Intervista a Sandro Veronesi, in libreria con “Caducità”, raccolta di tutti i suoi racconti, scritti nell’arco di quarant’anni. “Poiché nella forma breve è possibile raggiungere la perfezione – osserva l’autore di “Caos calmo” e de “Il Colibrì” – bisogna raccogliere questa sfida, lo faccio anche io sforzandomi andare oltre i limiti. I racconti sono stati una palestra all’incontrario per i romanzi, ho scritto molte storie brevi autobiografiche, cosa che non ho fatto nei romanzi. La moda dei libri autobiografici? Prevale il resoconto di cosa è successo, senza cifra letteraria. A Roma con Carrère? È una persona amabile, ma ogni sera ha un invito a cena. Il mio prossimo romanzo? Nel 2029, l’ho appena iniziato”
Lui è Sandro Veronesi e non c’è bisogno di sciorinare le presenze sull’albo d’oro di riconoscimenti letterari, è spesso punto di congiunzione tra libri di valore e gradimento dei lettori, un autore importante che finisce anche in classifica. Chi scrive l’ha intercettato grazie al suo (di Sandro Veronesi) indimenticabile indirizzo di posta elettronica e ottenuto ricevimento telefonico abbastanza facilmente. Insomma è come quando in zona mista passa il meno celebre dei panchinari e sbuffa e corre via davanti a microfoni, poi arriva l’attaccante che ha siglato il gol vittoria e dedica tutto il tempo che occorre a chi vuole fargli qualche domanda. L’occasione della chiacchierata è la pubblicazione di Caducità (392 pagine, 22 euro), per La Nave di Teseo, la raccolta completa dei racconti di Sandro Veronesi, scritto nell’arco degli ultimi quarant’anni.
Scrivere un romanzo perfetto è molto difficile. Nel caso dei racconti capita più frequentemente magari di imbattersi in un racconto perfetto, o accade di scriverlo a chi abitualmente li scrive. Chi si cimenta con le narrazioni brevi, avverte questa possibilità? Sandro Veronesi, lei sente questa sfida?
«Questa storia della perfezione nel romanzo non si pone nemmeno, perché il romanzo acquisisce la sua forza proprio dalle disegualità, dalle differenze che ci sono tra una parte e l’altra. È un po’ come un’intera stagione, il romanzo, in un’intera stagione ci sono le giornate di sole, ci sono le giornate di pioggia, c’è la tempesta. Invece il racconto è una giornata, una che può essere una bella giornata, una bellissima giornata, per citare Raffaele La Capria. E quindi sì, nel racconto la perfezione è possibile, ci sono molti esempi. È chiaro che la sfida la deve raccogliere anche uno scrittore come me, dal quale non ci si aspetta la perfezione, però la sfida va raccolta, perché vuole dire che non c’è limite alla scelta delle parole giuste, alla loro collocazione al posto giusto, dall’inizio alla fine, in un racconto. Nel romanzo non è possibile e non è nemmeno necessario. Anche io ho l’ambizione di scrivere il racconto perfetto, senza fare il finto modesto, nel senso che bisogna che io, se scrivo un racconto, sia convinto che veramente non c’è neanche una parola fuori posto. Ho chiaramente dei limiti, ma mi sforzo di arrivare proprio oltre».
Quindi nessuna tentazione, prima della pubblicazione di questo volumone che è Caducità, di aggiustare un finale, di cambiare qualcosa, di spiegare quel che magari volontariamente era stato scritto?
«L’unico racconto che ho rivisto è quello di quaranta anni fa (Pareidolia, ndr), il primo che avevo scritto ed è stato ritrovato. Ho tolto un po’ di avverbi, perché ce n’erano troppi, ma anche quello l’ho sostanzialmente lasciato come era. E poi visto che, nel mio caso, questo libro è una raccolta si racconti nel tempo, ci sta che queste storie siano ciascuna figlia del proprio tempo, per cui non è nemmeno giusto che uno li corregga. Secondo me non si dovrebbe fare nemmeno con i romanzi, non è una cosa che mi è venuta in mente di fare».
