Novella di compiuta bellezza, scritta in punta di penna, “Senso” di Camillo Boito colpisce ancora oggi, non per una trasgressione e un erotismo datati e innocui, ma per come incarna una seduzione che inganna. Eroina e antieroina è la contessa Livia, la cui relazione extraconiugale con un austriaco – sullo sfondo c’è la terza guerra d’indipendenza – la conduce a conclusione spietate, di nessuna morale…
Il letterato di famiglia era Arrigo Boito, librettista d’eccezione nell’Italia di fine Ottocento. Paradossalmente, però, è stato suo fratello Camillo Boito, di professione architetto, a scrivere una novella perfetta, che ancora ai giorni nostri è capace di lasciare il segno. E allora la riedizione di Senso (69 pagine, 14 euro), per i tipi di Bibliotheka, nella collana Formiche, va salutata con interesse e ammirazione. A cura di Enrico De Luca, Senso – pubblicato nel 1883 con altri racconti, per il grande schermo in due versioni, firmate da Visconti e Brass – ci ricorda ancora una volta quanto sia memorabile la protagonista, la contessa Livia, trentanovenne ancora bella e desiderabile, corteggiata, che ricorda eventi di sedici anni prima, affidandolo a uno “scartafaccio”, da bruciare. Eroina e antieroina assieme, la contessa Livia è una piccola Madame Bovary o una piccola Lady Macbeth, brandisce la bellezza come un’arma, alla maniera della Salomé di Oscar Wilde, cronologicamente posteriore…
L’attrazione fisica
Tornare indietro al suo corpo perfetto poco più che ventenne significa rivivere le invidie delle donne e gli sguardi fiammeggianti degli uomini. E spiegare il matrimonio fortemente voluto con un uomo di quarant’anni più maturo, più che benestante, sovrappeso, capelli radi, baffi tinti, nozze che sono un investimento, nulla più. Altra passione, decisamente più esplosiva e che non si ferma davanti a nulla – nemmeno ai ricorrenti prestiti che l’amante le chiede – è quella per il tenente austriaco Remigio Ruz, statuario, perverso, vile: l’attrazione fisica sboccia ovunque, in una Venezia sordida e oscura, in barba al marito di lei.
L’ostacolo della guerra
Nel 1866 scoppia la terza guerra d’indipendenza. Per Livia la guerra è solo un ostacolo, un rumore lontano che le ruba l’amante, ma diventerà un destino ineffabile e implacabile. È un precipizio che Camillo Boito, esponente della Scapigliatura, scrive in punta di penna, attingendo all’impazienza, a scelte azzardate, all’angoscia, a dolorose scoperte e a vampe dire che si celano dietro falsa tenerezza e continue richieste di denaro da parte dell’austriaco che, lontana dagli occhi di lei, la ribattezza Messalina. È una novella spietata, di nessuna morale, di nessun conforto, però autentica, in cui la bellezza classica si contamina con il decadente, il sublime si sporca di quotidiano.
L’istante che non lascia traccia
Il cuore freddo della protagonista è una stella dalla luce che si sta consumando. L’opera di Camillo Boito non lascia indifferenti, ma non per l’erotismo e la trasgressione, che nel ventunesimo secolo appaiono innocui: è una seduzione che inganna, questa novella, un cammino che non conduce né al senso della vita e nemmeno a quello dell’amore. È il senso come percezione pura, come godimento dell’istante che passa e non lascia traccia, quello che si avvicina più al titolo.
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