Le lettere dal carcere di Alaa Faraj sono diventate un libro, “Perché ero ragazzo”, la storia di una traversata del Mediterraneo e di una condanna sbagliata, un altro modo per raccontare il conflitto eterno tra diritto e giustizia. Parole di dignità incrollabile e di rifiuto dell’odio ci interrogano su che società vogliamo essere…
Sai, quando capita una ingiustizia a qualcuno, possibilmente quello diventa il suo argomento principale. Io non voglio. Non mi piace nemmeno raccontarla la mia storia, perché odio il senso di pietà e cerco di fare conoscere solo Alaa come sono, imparando, integrando, guadagnando conoscenza e cultura che sono la vera ricchezza.
La potenza di Perché ero ragazzo (335 pagine, 17 euro) di Alaa Faraj, pubblicato dalla casa editrice Sellerio, non sta solo nelle parole che contiene, ma anche nel luogo da cui quelle parole provengono, nella voce che le ha pronunciate e nel coraggio che ha richiesto scriverle.
Alaa Faraj ero solo un ragazzo di appena 20 anni quando decise di lasciare la sua amata terra, una Libia in piena guerra civile, per inseguire il suo sogno di fare il calciatore e studiare per diventare ingegnere petrolifero nell’Europa libera e democratica.
Si ritrova, invece, a scontare una condanna a trent’anni di carcere per dei reati che non ha commesso. Eppure, dalla sua cella, in un italiano imparato giorno dopo giorno dietro le sbarre, ha composto un’opera che ha già vinto il Premio Tiziano Terzani 2026, definita dalla giuria «una storia esemplare di dignità e coraggio» e che ha commosso un paese intero.
La nascita di una voce
La genesi di questo libro è già di per sé un romanzo. Alaa Faraj nasce a Bengasi nel 1995, studia Ingegneria, è una promessa del calcio libico, ha una famiglia che lo sostiene. Ma nel 2015 la guerra civile distrugge i suoi sogni: università e campionato vengono cancellati; l’unica via per continuare a studiare e giocare è l’Europa, ma ottenere un visto è impossibile e lo comprende dopo aver affrontato invano un viaggio verso Tripoli per ottenere il permesso di arrivare a Malta. Così, insieme a due amici, anch’essi calciatori, decide di salire su un barcone. Durante la traversata, 49 persone ammassate nella stiva muoiono per asfissia, una vicenda che passerà alla storia come «la strage di ferragosto».
L’incontro che cambia tutto
In carcere, Alaa incontra Alessandra Sciurba, docente di Filosofia del diritto all’Università di Palermo, e tale incontro cambierà la sua vita. Terminati i laboratori, non possono più vedersi, così iniziano a scambiarsi delle lettere che danno vita e linfa al libro; lettere che Alaa scrive a mano, in stampatello, su fogli recuperati in prigione, in un italiano “sorgivo” (come definito dal costituzionalista Gustavo Zagrebelsky), pieno di imperfezioni che sono pura poesia come «stelle luminanti», «rimango speranzoso», «la biblioteca fascinante e mesteriosa». Sciurba capisce subito che quelle lettere sono preziose, per i contenuti e per la lingua: nasce così Perché ero ragazzo.
La lingua della verità
Questo non è un memoir scritto a distanza di anni, con il filtro rassicurante del tempo che mitiga i ricordi, ma una testimonianza scritta nel presente, mentre la sofferenza è ancora carne viva, mentre l’ingiustizia è ancora un macigno quotidiano. E forse è proprio questa prossimità dolorosa a rendere ogni pagina così autentica, così vera.
Il titolo è già una dichiarazione d’intenti. Perché ero ragazzo, perché l’adolescenza e gli anni migliori sono stati rubati, cancellati, riscritti da un’ingiustizia compiuta a seguito di un processo non equo che l’ha ritenuto responsabile non solo di immigrazione clandestina (scambiato per scafista solo perché alcuni testimoni hanno dichiarato che Alaa Faraj ha distribuito una bottiglietta d’acqua durante la traversata, identificandolo tra le persone che avevano avuto un ruolo a bardo), ma anche di concorso in omicidio plurimo.