La sua precedente raccolta di racconti, Baci scagliati altrove, edita nel 2011 da Fandango, è adesso compresa, in coda, nelle pagine di Caducità. Quella raccolta, che mi è venuto spontaneo rileggere, prima di passare agli altri racconti che non avevo letto, era stata concepita ed era cresciuta attorno al primo racconto, Profezia, il più bello. Questa raccolta completa dei suoi racconti con che criterio è nata, invece?
«Nessuno, neanche quello cronologico, direi che i racconti si succedono a caso, nel senso che non ho voluto sapere con che criterio l’editore ha voluto proporli. Abbiamo mantenuto la prima raccolta, nella seconda parte. Non voglio nemmeno sapere come sono stati ordinati i racconti per così dire nuovi, anche perché secondo me un libro di racconti non va mica letto dall’inizio alla fine. Magari sono in sala d’attesa dal dentista e leggo un racconto breve, scegliendone uno dall’indice, poi quando ho più tempo libero ne leggo uno lungo. La cosa migliore è che il lettore legga un po’ come gli pare. Profezia era il racconto, che più si avvicinava alla perfezione, per usare i termini di prima. E tuttora può darsi anche che sia il migliore di Caducità, però se si diluisce in trentadue racconti e non in quattordici come prima, magari questo predominio si sente meno».
Curiosamente nella versione originale di Baci scagliati altrove, come chiosa alla raccolta c’era un racconto di David Foster Wallace, mentre in Caducità, come grande esergo c’è un bellissimo testo di Freud. Aveva voglia di compagnia e ha fatto le cose in grande?
«In entrambi i casi era una specie di dono per il lettore. All’epoca Fandango deteneva i diritti di David Foster Wallace e quindi decidemmo di aggiungere quello che era un capitolo di La scopa del sistema, che però aveva una sua autonomia come racconto. E qui, siccome il titolo Caducità è proprio ispirato da Freud, abbiamo deciso di metterlo come introduzione. Sono entrambi testi importanti, se si leggono non si dimenticano più».
Leggendo Caducità mi è parso non di vedere una semplice operazione di retrospettiva, di bilancio. L’ho visto come uno strumento, come una chiave di lettura per ragionare sulle sue opere più note, sui personaggi più memorabili. Questi racconti sono stati in qualche modo una palestra per i romanzi dall’architettura più complessa. Per fare un semplice esempio, in Caos Calmo e ne Il Colibrì alcuni momenti di totale disperazione vengono stemperati con un paradosso, con una battuta. E questa dinamica si ritrova anche nei racconti…
«Sì, è un po’ una mia cifra, soprattutto quando le cose si fanno tragiche, cerco sempre non di stemperarle, ma per contrappasso, di renderle anche a volte farsesche o grottesche. Poi mi sono accorto che nel racconto, quello di fiction ma non solo, sfogo l’autobiografia. Molti miei racconti sono autobiografici, i romanzi no. Non l’ho deciso, mi vien naturale essere autobiografico nei racconti, e avere, invece, nel romanzo la massima libertà di invenzione, di scrittura e di prospettiva. Nella mia vita non è successo niente di così importante da poter scrivere un romanzo. Alle volte un semplice aneddoto di vita, un piccolo episodio autobiografico può diventare un buon racconto. È una funzione di palestra all’incontrario. Cioè faccio determinate cose nei racconti, per evitare di farle nei romanzi, dove è meglio inventare, quel che invento è molto meglio di quel che è successo a me. Più che mai, a questo proposito, sono molto d’accordo con me stesso».
A proposito di questo autoritratto un po’ a spezzoni, un po’ in frantumi, che emerge da Caducità, ci sono elementi autobiografici molto espliciti e magari qualcuno camuffato. Per esempio, le è successo di smettere di credere in Dio come al ragazzino protagonista del racconto Il riccio? Oppure, come nel racconto Piattini, le è accaduto di sfuggire a un determinato destino, non so, di architetto, vista la sua laurea, per diventare invece un po’ un funambolo dei piattini, iniziando a scrivere e a pubblicare?
