In una Napoli borghese e con una trama che è un salone pieno di specchi, Michele Prisco allestisce il suo romanzo più noto, “Una spirale di nebbia”. Un grande ritorno in libreria di un protagonista del secondo Novecento. Un drammatico incidente (o forse un delitto) dà il via a un’indagine in cui la verità diventa centrale: più si cerca di capire, più la storia si scompone, figlia di esitazioni, giustificazioni e omissioni dei personaggi…
Elegante, raffinato, profondo e… dimenticato. Protagonista delle lettere italiane, nella seconda metà del Novecento, Michele Prisco ha trovato una casa, Utopia editore, per rinascere in libreria nel ventunesimo secolo. Una bella notizia, perché lo scrittore campano, prolifico e profondo, attraverso opere narrative che raggiunsero anche il grande pubblico parecchi decenni fa, seppe indagare e interrogare, come pochi, la natura umana con la pazienza di chi non cerca risposte definitive, e attraverso il prisma della letteratura: la violenza trattenuta, l’ambiguità delle relazioni, la memoria come strumento di conoscenza. Il cammino con Utopia editore inizia probabilmente con quello che è il titolo più famoso di Michele Prisco, Una spirale di nebbia (338 pagine, 18 euro), che in copertina riprende anche l’illustrazione dell’edizione originale del 1966, pubblicata da Rizzoli. Un biglietto da visita splendido per tutta la sua opera, malinconicamente finita fuori catalogo.
Che ribaltone, Calvino sconfitto
Nell’anno in cui fu pubblicato, il 1966, Una spirale di nebbia di Michele Prisco si aggiudicò il premio Strega, che ai tempi era decisamente più avvincente e meno prevedibile degli ultimi anni. Leonardo Sciascia con A ciascuno il suo, edito da Einaudi, non si piazzò nemmeno nella cinquina. Italo Calvino, che era il grande favorito, con Le Cosmicomiche, era in vantaggio nella prima votazione a casa Bellonci, in cui si definivano i cinque finalisti: 70 voti contro i 65 di Prisco, era il 16 giugno. Il 5 luglio, a villa Giulia, il sorpasso, decretato dai 440 votanti: Michele Prisco trionfò con 141 preferenze contro le 120 di Calvino, una certa Fausta Cialente, con un Inverno freddissimo (Feltrinelli), si sarebbe piazzata quarta, con appena 25 voti. Il successo di Prisco e la caduta di Calvino generano discussioni, entusiasmi, polemiche, ma lo scrittore nativo di Torre Annunziata si limitò ad andare per la sua strada.
Prosa sinuosa e verità emotiva
Michele Prisco nacque a Torre Annunziata nel 1920, in una famiglia di giuristi. Studiò giurisprudenza, come da tradizione familiare, ma la scrittura fu presto una necessità intima, con collaborazioni con giornali e riviste; la biblioteca paterna fu la sua prima scuola: romanzi italiani dell’Ottocento, classici francesi, russi, letture che gli formano lo sguardo prima ancora che la penna. Nel 1949 pubblicò La provincia addormentata, una raccolta di racconti con i temi che lo avrebbero accompagneranno per sempre. La sua prosa è avvolgente, sinuosa, attenta ai movimenti interiori più che ai fatti. Non cerca il realismo documentario, semmai la verità emotiva, il sentimento senza sentimentalismo. I suoi personaggi emergono dalle loro esitazioni, dai loro pensieri, dalle loro omissioni, lascia che siano le loro voci a guidare le sue storie.
Né sperimentale né militante
Una spirale di nebbia appare come un oggetto narrativo inatteso e… misterioso. La stagione del neorealismo è alle spalle, le avanguardie emergono prepotentemente, e Michele Prisco lascia il segno con un romanzo che non è sperimentale e non è militante. È un’indagine sulla coscienza, sulla fragilità dei sentimenti, sulla difficoltà di dire la verità a se stessi. Non è un giallo, anche se è centrato sulla tragica morte di Valeria, moglie di Fabrizio Sangermano (che per lui ha lasciato Milano, stabilendosi a Napoli), durante una battuta di caccia. Il marito, sopravvissuto, parla di un incidente, un esperto balistico la pensa diversamente. Il giudice Marinoni, incaricato di ricostruire i fatti, si muove tra testimonianze che sembrano più tentativi di difesa che resoconti. Maria Teresa, cugina di Fabrizio, è convinta che l’uomo sia innocente, ma la sua convinzione nasce da un bisogno di ordine, non da una prova. Il marito di lei, Marcello, avvocato di bell’aspetto e vita complicata, è alle prese con una paternità che non gli appartiene e con un matrimonio che non regge più.
Verità e autoinganno
Ogni personaggio chiamato a raccontare ciò che sa, o quel che crede di sapere, aggiunge un frammento che non combacia con gli altri. La morte di Valeria diventa il punto di avvio di un movimento centrifugo: più si cerca di capire, più la storia si scompone. Michele Prisco costruisce la sua trama come un salone pieno di specchi: ogni riflesso rimanda un’immagine leggermente diversa, ogni voce porta con sé una parte di verità e una parte di autoinganno. I personaggi parlano, ricordano, si giustificano, ma non si confessano mai del tutto. Non è reticenza: è la naturale inclinazione a proteggere la propria immagine, ogni figura è attraversata da una tensione che riguarda l’identità, la capacità di stare al mondo senza cedere.
Fragili equilibri
La Napoli che emerge dal romanzo di Michele Prisco non è rumorosa e popolare. È una città borghese, chiusa nelle sue case, nei suoi salotti, nelle sue regole non scritte. Lo scrittore registra e osserva questo ambiente con una lente prevalentemente psicologica. Le famiglie di questa Napoli si reggono su equilibri fragili, matrimoni che resistono per abitudine, desideri che non trovano un luogo dove manifestarsi. La morte di Valeria incrina un sistema di relazioni che da tempo viveva in una zona grigia, dove tutto è sospeso e niente è detto apertamente.
La verità non si afferra
La vicenda di Una spirale di nebbia si svolge nell’arco di tre giorni, sotto una pioggia fitta, quasi solida, che sembra non voler smettere. Ed è quasi naturale pensare alla pioggia incessante di Malacqua (1977) di un altro geniaccio napoletano, Nicola Pugliese. È una scelta narrativa, quella di Michele Prisco che non cerca simbolismi facili: la pioggia è un clima che rallenta i movimenti, che rende ogni gesto più pesante e avvolge la città in una luce uniforme. La nebbia evocata dal titolo sembra, più che un agente atmosferico, la condizione mentale in cui tutti si trovano, un velo che impedisce di vedere con chiarezza. L’andamento e la conclusione di questo stupendo romanzo – che va letto, consigliato, diffuso – invitano a ragionare su come la verità, quando riguarda le relazioni umane, non sia mai un punto fermo, come la nebbia non si lascia afferrare del tutto.
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