La dignità come resistenza
La vera forza di questo libro non sta nel racconto della sofferenza, quanto nel suo superamento. Perché non è solo il racconto di chi tenta e lotta disperatamente per salvarsi da una condanna ingiusta, ma di chi ha capito che la salvezza non arriva dall’esterno, ma dal coraggio di guardarsi dentro e di accettare che la propria storia non è un problema da risolvere, ma una ricchezza da esplorare. Alaa non scrive per chiedere pietà, ma per rivendicare la propria umanità, per dire «esisto, e la mia esistenza non è un reato».
Scrivendo dal carcere, la sua parola diventa l’unica arma che gli resta e quella parola, grazie all’incontro con Alessandra Sciurba e con una rete di scrittori, giornalisti e attivisti come don Luigi Ciotti, è riuscita a varcare i muri del carcere per arrivare a noi. Non è solo un libro: è un atto di resistenza, è un grido che si fa dialogo, è una battaglia per la verità che coinvolge chiunque lo legga. Scegliere di pubblicarlo per Sellerio, una casa editrice che da sempre dà voce a chi non ce l’ha, non è stato un caso, ma un vero e proprio atto politico, culturale, umano.
Antigone in cella
Leggere Perché ero ragazzo significa capire che la vera giustizia non è quella delle aule di tribunale, ma quella che restituisce dignità a chi l’ha perduta.
La stessa ordinanza che ha dichiarato inammissibile la richiesta di revisione del processo ha scritto che Alaa e i suoi amici sono «l’ultima ruota di un mostruoso ingranaggio del traffico di vite umane» […] «non potendo escludersi nemmeno che anche i condannati abbiano pagato un prezzo, magari più basso, per il viaggio, null’altro essendo ad essi moralmente imputabile».
In altre parole, il sistema giudiziario italiano tollera una condanna ingiusta, «tale ritenuta non da uno qualsiasi di noi ma proprio dal giudice»: un vero e proprio scarto tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza.
Non può che venire in mente Antigone per una sorta di corrispondenza che trasforma il memoir di un ragazzo libico rinchiuso in un carcere italiano in una tragedia greca riscritta nei nostri giorni, con le stesse domande brucianti, gli stessi conflitti irrisolti, la stessa vertigine di fronte all’arbitrio del potere.
Due diritti contro
Antigone, nella tragedia di Sofocle, si oppone al decreto di Creonte che vieta la sepoltura del fratello Polinice, considerato traditore della patria, decidendo di obbedire a una legge superiore, quella degli dèi, che nessun uomo può violare. Creonte, dal canto suo, applica la legge della città, garantendo l’ordine politico. Il conflitto è tragico proprio perché entrambi hanno ragione: Antigone sul piano etico e religioso, Creonte sul piano giuridico e politico, ma nessuna delle due posizioni può prevalere senza distruggere l’altra.
Alaa Faraj vive esattamente lo stesso conflitto e, come Antigone, non si piega. Non perché rifiuti la legge in quanto tale, ma perché sa che esiste una legge più alta di quella scritta, ovvero la legge della verità, della dignità umana, della giustizia sostanziale. È quella che gli ha permesso di scrivere dalla sua cella un libro che è al tempo stesso atto di accusa e atto d’amore per il Paese che lo ha condannato. «Sempre ho trovato persone che mi hanno trattato con gentilezza, con umanità» – scrive Alaa, e in questa dichiarazione c’è la stessa ambivalenza di Antigone, che ama la città pur sfidandone il sovrano.
Una tragedia contemporanea
Perché ero ragazzo è Antigone che scrive dalla cella, è il conflitto eterno tra diritto e giustizia che si riaccende nei nostri giorni. Il libro di Alaa Faraji, con la sua scrittura asciutta e potente, con la sua dignità incrollabile, con il suo rifiuto dell’odio, ci costringe a interrogarci su che tipo di società vogliamo essere: una società di Creonte, che applica la legge anche quando è ingiusta, o una società di Antigone, che sa riconoscere quando la legge deve inchinarsi davanti a qualcosa di più grande?
Il finale di questa storia è ancora aperto. Nel dicembre 2025, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso ad Alaa Faraj una grazia parziale, riducendo la pena di undici anni e quattro mesi. Il 19 maggio 2026, dopo undici anni di carcere, Alaa è uscito in libertà provvisoria perché, dopo tante lotte, la revisione del processo è stata ammessa e si terrà in ottobre.
Ma la battaglia per la verità e la giustizia continua, incessantemente e strenuamente.
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