Il memorabile “La vita davanti a sé” di Romain Gary, fu inizialmente pubblicato con lo pseudonimo di Émile Ajar (rendendo possibile la seconda vittoria del Goncourt, non permessa dal regolamento): si scoprì solo dopo la morte dello scrittore lituano naturalizzato francese. Protagonisti un bimbo e una prostituta, sopravvissuta ad Auschwitz, ma anche un’umanità variegata e un sentimento di sfrenata voglia di vivere
Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.
A parlare è Momo, protagonista de La vita davanti a sè (224, 11,50 euro), di Romain Gary. Pubblicato per la prima volta nel 1975 sotto lo pseudonimo di Émile Ajar e ripubblicato da Neri Pozza in edizione speciale per festeggiare il centenario della nascita dello scrittore, il romanzo racconta di un amore materno in un condominio della periferia francese, dove i legami di sangue e le tragedie della storia non sembrano ostacolare l’impulso vitale di Momo, la sua voglia di affrontare gli ostacoli della vita con la fiducia intatta nei sogni.
Violenza e tenerezza
Orfano musulmano di dieci anni affidato a una vecchia prostituta male in arnese sopravvissuta ad Auschwitz, il piccolo Momo si ritrova a crescere in un palcoscenico, quello delle banlieu parigine, popolato da una umanità variegata (basti pensare al personaggio di Monsieur N’Da Amédée, nigeriano protettore di prostitute, analfabeta, che si reca da Madame Rosa per farsi scrivere lettere da inviare ai genitori in Africa, nelle quali millanta imprese mirabolanti e ricchezze incredibili), da violenza e tenerezza, da una sfrenata voglia di vivere a cui, forse, ambiva lo stesso scrittore, aviatore e diplomatico lituano, morto suicida.
Un finale plateale ed… elegante
Il due dicembre del 1980, Romain Gary si recò in Place Vendome, a Parigi, ad acquistare una vestaglia di seta rosso vermiglio. Poi tornò a casa, preparò la pistola, indossò la vestaglia e scrisse un biglietto: «Nessun rapporto con Jean Seberg. I patiti dei cuori infranti sono pregati di rivolgersi altrove» (Jean Seberg, attrice che interpretò, tra i vari ruoli, quello della studentessa Patricia amata da Jean Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro, ed ex moglie di Gary, era stata trovata morta, nuda e ubriaca, dentro un’auto, appena un anno prima, nel 1979). Soltanto dopo il suicidio dello scrittore l’intera società letteraria parigina scoprì che Émile Ajar, vincitore del premio Goncourt con La vita davanti a sè, altri non era che il tormentato scrittore lituano, deciso a lasciare il mondo in modo così plateale, nella sua elegante vestaglia di seta, dello stesso colore del sangue.
Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)
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