Elizabeth Gaskell, malcontento operaio e questione morale

Il debutto di Elizabeth Gaskell, pur essendo per alcuni versi acerbo, tiene incollati alla pagina e porta a galla le rivendicazioni delle classi meno abbienti nell’Inghilterra del diciannovesimo secolo, ai tempi del cartismo. In “Mary Barton” l’enorme ambizione sociale e politica non è portata fino alle estreme conseguenze…

Tra il 1838 e il 1839, in Inghilterra, la classe operaia diede vita al movimento cartista, primo grande movimento dei lavoratori, per ottenere maggiori diritti politici e migliorare le proprie condizioni di vita. I cartisti presentarono una petizione con oltre un milione di firme, ma il Parlamento la respinse, cosa che provocò proteste, scioperi e rivolte. Anche se il movimento non ottenne subito i risultati sperati, contribuì a rafforzare la coscienza politica della classe operaia e aprì la strada a importanti riforme democratiche negli anni successivi.

Il padre centro morale ed emotivo

Mary Barton (384 pagine, 17 euro), primo romanzo di Elizabeth Gaskell, è ambientato in questi anni cruciali della storia inglese. La vera protagonista dell’opera è quindi la classe operaia. Sebbene Elizabeth Gaskell appartenesse alla classe media borghese, nei suoi romanzi sceglie spesso di porre al centro personaggi appartenenti al mondo operaio, riuscendo a rappresentarne le difficoltà e le sofferenze; infatti, in Mary Barton, sono numerose le scene che immergono il lettore nella quotidianità di questi individui, mostrando la fame, la miseria, la malattia e anche la morte.

Sebbene il romanzo prenda il nome dalla sua protagonista, è John Barton, il padre di Mary, a costituirne il vero centro emotivo e morale. È un personaggio costruito con grande intensità, caratterizzato da un’evoluzione inizialmente molto promettente che però, a mio avviso, si conclude in modo piuttosto affrettato. John incarna il malcontento e le rivendicazioni della classe operaia: convinto sostenitore del cartismo, lotta per garantire ai lavoratori una vita dignitosa e il riconoscimento dei loro diritti fondamentali. Attraverso la sua figura, Elizabeth Gaskell mette quindi in luce le contraddizioni della società capitalista dell’epoca, una società in cui la ricchezza dei proprietari si fonda sul lavoro e sullo sfruttamento degli operai.

L’incendio della fabbrica

Un episodio particolarmente significativo è quello dell’incendio della fabbrica dei Carson. La distruzione della fabbrica non rappresenta una vera tragedia per i proprietari, che possono contare sul risarcimento dell’assicurazione e persino concedersi un periodo di riposo con le proprie famiglie. Sono gli operai a pagarne realmente le conseguenze. Per loro, quella fabbrica costituiva l’unica fonte di sostentamento, e con l’incendio perdono il lavoro e, di conseguenza, ogni possibilità di mantenere le proprie famiglie. Il contrasto tra la serenità dei padroni e la disperazione dei lavoratori non fa altro che evidenziare la disuguaglianza sociale che il romanzo intende denunciare.

Contro ogni violenza

Ma non è lo scopo dell’autrice proporre soluzioni politiche né addentrarsi nelle teorie dell’economia politica. Il suo è un romanzo realistico, che osserva e rappresenta la realtà sociale e le sue contraddizioni. E secondo le sue osservazioni, il problema è anzitutto di natura morale, perché se i ricchi conoscessero e si interessassero realmente delle condizioni di vita dei poveri e, al tempo stesso, i poveri non fossero spinti dall’odio e dal risentimento, la società potrebbe migliorare. L’autrice condanna infatti ogni forma di violenza, sia quella esercitata dai padroni sia quella a cui ricorrono alcuni lavoratori (noteremo infatti un suo atteggiamento molto critico nei confronti dello sciopero a opera degli operai). Tuttavia, la sua è una prospettiva che rischia di porre sullo stesso piano due realtà, e due sentimenti, profondamente diversi. La violenza degli operai nasce infatti come risposta a una condizione di sfruttamento, povertà ed esclusione, mentre quella dei proprietari si manifesta come espressione del potere economico e sociale che vuole mantenere e alimentare tali disuguaglianze.

Merito a metà

Il grande merito di Elizabeth Gaskell è senza dubbio quello di aver dato voce a una classe sociale fino ad allora marginalizzata nella narrativa e di averla resa la vera protagonista di Mary Barton e di altre opere successive, tuttavia, non riesce a comprendere fino in fondo la dimensione politica della protesta operaia. Lo suggerisce già la prefazione al romanzo, nella quale la violenza esercitata dalla classe lavoratrice appare associata a una forma di peccaminosa “vendetta”: «non sta a me giudicare se le amare proteste contro l’indifferenza che subivano da parte dei ricchi – soprattutto dei padroni, di cui avevano aiutato a creare le fortune – fossero o non fossero fondate. Sarà sufficiente dire che tale convinzione della ingiustizia e dell’asprezza che subiscono dai loro fratelli vizia quella che potrebbe essere rassegnazione alla volontà di Dio, e la trasforma in desiderio di vendetta per troppi, tra i poveri operai di Manchester privi di istruzione». Questa interpretazione sembra confermata anche dalla direzione che il romanzo assume dopo il fallimento dello sciopero, quando l’attenzione si sposta progressivamente dalla lotta collettiva verso una riflessione di carattere morale e individuale.

