Ramon Usall, attraverso il calcio si legge il mondo

Dispositivo sociale, tutt’altro che impermeabile alla politica, coacervo di tensioni collettive e di storie che traboccano nelle piazze e nei parlamenti. È il calcio secondo il catalano Ramon Usall, che lo racconta in “Futbolitica”, ricomponendo in un quadro metodologico rivoli di storie, che non sono semplici curiosità o aneddoti, ma un atlante geopolitico coerente…

L’idea che il calcio sia un territorio neutro, impermeabile alla politica, è una delle illusioni più resistenti e più comode della modernità. I presidenti di club, i dirigenti in giacca e cravatta, i commentatori televisivi la ripetono come un mantra rassicurante, ma basta osservare la storia, anche recentissima, basta guardare alle ultime edizioni dei Mondiali, con un minimo di lucidità per capire che il pallone non è mai stato un semplice gioco. È un dispositivo sociale, un acceleratore di identità, un archivio vivente delle tensioni collettive. Ed è proprio questo il punto di contatto profondo tra la grande narrazione storica del calcio e il metodo critico di Ramon Usall, autore di Futbolítica (286 pagine, 19 euro) che ha trasformato il campo da gioco in una macchina narrativa del potere.

La fine del franchismo, i conflitti in Irlanda

Usall, in questo volume edito da 66thand2nd e tradotto da Simone Bertelegni, parte da un’intuizione che ribalta la prospettiva tradizionale: il calcio non si limita a riflettere la realtà, la produce. Le storie che nascono negli stadi non restano confinate al rettangolo verde, ma traboccano nelle piazze, nei parlamenti, nelle redazioni, nei gangli del potere. È la stessa dinamica che si ritrova nei grandi episodi del Novecento calcistico: il 5-0 del Barcellona al Bernabéu nel 1974, preludio simbolico alla fine del franchismo; l’Athletic Bilbao come baluardo identitario basco; l’Old Firm di Glasgow, dove la rivalità tra Celtic e Rangers diventa un’estensione dei conflitti irlandesi; l’Al‑Wehdat, nato in un campo profughi palestinese e trasformato in una nazione provvisoria; la Dinamo Zagabria del 1990, dove la guerra jugoslava comincia sugli spalti prima che nei palazzi; la squadra del FLN algerino, che usa il pallone come diplomazia rivoluzionaria.

I regimi in cerca di consenso

Questi episodi sono raccontati come frammenti di una storia emotiva e politica. In Futbolítica, Usall li ricompone in un quadro metodologico: non curiosità sparse, ma un atlante geopolitico coerente. La sua prosa evita il sensazionalismo e le semplificazioni didascaliche. Ogni club diventa un’istituzione culturale, un microcosmo di tensioni urbane, un laboratorio di appartenenza identitaria. Ogni stemma è una mappa, ogni colore una dichiarazione politica, ogni settore di curva un luogo di sedimentazione emotiva. La forza della sua analisi risiede nel rifiuto di trattare il calcio come un diversivo, questo amatissimo sport è un prisma attraverso cui osservare il potere. I regimi lo hanno capito da sempre: Mussolini che usa i mondiali degli anni Trenta per costruire consenso; la dittatura argentina del ’78 che trasforma il Monumental in un palcoscenico di propaganda mentre a pochi isolati di distanza si consuma l’orrore dell’ESMA.

Le pieghe minori

Usall, cresciuto a pane, geopolitica e Barça, ha interiorizzato questa lezione. La sua formazione — sociologia a Barcellona, dottorato sul nazionalismo kosovaro — gli permette di leggere il calcio come un codice d’accesso privilegiato alla modernità. Il suo sguardo non si limita ai grandi eventi: scava nelle microstorie marginali, nelle partite periferiche, nei cori che cambiano significato a seconda del regime. È nelle pieghe minori che il potere rivela la sua natura molecolare. Il calcio è la continuazione della politica con altri mezzi. È un linguaggio universale di protesta, propaganda, identità, memoria. È un luogo dove la storia non viene solo osservata, ma vissuta, incarnata, gridata. E finché esisterà un club che difende le proprie radici, una tifoseria che espone uno striscione, un campo profughi che diventa squadra, un regime che tenta di appropriarsi del pallone, il calcio resterà ciò che Usall rivendica con lucidità: un prisma attraverso cui leggere il mondo, una delle forme più complesse e partecipate della storia umana.

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