Con “Gli ultimi giorni di Ingeborg” Fleur Jaeggy torna a pubblicare, raccontando con grazia un’amicizia per sempre, la sua con Ingeborg Bachman. Fra vacanze spartane, silenzi e ricordi di un tempo in cui la vecchiaia era troppo lontana per prenderla in considerazione…
Di vacanze spartane e dolcemente monotone, di rubinetti da cui sgorga acqua salata, di gesti minimi, conversazioni notturne, nuotate e silenzi che non chiedono nulla. Di un’amicizia come destino, con parole rarefatte, scrive Fleur Jaeggy ne Gli ultimi giorni di Ingeborg (44 pagine, 6 euro). Un nuovo libro a distanza di dodici anni dal precedente, Sono il fratello di XX (2014), con l’eccezione della ristampa de Il dito in bocca (ne abbiam scritto qui).
Restare in penombra
Ingeborg Bachmann, la grande poetessa austriaca, è evocata in tre brani dall’amica Fleur Jaeggy, con grazia e in tutta la sua grazia, nel desiderio di restare in penombra, suo malgrado intrappolata in qualche occasione mondana, tra amici illustri della cultura e dell’editoria. Le crepe del futuro, la catastrofe che verrà è ancora lontana, impossibile da concepire, da prendere in considerazione, come l’età avanzata. E, in effetti, per Ingeborg Bachmann quel domani lontano non arriverà mai: morirà («sapeva di morire») a quarantasette anni, nel 1973, per le complicazioni alle ustioni provocate da un incidente domestico, a Roma.
Anche morendo voleva essere gentile, alleviare il dolore degli altri.
Istanti da rivivere
Le giornate diventano un’attesa senza appigli: momenti di lucidità, poi il coma, poi di nuovo un barlume, prima della fine, laconica. Ingeborg Bachmann riesce a pronunciare poche parole al citofono, un saluto che è già un addio. La memoria, in questa nuova opera di Fleur Jaeggy, è fatta di istanti che tornano e chiedono di essere rivissuti, di una complicità che non ha bisogno di essere svelata, mostrata, di un dolore che nemmeno per un istante vuole diventare retorica.
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