Area 22. Di Nepi e il ghetto capitolino centro di gravità

Una storia di segregazione e resistenza, memoria e identità, persecuzione e deportazione. È un saggio importante, “Il ghetto di Roma. Storia di una comunità ebraica” della studiosa e docente Serena Di Nepi. Dal sedicesimo al diciannovesimo secolo il ghetto capitolino fu luogo di incontri e scambi, discriminazione e cultura. Un senso d’appartenenza e un’identità culturale feriti a morte dal rastrellamento dell’ottobre 1943. Nuova puntata per la nostra rubrica Area 22, dedicata alla letteratura e alla cultura ebraica (qui tutte le puntate)

Cuore pulsante di una delle più antiche comunità ebraiche del mondo, il ghetto di Roma ha una storia lunga, affascinante, complessa e cruciale, con risvolti anche nel ventesimo e nel ventunesimo secolo. Studiosa eccellente e docente dell’università La Sapienza, Serena Di Nepi ha scritto un volume agile, colto, importante, che non si rivolge necessariamente ad addetti ai lavori. Edito da Carocci, Il ghetto di Roma. Storia di una comunità ebraica (169 pagine, 18 euro) di Serena Di Nepi è una storia di persecuzione antiebraica, ma anche la testimonianza di un universo, un centro di gravità che seppe trasformare la costrizione in coesione, la vulnerabilità in memoria condivisa. È un passato che continua a interrogare il presente. Le forme della discriminazione cambiano, ma il filo conduttore resta: la tentazione di trasformare la differenza in colpa, la minoranza in bersaglio, la libertà negata lascia cicatrici che attraversano generazioni.

Una separazione non solo fisica

Fin dall’antichità, molte città del Mediterraneo e del Vicino Oriente riservavano quartieri specifici a gruppi religiosi o etnici, spesso per ragioni amministrative o commerciali. Ma è nel tardo Medioevo che la separazione diventa sistema: nel 1516 Venezia istituisce il primo ghetto ufficiale, un’isola chiusa da cancelli, sorvegliata e isolata dal resto della città. Da quel momento, il modello veneziano si diffonde rapidamente. Nel giro di pochi decenni, ghetti sorgono a Roma, Ferrara, Padova, Mantova, Verona, Francoforte, Praga, Cracovia, e in molte città dell’Europa centrale. Alcuni sono prigioni urbane, altri comunità dense e autonome, altri ancora luoghi di convivenza difficile ma non completamente chiusa. Con l’emancipazione ebraica tra XVIII e XIX secolo, la maggior parte di questi spazi viene abolita. Oggi sopravvivono come memorie urbane: il Kazimierz di Cracovia, il Josefov di Praga, il Mellah di Marrakech, il quartiere ebraico di Fez, alcune aree di Istanbul e Salonicco. Sono luoghi che raccontano una storia di identità e trasformazione, dove rimbombano echi di un passato di sangue. Il ghetto di Roma è uno dei casi più emblematici: non solo per la durata, ma per la profondità con cui ha inciso sulla vita della comunità. Nel 1555, con la bolla papale “Cum Nimis Absurdum”, gli ebrei dell’Urbe vengono rinchiusi in un rione angusto attorno al Portico d’Ottavia. Mura, cancelli, portoni serrati dal tramonto all’alba: la città eterna si divide in due, e la separazione non è solo fisica. È un confine morale, politico, religioso. Certe retoriche persecutorie, pur cambiando forma, possono essere persistenti.

Un perimetro di limitazioni e dignità

Serena Di Nepi racconta e spiega come dentro quel perimetro la comunità ebraica riesca a non spegnersi e a organizzarsi. L’istruzione dei bambini diventa un baluardo. Le famiglie creano reti di mutuo sostegno. Le botteghe, i cortili, le sinagoghe diventano luoghi di incontro, di scambio, di identità. La reclusione è durissima: discriminazioni quotidiane, limitazioni professionali, battesimi forzati, precarietà economica. La comunità reagisce, è un mondo che non rinuncia alla propria tradizione né alla propria dignità, per secoli.

Vite spezzate e libri depredati

La storia sembrerebbe finire con l’Unità d’Italia e con lo smantellamento del ghetto. Le sue mura cadono, i portoni vengono rimossi, le strade si aprono. È un gesto simbolico: Roma vuole lasciarsi alle spalle un passato di intolleranza. Il quartiere cambia volto, ma non memoria. E parecchi decenni dopo – si giunge all’epilogo del saggio – è proscenio di uno dei rastrellamenti più vigliacchi dei nazisti, che deportano ed eliminano intere famiglie nell’ottobre 1943 e depredano la biblioteca della comunità, patrimonio variegato e stratificato, migliaia di volumi svaniti, un buco nero, perché uomini e donne del ghetto «tutto erano tranne che ebrei ignoranti e inconsapevoli della propria cultura». Per gli ebrei romani, il ghetto resta un luogo fondativo. Nonostante non esista più, continua a esercitare un richiamo profondo: un polo identitario, un punto di convergenza nei momenti significativi, un rione che, nel bene e nel male, ha contribuito a definire un senso di appartenenza duraturo.

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