Fra complotti sventati e cortigiane seducenti, tra Venezia e Roma. Patrizia Debicke ne “L’inglese di Tiziano” racconta la missione segreta di un inviato della corona inglese, Lord Francis Templeton, in Italia. Protagonista fra i protagonisti il pittore Tiziano, fra malinconia e disciplina…
Intrigante, costruito con maestria, con tempi narrativi ben oliati e personaggi che restano in mente, conquistano il lettore pagina dopo pagina. Patrizia Debicke Van Der Noot è autrice di lungo corso, dalla consolidata bravura, e si mette a servizio di un plot che, a ogni capitolo, si fa più emozionante. Ne L’inglese di Tiziano (310 pagine, 18,90 euro), il suo ultimo romanzo edito da Altre Voci, tutto comincia da un’immagine: un giovane aristocratico inglese, vestito di nero, sguardo chiaro e vigile, immortalato da Tiziano in una tela che oggi si trova al Louvre. È un volto che sembra custodire un segreto, e Debicke lo prende sul serio. Dietro quel ritratto immobile costruisce un personaggio inquieto, Lord Francis Templeton, e lo spinge dentro un’Italia febbrile, dove le corti si osservano con diffidenza e il Concilio di Trento è appena iniziato.
La copertura di un ritratto
Templeton arriva da nord con un incarico che non può dichiarare. La richiesta del ritratto è solo una copertura: il re Enrico VIII lo ha inviato come osservatore, e il suo viaggio è un percorso di avvicinamento a una verità che non può essere detta ad alta voce. Il romanzo si apre così, con un uomo che deve imparare a muoversi tra le ombre. La prima tappa è Venezia, città che Debicke restituisce con una densità visiva quasi pittorica. Il Carnevale è nel pieno: mascherine che seducono, ragazzini che rubano nella ressa, musicanti che riempiono le calli di suoni metallici. Templeton si muove in questo teatro mobile con la cautela di chi sa che ogni gesto può essere osservato. Qui incontra Tiziano, che lo studia con la stessa attenzione che riserva ai suoi modelli più enigmatici. Templeton è un diplomatico, un credente, un uomo che ha imparato a non mostrare tutto. A Venezia sfiora un complotto, lo riconosce, lo disinnesca. E in questo gesto salva la vita al cardinale Alessandro Farnese, nipote del Papa, che da quel momento diventa il suo alleato più solido. L’alto prelato è un altro personaggio molto sfaccettato e si capisce da parecchi frangenti, anche solo dalla voracità con cui lui, principe della Chiesa, esplora la bocca di una cortigiana, Angela Gradi, donna di magnetica sensualità, che lui ha in qualche modo graziato…
Carte da scoprire
La seconda parte del romanzo si sposta a Roma, città doppia come Venezia ma più cupa, più esposta alle tensioni del tempo. Patrizia Debicke la racconta attraverso le sue feste e le sue paure: la corsa dei cavalli lungo il Corso, la notte dei Moccoletti, le fiammelle che tremano prima della Quaresima, e poi l’alluvione del Tevere, che entra nella storia come un presagio. Templeton, accompagnato da un paggio che osserva e impara, comincia a mostrare le sue carte. Il suo compito è proteggere una figura inglese di grande rilievo, e la rete di minacce che lo circonda si fa più fitta. Roma è un luogo dove il potere si mescola al piacere, dove le alleanze cambiano in fretta, dove un errore può essere fatale.
Traiettorie che si sfiorano
Tra le pagine emerge anche un Tiziano meno consueto: non solo il Maestro delle corti, ma un uomo che guarda, intuisce, registra. Il suo rapporto con Templeton è fatto di silenzi e di studio. Il pittore percepisce l’ambiguità del giovane inglese, la sua malinconia, la sua disciplina. Il ritratto diventa così un punto di contatto tra arte e politica, un oggetto che contiene più di quanto mostra. Debicke costruisce una trama che procede per incontri, deviazioni, scoperte. Le città sono vive, i personaggi si muovono con una loro logica interna, e la tensione nasce dal modo in cui le loro traiettorie si sfiorano. Templeton non è un eroe, ma un uomo che deve scegliere continuamente, e la sua ambiguità è la materia stessa del romanzo di Patrizia Debicke.
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