«Il ragazzino de Il riccio sono proprio io, non c’è nulla di camuffato. L’altro, invece, è un racconto che ho scritto a specchio su Quel che è stato sarà, originariamente in Baci scagliati altrove, uno dei racconti cruciali di quella raccolta, in cui c’è questa lotta infinita col padre. Però, in questo caso, è tutta finzione. Quello che mi premeva dire, alla fine, era che siamo dei piattini cinesi, tutti gli uomini, che si corre per non fare cascare i piattini, e che se cascano, casca il mondo, è un po’ come ci si sente noi, sempre. Basta crescere, diventare adulti, e devi correre di qua e di là. Era quello che volevo raccontare. In sé e per sé questa storia poteva andar bene per un articolo di giornale, ma scrivendola a specchio su quel precedente racconto, l’ho innestata sul conflitto insanabile tra padre e figlio».
In tanti suoi libri si cade spesso lì, sul dissidio con la figura paterna…
«Ma io non ho avuto un conflitto così acceso con mio padre. Io studiavo architettura e si era illuso che facessi l’architetto, come lui. Sognava o si aspettava che andassi a lavorare con lui. Ero io che davo un’informazione sbagliata. Poi quando gli ho detto che volevo fare lo scrittore, un po’ l’ho spiazzato e un po’ ho dovuto lottare per convincerlo, e mentre convincevo lui, convincevo me stesso. Il fatto che ci possano essere fratture insanabili tra padre e figli è un argomento che mi riguarda lo stesso, anche se io non ho avuto questo tipo di rapporto. Se avessi dovuto raccontarlo sarebbe bastato un racconto, forse. Avendoci scritto dei romanzi sul conflitto tra padre e figlio, ho dovuto sempre inventare, o prendere spunto da fatti anche di cronaca, in cui il conflitto tra padre e figli sfocia perfino nella violenza. È una cosa che mi tocca molto, che mi scuote, anche se non è toccato a me».
Molti dei racconti hanno la loro scintilla, la loro energia nella contrapposizione, che sia fra padri e figli, o fra vita e morte, fra ordine e caos…
«Una cosa che dico spesso è che il differenziale genera l’energia, anche nell’universo. Se non siamo vittime dell’entropia, e quindi tutti morti, è perché c’è il differenziale tra il giorno e la notte, tra il sole che sorge e il sole che tramonta. È in quella differenza che si fa la vita e anche l’energia. Quindi è giusto che ci sia anche in un’opera d’ingegno. Almeno per me è così, lo credo con piena consapevolezza».
In molti epigoni della forte tendenza attuale all’autofiction, o all’esibizione di sofferenze, di traumi personali, c’è una speculazione sul dolore, una pornografia del dolore. Nelle storie di Caducità, anche in quelle piene di sofferenza, c’è sempre pudicizia, compostezza, dignità. Una scelta netta?
«Non è tanto un discorso di pudicizia, perché in certe pagine metto in gioco tutto, ma è un discorso di letteratura. Tornando a Profezia, ho impiegato due anni a cercare di scriverlo, avevo tutto il materiale, gli appunti che riguardavano i farmaci di mio padre, che io gli somministravo, ma veniva fuori una specie di diario dell’infermiere, e a me non interessava questo, perché a me non interessava raccontare la mia esperienza, ma fare letteratura. Non volevo far sapere agli altri cosa avevo passato, non me ne fregava nulla, volevo trasformare quel che avevo passato in letteratura, astraendomi dalla mia esperienza vera. Mi sono chiesto, dunque, simbolicamente cosa fosse successo. Era morto mio padre, sì, ma simbolicamente. Voleva dire che non ero più figlio, che era finita la mia vita di figlio, la fine di un mondo, la fine del mondo e sono andato a rileggermi l’Apocalisse di Giovanni, che è scritta al futuro, trasforma il passato in futuro, l’esperienza in destino e, automaticamente, mi si è aperto un mondo per scrivere quel racconto. Allora, il problema non è se sei troppo esplicito nel raccontare fatti tuoi. Perché se sei esplicito nel raccontare fatti tuoi, e nessuno lo sa, che sono i fatti tuoi, non sei più troppo