Il suicidio di un celebrato regista accusato di abusi, la responsabilità morale scaricata sulla giornalista che aveva scoperto tutto. È acuto e attualissimo “L’influsso dei fagiani”, romanzo di Antje Ràvik Strubel. Il titolo? Una citazione da Virginia Woolf
Cosa può accadere a una stimata professionista dell’informazione quando diventa vittima dello stesso sistema che ha contribuito a creare? È la domanda di fondo che dà il via al nuovo romanzo di Antje Ràvik Strubel, L’influsso dei fagiani (220 pagine, 18 euro) pubblicato da Voland, tradotto da Cristina Vezzari.
Hella Karl – caporedattrice della sezione culturale di una rivista berlinese – una mattina si sveglia con una notizia, ormai virale, che la sconvolge: il regista teatrale Kai Hochwerth si è tolto la vita alla fine di uno spettacolo in quel dell’Opera House di Sidney, dove si trovava come accompagnatore della moglie, a sua volta soprano di fama internazionale.
La doppia bufera mediatica
Hochwerth – tempo prima – era rimasto coinvolto in aspre polemiche in seguito allo scoop messo a segno proprio da Hella Karl: quest’ultima aveva scoperchiato un vaso di Pandora di comportamenti inappropriati – veri e propri abusi e maltrattamenti psicologici – perpetrati dall’osannato regista nei confronti di una cantante, aspirante a un ruolo in una produzione in fase di allestimento.
La bufera mediatica aveva spinto Hochwerth dalle stelle alle stalle e ora i media attribuiscono all’autrice dell’articolo – che ha dato il la al tutto – la responsabilità morale del gesto estremo.
La platea dei social media si rivolta contro Hella: viene duramente colpita sul piano professionale e personale e si trova così ad affrontare un momento di crisi di identità.
Derive giustizialiste e patriarcato
Romanzo attualissimo nei temi, acuto, ricco di stilettate al modo contemporaneo di concepire l’informazione e di aperta disapprovazione delle derive giustizialiste approntate dai tribunali mediatici, L’influsso dei fagiani trae il titolo da una citazione contenuta in Le tre ghinee di Virginia Woolf in cui si biasima il perbenismo di certi ambienti benestanti e le manovre scaltre compiute per accasare al meglio le giovani in età da marito.
Antje Ràvik Strubel, infatti, non lesina critiche – tramite i suoi personaggi – anche alle strutture patriarcali che ancora oggi dominano, relegando la donna a ruoli di subordine oppure associandola necessariamente all’archetipo di nume tutelare della famiglia, con ciò privandola della possibilità di assumere posizioni di potere.
Riflessione e disamina
Lo stile di scrittura è ironico, salace, aggettivato, con soventi cambi di ritmo allorché si passa dalla riflessione su fatti del passato (l’infanzia di Hella, i sacrifici per salire nelle gerarchie aziendali) alla disamina fredda – potremmo dire chirurgica – della relazione sentimentale della protagonista, del suo sistema di valori e, in ultima analisi, del significato profondo del suo essere donna.
Interessante e utilissima, per meglio comprendere la poetica e l’idea stessa di letteratura di Antje Ràvik Strubel, è la nota finale della traduttrice Cristina Vezzaro.
Antje Ràvik Strubel è scrittrice e traduttrice dall’inglese e dallo svedese nonché docente universitaria. Per Voland nel 2023 è uscito Donna Blu, tradotto in diverse lingue e premiato nel 2021 con il Deutscher Buchpreis.
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