spazi troppo ridotti, le emozioni troppo esposte. L’indagine non procede per colpi di scena, ma per dettagli via via… collezionati. Maria Elisa Aloisi lavora sulla progressione psicologica, non sulla meccanica del giallo. Ilia avanza per tentativi, sbaglia, torna indietro, osserva di nuovo.
Un moto regolare, con improvvise variazioni
La scrittura sembra mantenere una temperatura costante. Non cerca l’effetto, non indulge nella suspense. Il ritmo è quello del mare che circonda l’isola: un moto che sembra regolare, ma che nasconde improvvise variazioni. Il vocabolario è preciso, asciutto, attento alle sfumature. È un libro sorprendente, questo di Maria Elisa Aloisi, al di là del plot misterioso. Sembra dirci che ogni approdo contiene già una deriva, e che, forse, la verità è solo la versione più credibile di un inganno.
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