Kōda Aya, gli alberi e la bellezza della fragilità

Quindici saggi brevi compongono un viaggio lento e meditativo, il libro postumo di Kōda Aya, “Alberi”, uno sguardo sulle specie e sulle stagioni degli alberi, uno sguardo che è prendersi cura, restituendo dignità a ciò che passerebbe inosservato. Cruciale il rapporto tra il tempo umano, segnato dalla perdita, e il tempo vegetale, ciclico e quasi immobile

Chi di noi non ricorda il protagonista del film Perfect Days di Wim Wenders mentre legge e rilegge un libro, consumandone le pagine come fossero parte del suo respiro quotidiano? Quel libro, che molti spettatori hanno cercato senza successo nelle librerie italiane, esiste davvero: si intitola Alberi (160 pagine 14 euro), è scritto da Kōda Aya e Mondadori lo ha pubblicato in Italia nella traduzione di Ali Massa

Tra sguardo e silenzio: la filosofia dell’attesa

Mi è stato chiesto cosa mi abbia spinto a legarmi alle piante.

La mia in realtà non è una vera e propria passione. È semplicemente un sussulto di emozioni, un leggero batticuore che avverto nei confronti delle piante che vedo e sento intrecciarsi alla mia vita quotidiana

Si tratta una raccolta di quindici saggi brevi, pubblicati postumi nel 1992, in cui l’autrice giapponese accompagna il lettore in un viaggio lento e meditativo attraverso le specie vegetali che hanno segnato la sua vita: dai ciliegi in fiore ai cedri millenari, dai pini agli aceri.

I quindici brevi capitoli sono dedicati a una specie o a una stagione dell’albero (ciliegio, pino, acero, ginkgo, cedro, salice, olmo, gelso, e persino le alghe e i funghi come controcanto vegetale). Vero soggetto del libro non è la dendrologia, ma lo sguardo: Kōda Aya osserva le foglie che cambiano colore, le radici che affondano nella terra, la luce che filtra tra i rami con la pazienza di chi sa che la bellezza non si afferra, ma si attende con profonda devozione.

La struttura è apparentemente libera, ma nasconde un principio compositivo rigoroso: ogni saggio parte da un’osservazione concreta (un ramo visto dalla finestra, un tronco in un tempio, una foglia caduta) per poi aprirsi a divagazioni temporali – ricordi d’infanzia, letture di poesia classica cinese e giapponese, riflessioni sulla guerra e sulla perdita. Un’architettura a spirale che torna sempre all’albero come centro gravitazionale.

Tempo, memoria e caducità

Il tema portante del libro è il rapporto tra il tempo umano – breve, frammentario, segnato dalla perdita – e il tempo vegetale – lento, ciclico, quasi immobile. Kōda Aya scrive da anziana (il libro fu pubblicato postumo, ma i saggi risalgono agli ultimi anni della sua vita, esattamente tra il 1971 e il 1984) e lo si sente in ogni pagina: c’è un’urgenza silenziosa nel registrare le cose prima che svaniscano, ma anche una pacata accettazione della caducità.

Prendiamo il capitolo sul ciliegio. L’autrice non celebra la fioritura spettacolare, ma piuttosto la brevità dei petali, il momento in cui il fiore si stacca e cade. «È allora che l’albero è più bello», scrive, «quando smette di trattenere». Non si tratta di rassegnazione passiva, ma di una forma di lucidità che ci ricorda che, a differenza della tradizione occidentale (dove l’albero può simboleggiare la forza o l’eternità), la bellezza abita proprio nella fragilità.

Lo sguardo come pratica etica

Il gesto più ripetuto è il fermarsi a guardare. Kōda Aya osserva per pagine intere un ramo nudo d’inverno, la curvatura di un pino battuto dal vento, la foglia di un acero che arrossa senza fretta. Questa ostinazione visiva non è contemplazione estetica fine a sé stessa, ma un esercizio di presenza, una resistenza silenziosa al divenire del mondo durante i quali l’autrice si limita a descrivere la cicatrice nella corteccia, la foglia nuova che vi cresce accanto per testimoniare in un modo che evita la retorica, affidandosi alla forza dell’immagine. In questo, il suo sguardo diventa etico: guardare è prendersi cura, è restituire dignità a ciò che altrimenti passerebbe inosservato.

La scrittura come corteccia

Lo stile di Kōda Aya è volutamente piano, quasi arioso. Le frasi sono brevi, la sintassi scorrevole, il lessico quotidiano. Eppure, in questa trasparenza, si nasconde una sapienza artigianale sottilissima. Le metafore sono rare e non cercano mai l’effetto; quando compaiono – un ramo “come un braccio stanco”, una radice “come una domanda che non ha fretta di avere risposta” – colpiscono per la loro giustezza.

Alberi va letto lentamente, un capitolo al giorno, magari seduti davanti a una finestra con un albero nel campo visivo. È uno di quei libri che all’inizio sembrano piccoli e modesti,  ma si disvela in un classico che insegna l’arte di abitare e vivere il presente.

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