Quella di Elizabeth Gaskell è quindi una proposta conciliatrice e, seppur animata da un forte intento umanitario, non coglie però l’asimmetria che caratterizza il rapporto tra le due classi. L’autrice non mette in discussione il sistema capitalistico in sé, ma auspica che esso diventi più umano, fondato su rapporti di maggiore comprensione reciproca e giustizia.  Ma questa è una prospettiva in parte utopica. Se, infatti, il capitalismo si fonda su profondi squilibri di potere e sullo sfruttamento della forza lavoro, è legittimo chiedersi fino a che punto sia possibile renderlo realmente più giusto senza modificarne le strutture fondamentali: «a noi ci hanno inchiodati al salario più basso per farsi una fortuna e costruirsi le loro belle case, e tanti di noi muoiono di fame. Non ti pare che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo?» dirà John Barton.

Contraddizioni

Il destino di John Barton rappresenta una delle più grandi contraddizioni del romanzo. Inizialmente presentato come colui che meglio di altri riesce a comprendere le ingiustizie e le contraddizioni della società industriale, John diventa progressivamente il simbolo della rabbia e della disperazione della classe operaia. Tuttavia, proprio nel momento in cui questa rabbia assume una dimensione politica, il personaggio viene progressivamente isolato e, forse, giudicato. Da portavoce delle sofferenze dei lavoratori e figura inizialmente positiva, John viene trasformato in un uomo consumato dalla colpa e dalla miseria.  Certo, non intendo ignorare il contesto storico in cui Gaskell scrive. Mary Barton viene pubblicato nel 1848, in un momento in cui una prospettiva marxista sulla società capitalista non si era ancora affermata come principale strumento di interpretazione delle dinamiche di classe. Il tentativo dell’autrice di portare al centro della narrativa la vita, le sofferenze e le rivendicazioni della classe operaia rappresentava dunque, per l’epoca, un gesto letterario e sociale di grande rilevanza. Allo stesso tempo però, osservato con una sensibilità contemporanea, il romanzo rivela alcuni limiti ideologici.

Un meccanismo triste e attuale

Al di là della lettura politica, il romanzo – pubblicato da Elliot con la traduzione di Fedora Day – offre anche una riflessione importante sui rapporti tra uomini e donne e sulle dinamiche di potere all’interno delle relazioni. Il romanzo mostra il prototipo dell’uomo che non sa accettare un no come risposta. Dei due uomini interessati a Mary, non se ne salva davvero nessuno. Quando Mary rifiuta una richiesta di matrimonio, il suo pretendente afferma: «Mary! Forse un giorno ti diranno che sono diventato un ubriacone, forse un ladro o un assassino. Ricorda allora! Tu sola tra tutti non avrai il diritto di biasimarmi, perché sarà stata la tua crudeltà a fare di me quello che diventerò». Questa frase è un esempio di un meccanismo che oggi definiremmo manipolazione emotiva. L’uomo rifiuta di assumersi la responsabilità delle proprie azioni future e la trasferisce interamente sulla donna. Se diventerà violento, criminale o autodistruttivo, non sarà per una sua scelta, ma perché Mary lo ha rifiutato. In altre parole, la libertà della donna viene trasformata in colpa. Mary non è libera di dire “no” senza che quel rifiuto venga interpretato come un torto, un’offesa tale da giustificare persino la degenerazione morale dell’uomo. È un meccanismo ancora estremamente attuale. Ancora oggi, dopo episodi di stalking, femminicidio o violenza nelle relazioni, capita di sentire narrazioni che attribuiscono implicitamente alla donna una parte della responsabilità. Inoltre, questa frase riflette una concezione dell’amore profondamente patriarcale. L’uomo non riconosce Mary come un soggetto libero, capace di scegliere chi amare. Il suo rifiuto viene percepito come un’ingiustizia personale. La donna avrebbe il dovere di ricambiare i sentimenti maschili o, quantomeno, di farsi carico delle conseguenze del proprio rifiuto. È un meccanismo che rappresenta, molto semplicemente, l’incapacità di alcuni uomini di accettare il rifiuto femminile senza trasformarlo in una ferita narcisistica da imputare alla donna stessa. Non sorprende infatti una frase molto inquietante pronunciata dallo stesso personaggio: «Piuttosto Mary fredda in una tomba che Mary legata a un altro uomo».

Punti di forza e limiti

Nel complesso, Mary Barton è un romanzo che ho apprezzato. Al di là delle mie riserve, è stata una lettura che mi ha tenuta incollata alle pagine. Allo stesso tempo, però, credo che il libro mostri anche i limiti di un’opera prima. Avendo letto anche Gli innamorati di Sylvia, ho avuto l’impressione che lì Gaskell abbia raggiunto una maggiore maturità sia nello stile sia nella costruzione narrativa. In Mary Barton, invece, la seconda parte perde parte della forza della prima. È questo l’aspetto che mi ha lasciata più insoddisfatta. La storia parte con un’enorme ambizione sociale e politica, ma, almeno ai miei occhi, non riesce a portarla fino alle sue estreme conseguenze. Rimane comunque un’opera fondamentale, sia per comprendere la narrativa sociale vittoriana sia per la capacità di raccontare le vite di chi il progresso lo ha costruito con il proprio lavoro, senza poterne godere davvero i frutti.

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