esplicito. Adesso certe cose si esibiscono perché è un po’ una moda, sono sicuro che da sempre si sono scritti romanzi autobiografici, senza scriverci sotto “una storia vera”. Il problema è quanta letteratura riesci a cavarne. Perché se racconti solo quel che ti è successo, fosse anche qualcosa di straordinario e degno di essere raccontato, e non lo trasformi in letteratura, è solo una grande occasione mancata. Quello che vedo oggi è che prevale cosa ti è successo rispetto al tentativo di trasformarlo in letteratura. Come se anche un’esperienza radicale, molto estrema o comunque molto intensa, fosse di per sé letteratura, ma non è vero. Bisogna comunque fare il lavoro. È come dire che un pittore fa un ritratto, quel ritratto di una persona o di un oggetto, non è quella persona o quell’oggetto, è la sua pittura. Se tu, pittore, non ci metti la tua pittura, fai una foto, ed è un’altra cosa. Se parliamo di oscenità, a partire dalla sua etimologia più antica, che significa fuori scena, ecco se mettiamo in scena ciò che dovrebbe stare fuori scena, come l’agonia di un padre, di una madre, di un essere umano, bisogna trovare il modo di imporle una cifra letteraria. Dopodiché può non bastare, può essere stato scritto male, insomma, il giudizio spetta agli altri, ma io non riuscivo a scrivere dell’agonia di mio padre senza un simbolo, o di quella di mia madre, se non attraverso questa figura di Satana che mi ha tentato. È una forma letteraria di raccontare una cosa vera. La differenza tra un racconto e un resoconto è una totalità».
Cambiamo argomento. Come è andata in giro per Roma con Emmanuel Carrère, che si è trasferito a Roma e ha raccontato di frequentare alcuni scrittori, fra cui lei?
«Lo conoscevo già, mica ci ho passeggiato, ho cenato alcune volte con lui, in giro, a casa di amici o fuori, è una persona amabile. Ha vissuto questa sua esperienza di marziano a Roma, gliel’hanno detto subito, lo sapeva e ha superato bene questa fase. A quanto pare ha deciso di restare un anno a Roma. Abbiamo fatto incontri pubblici assieme, anche al Salone di Torino, abbiamo fatto assieme anche un podcast, che dovrebbe uscire. Soprattutto abbiamo parlato molto di letteratura, ogni tanto succede, magari nella futilità di una cena no, ma abbiamo parlato di letteratura e condiviso del tempo, con mio grande piacere e sua grande naturalezza, credo anche per lui con piacere. L’ho condiviso con tanti, essendo venuto qui a Roma aperto e disponibile nei confronti della città, si è ritrovato invitato a cena tutte le sere…».
Nella vostra carriera vi siete anche “incrociati” in qualche modo. Lui scriveva Il regno e lei Non dirlo, ragionando sul Vangelo di Marco…
«Vero. Lui, poi, è rimasto molto colpito dal mio romanzo XY, ci si è ritrovato, per diverse cose, lo yoga, la psicoanalisi, queste cose qua…».
Un romanzo che forse non è stato compreso abbastanza, XY, il figlio un po’ sfortunato, mi sembra, nella percezione generale…
«No, no. Il figlio sfigato è Venite, venite B-52. Non l’ha tradotto nessuno. L’hanno letto i pochi, è una questione di destino, non so, le recensioni sono state pochissime, positive ma pochissime, anche quando gli editori stranieri hanno cominciato a pubblicare i miei libri precedenti, sull’onda dei premi, quello lo saltavano sempre. No, XY è stato anche tradotto, premiato. L’anno scorso ricorrevano i trent’anni dalla prima edizione di Venite, venite B-52, ma tra Settembre nero e Caducità abbiamo preferito non riproporlo. Prima o poi lo faremo, con la Nave di Teseo, ma chissà, quando un destino è quello, forse c’è poco da fare».
Visto che i suoi romanzi dalle grandi architetture sono pubblicati all’incirca ogni cinque anni, ci teniamo pronti per il 2029?
«Direi di sì, se andasse benissimo nel 2028, ma direi che punto sul 2029. C’è un romanzo che ho appena cominciato, non so nemmeno se sarà questo, ci conto però».
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