Stefano Terra e l’Italia riluttante a fare i conti col passato

“La generazione che non perdona” è il debutto di Stefano Terra, autore che negli ultimi anni è stato riscoperto. Racconta giovani intellettuali e proletari nella Torino alla vigilia della seconda guerra mondiale: contrari al regime fascista, ma imperfetti, contradditori, in cerca dell’amore (anche mercenario). Un libro scomodo che nel dopoguerra, per decenni, fu condannato all’oblio…

Di nuovo alla ribalta negli ultimi anni, grazie al marchio Gammarò di Oltre edizioni, Stefano Terra è uno dei più originali e affascinanti scrittori italiani del Novecento, a dispetto di una fama che era sfiorita, evaporata. Tornati in auge i suoi Alessandra (ne abbiamo scritto qui), La fortezza del Kalimegdan (ne abbiamo scritto qui) e Le porte di ferro (ne abbiamo scritto qui), la sua riscoperta non si arresta. Stavolta è una raffinata casa editrice specializzata in splendidi recuperi, Cliquot, a rilanciare un altro titolo di colui che all’anagrafe era Giulio Tavernari, torinese di nascita, morto a Roma nel 1986, dunque quarant’anni fa.

Le “colpe”

La generazione che non perdona è, come spesso accade con i libri di Stefano Terra, un gioiello di idee e di stile. Dopo una prima pubblicazione in Egitto, nel 1942, con questo titolo, il romanzo sarebbe arrivato in Italia nel 1946, sotto le insegne di Einaudi, con la “benedizione” di Franco Fortini, che però decise di cambiare il titolo, scegliendo Rancore. Adesso torna con il titolo originale e arricchito da un dialogo fra l’autore e Franco Calamadrei, uno dei primi entusiasti recensori che spiega benissimo perché, nonostante alcune positive risposte critiche, il volume finì nell’abisso del dimenticatoio a lungo (lo avrebbe rilanciato nel 1979 Bompiani): «guardava agli “anni della confusione e dell’impotenza” che gli anni del fascismo erano stati per la maggior parte degli italiani… tutta la cultura italiana di quell’immediata fase postfascista, e noi dentro quella cultura, e “Il Politecnico” per quanto pretendesse e presumesse di scoprire il mondo che il fascismo aveva ignorato e nascosto, non volevamo guardare all’Italia che avevamo lasciato alle spalle».

La fuga in Egitto

Negli anni Trenta, giovanissimo, il futuro Stefano Terra si guadagnava da vivere come fattorino e operaio, poi lentamente iniziò a frequentare il poeta Tino Richelmy e strinse anche amicizia con Cesare Pavese e Leone Ginzburg. Quando Tavernari fu richiamato in guerra e spedito sul fronte albanese, nel 1940, non attese passivamente il destino: disertò, attraversò le linee e, nel 1941, approdò al Cairo, dove si unì al gruppo di esuli di Giustizia e Libertà, divenne redattore capo dei Quaderni di Giustizia e Libertà e scelse il suo pseudonimo. In Egitto arrivò questo suo primo romanzo, in cui raccontava cinque giovani intellettuali e proletari a Torino nel 1939, quando la valanga bellica era ormai imminente, in una città dove «si sfila come pagliacci la domenica».

È una generazione che l’umanità ha fatto nascere in una guerra e ha fatto maturare per un’altra. Ha il cuore pesante ed è piena di amarezza.

Antifascisti ma imperfetti

Il romanzo non era un inno eroico. Raccontava una generazione con tutte le sue ambiguità, le irrisolutezze, le sbandate, entusiasmi e delusioni, paure e tradimenti. I personaggi, intellettuali e proletari, inseguono l’amore con la stessa intensità con cui coltivavano l’odio per il regime, si muovono in una Torino fatta di bordelli e mercati, nelle prime pagine sono sbronzi e a caccia di amore mercenario. Questo romanzo li fotografa nella loro contraddittoria umanità. Sono sì giovani antifascisti, ma imperfetti, non convinti marxisti. Un volume del genere costringeva molti intellettuali a fare i conti con un passato troppo recente, e per alcuni anche troppo compromesso. L’Italia non era pronta a fare i conti col passato, era a dir poco riluttante.

Un autore non allineato, un monito

La scrittura di questo suo esordio avrebbe nel tempo mantenuto la sua scorza, non una prosa da salotto, talvolta anche grezza, ma implacabile e scomoda come tanti dei suoi successi, quelli che si imposero in alcuni riconoscimenti letterari, e non solo, si pensi a un saggio e libro di viaggio degli anni Cinquanta, Tre anni con Tito, sparito rapidamente dalla circolazione per volontà delle autorità di Belgrado, che ordinarono all’ambasciatore in Italia di acquistare qualsiasi copia in circolazione. Di voci dissonanti e controcorrente c’è sempre bisogno, specie nel mondo di oggi, ai tempi della guerra permanente. Un libro come La generazione non perdona è un monito che non si può ignorare, come bene si spiega nella nota iniziale dell’editore.

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