Marcello Fois, le conseguenze della vita (e della morte)

“L’immensa distrazione” di Marcello Fois è un romanzo che invita al silenzio e alla riflessione, un grande affresco familiare con pagine che hanno l’intensità soffusa della pittura fiamminga. Il defunto protagonista ha la sensazione di risvegliarsi e di rivedere, come in un puzzle di immagini, i principali avvenimenti della propria famiglia e della stirpe che ha fondato per caso o, forse, per distrazione…

Si dice che in punto di morte si riveda, come se fosse un film, la propria vita per comprenderne il senso, coglierne colpe ed errori e, eventualmente, farvi ammenda, chiedendo venia e perdono. Si dice anche che, mentre la vita sfuma, si rivedano i momenti belli vissuti, i volti e i corpi amati e più cari. Si dice inoltre che, in punto di morte, l’anima si stacchi dal corpo e, libera dal gravame della materia, guardi dall’alto la Terra e chi, per gravità, le rimane avvinto e sconti vivendo l’essere ancora ossa, carne e sangue, spirito unito al corpo, umano e vivo, dunque ancora fallibile e sensibile alle passioni e vicissitudini, che la vita riserva. Si dice, infine, che la durata del trapasso, del non essere ancora morti, ma già più morti che vivi, dipenda da quanto si abbia da comprendere, emendare, chiarire.

La terra di nessuno del trapasso

È una terra di nessuno, quella del trapasso, è un limes attraversato da chi non fa ritorno, tra i vivi, o se lo fa — chi fa esperienza del pre-morte — ha ricordi confusi e sostanzialmente poco da raccontare, salvo l’assenza di gravità, il vedere cose e persone dall’alto, il percepire pensieri ed emozioni degli altri, oltre ai propri, che non si è in grado di esprimere a parole. C’è chi crede e presta attenzione a tali racconti, ma anche chi fa spallucce e li considera leggende deliranti, mere invenzioni di soggetti instabili, facilmente impressionabili. La letteratura — e chi la scrive — indaga spesso tale limes e la condizione di chi lo attraversa, per illuminarne il percorso, specie a ritroso. È quanto accade anche ne L’immensa distrazione (280 pagine, 19,50 euro) di Marcello Fois, Einaudi editore, in cui pochi istanti dopo la propria morte, il protagonista, Ettore Manfredini, ha la sensazione di risvegliarsi: percepisce i colori e i suoni dell’alba, ma non il proprio corpo e gli arti, la propria voce e, in una sorta di limbo spazio-temporale, in cui nessun altro è sveglio o presente, rivede, in una sorta di puzzle o mosaico di immagini, i fatti salienti della propria esistenza e della stirpe che egli stesso ha fondato quasi dal nulla, quasi per caso o, forse, per distrazione.

Un risveglio di consapevolezza post mortem

Un matrimonio di convenienza, un figlio mai compreso e neppure amato, un nipote adorato, prima perso, poi forse ritrovato, incarnato nel fratello minore, più forte e meno fragile di lui, donne e mogli destinate a restare in famiglia e dunque ad essere accette solo nel loro sottrarsi e svanire, facendosi da parte, un’impresa fatta crescere e fruttare, il benessere che salva dalla povertà e la scongiura: questi sono i fatti e le persone che si affastellano nella memoria — e coscienza — di Ettore Manfredini, subito dopo la morte. Un risveglio di consapevolezza post mortem che dura quanto il romanzo — 280 pagine — e che, alla fine, consente al protagonista di ritrovare il bandolo di sé stesso e della propria esistenza, il principio di tutto, di quella fortuna famigliare negli affari che è stata anche sfortuna, per la sofferenza che ha comportato, per quanti e quanto ha sacrificato. Duecentottanta pagine, in cui, perse la gravità e la sensibilità del corpo, confusi i sensi e le percezioni spazio-temporali, solo i ricordi si succedono per connessioni molto veloci, intime e strette.

La morte come connessione

La morte è connessione, non successione — comprende e sostiene Ettore Manfredini —, è un mettere tutto in relazione, non solo i grandi eventi, anche gli attimi, le parole, i pensieri più minuti e apparentemente insignificanti, ma che, a posteriori si comprende, hanno contribuito, talvolta in maniera determinante, a comporre l’intera esistenza — l’intero puzzle personale e familiare.
L’immensa distrazione di Marcello Fois si rivela così un invito alla consapevolezza che ogni nostro gesto, parola o pensiero, ogni nostra azione ed emozione, ogni nostra distrazione e eventuale errore, persino lessicale, ha conseguenze e concorre a comporre la sostanza della nostra esistenza e, inevitabilmente, di quelle di chi ci è più caro e vicino, condizionando non solo il singolo, ma addirittura un’intera genìa.
È un romanzo sulla morte, un romanzo sulla vita e sulla responsabilità delle nostre azioni. Un romanzo per il nostro tempo distratto, che invita al silenzio e alla riflessione.

Quadri e frammenti

La scrittura di Marcello Fois è tra le più sagaci ed esperte del nostro panorama letterario, e in questo romanzo con naturalezza e maestria procede per quadri, frammenti e istanti, passando dalla lunga-istantanea veglia da defunto di Ettore Manfredini agli episodi e personaggi che appaiono quasi simultaneamente nella sua memoria, prima che egli li analizzi uno alla volta, per poi metterli in relazione gli uni con gli altri. È un grande affresco familiare, una saga al contrario, come l’ha definita lo stesso autore, e alcune pagine, specie quelle dedicate al limbo in cui si trova Manfredini, hanno l’intensità soffusa della pittura fiamminga.
In cinquina al Premio Campiello e già vincitore dell’Orbetello Book Prize.

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