Due amanti e le loro trasgressioni raccontati con stile glaciale. Il rogo di una cattedrale. Una frattura. Una discesa verso la rovina. Emmanuel Venet con il romanzo “Sacro Fuoco” scrive una parabola spietata delle contraddizioni della condizione umana…
La potenza di un romanzo si trova spesso nella capacità di mantenere con una solida costanza le vibrazioni di una storia e Sacro Fuoco (230 pagine, 18 euro) di Emmanuel Venet ci riesce in modo perfetto, restituendo una delle immagini più memorabili della narrativa recente: il rogo di un’antica cattedrale.
Philippe, Marie-Ange e il battesimo del fuoco
Luca Bevilacqua, nella sua postfazione, è molto chiaro: l’incendio è «l’evento imponderabile, molto spesso fatale, che agisce come al di sopra della volontà e delle determinazioni umane»; si parla perciò di una forza naturale e del crollo totale della razionalità dinanzi a una passione che si trasforma in destino, ma solo per farsi beffe della debolezza umana.
Il fuoco evocato da Emmanuel Venet consuma un luogo consacrato che diventa personaggio (ma anche spettatore) di tutta l’opera, e ogni fiamma è intrisa di peccato: una scelta narrativa che si allinea alla perfezione con le atmosfere dell’intero romanzo.
Marie-Ange e Philippe non dovrebbero toccarsi e i loro sguardi non dovrebbero incrociarsi più di tanto. Il loro rapporto inizia con una bruciatura e si conclude osservando l’ustione che resta lì, pronta a ricordare che la carne non è fatta per resistere, o almeno, non sempre. L’idea di Emmanuel Venet non è costruire un nucleo attorno a cui far ruotare il dramma nato da una relazione proibita, né mettere in scena i rimorsi: l’autore osserva i due amanti e con ironia pungente li analizza, raccontando la trasgressione con uno stile glaciale.
Memorie di una preda
Marie-Ange scorge in Philippe un’aura di purezza e una vicinanza che, a ben guardare, sono soltanto il riflesso abbagliante dei suoi stessi vuoti interiori. Philippe, dal canto suo, per una volta nella vita brama staccarsi dal ruolo di chi deve elargire conforto per potersi finalmente abbandonare al desiderio, cercando lui stesso consolazione e calore. Nel momento in cui il sacro fa un passo indietro e lui cede alla propria vulnerabilità, si crea la frattura: sarà proprio questa sua discesa verso la rovina, che possiamo definire banalità terrena, la causa dell’ allontanamento di Marie-Ange: ciò di cui lei si nutriva non era l’amore per l’uomo, ma l’emozione nata da ciò che è intoccabile.
Tuttavia Emmanuel Venet, nella sua prosa dissacrante e paradossale, ci tiene a specificare il fatto che anche Marie-Ange non è immune da tale banalità.
Quando il terreno delle certezze frana sotto i piedi, la mente umana esige un appiglio, perché bisogna aggrapparsi a risposte semplici in grado di addomesticare l’insostenibile complessità del reale. In questa voragine di dubbi, Marie-Ange trova un’illusoria chiarezza nelle parole colte e affilate del dottor Leblanc che seguendo la medesima e fatale traiettoria di Philippe decide di spogliarsi del proprio ruolo, ma in maniera molto più cinica. La sua infatti è un’operazione chirurgica: attraverso le sue argomentazioni riscrive la memoria della donna, convincendola di non essere mai stata una vera amante, ma solo preda.
Un epilogo «tutto occidentale»
All’interno dell’opera – edita da Prehistorica grazie alla traduzione di Alice Laverda – si muove un mosaico di personaggi minori che incarnano le ipocrisie, i pregiudizi e le corruzioni della società contemporanea, ma a reggerne l’impalcatura, dal basso, sono solo in due: Blaise Muki, l’immigrato che diventa il capro espiatorio e strumento utile solo a far brillare chi lo difende e il giovane Géraud, figlio di Marie-Ange, che ci mette di fronte all’assurdità di un sistema che vede nella malattia un buco nero senza via d’uscita. In definitiva, questo romanzo si rivela una parabola spietata e lucida della condizione umana e delle sue eterne contraddizioni. Il fuoco che ha divorato in una volta sola la cattedrale, Philippe e Marie-Ange finisce per raffreddarsi sotto il calcolo di imprenditori che devono decidere le sorti del terreno su cui sorgeva la cattedrale, smaniosi di raggiungere il maggior profitto. Una morale spicciola, insomma, che tenta di razionalizzare il disastro. Se la passione ha il potere fatale di distruggere l’individuo, il mondo moderno invece possiede l’agghiacciante capacità di sminuirne persino le ceneri.
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