Luogo natale, patria perduta, ultima fermata dell’esistenza di Ingeborg Bachmann è la cittadina austriaca in cui nacque. “Un viaggio a Klagenfurt” di Uwe Johnson torna sui passi dell’amica scrittrice, ricostruendone in una biografia anomala i frammenti di vita, le idiosincrasie e le passioni…
Ingeborg Bachmann, considerata una delle più importanti voci letterarie del Novecento europeo, è nata il 25 giugno 1926 a Klangenfurt, capoluogo del Land austriaco della Carinzia. Per celebrare il centenario della sua nascita L’orma editore, a maggio, ha rieditato, nella traduzione che nel 1988 ne fece Luigi Reitani per la prima edizione italiana, Un viaggio a Klagenfurt. Sulle tracce di Ingeborg Bachmann (144 pagine, 18 euro), l’originale biografia che l’amico scrittore Uwe Johnson redasse dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 17 ottobre 1973.
Il volume è impreziosito dalla postfazione di Reitani all’edizione dell’88 e dalla recensione che Heinrich Boll scrisse nel novembre 1974 in occasione della pubblicazione in tedesco dell’opera.
Un’antibiografia
Un viaggio a Klagenfurt è, al tempo stesso, un ottimo esempio di biografia, pur restando una sorta di antibiografia, in quanto costituita dai frammenti — i cocci — che della vita di Bachmann e, soprattutto, della sua indole, delle sue scelte e dei suoi scritti Johnson ravvisò nel contesto in cui la scrittrice ebbe i natali e crebbe, nel corso del viaggio che egli fece appunto a Klagenfurt, subito dopo la scomparsa dell’amica. L’intento di Johnson nell’intraprendere quel viaggio era innanzitutto quello di saziare la propria curiosità di saperne di più, a cominciare dal «sapere con esattezza da dove venisse» Bachmann, per potere non solo restituirne la figura a chi non avesse avuto la fortuna di conoscerla, ma forse, soprattutto, per potere personalmente rielaborare il lutto per la sua perdita, lasciandola andare attraverso quella che poteva essere la trascrizione su carta di ciò che era stata, passioni, idiosincrasie, cesure comprese.
Le origini dell’amica
Quella di Johnson è una biografia anomala, in quanto nel testo l’autore ricorre e cita ogni sorta di fonte — guide turistiche, stampa locale, mappe cittadine, orari ferroviari, toponomastica, fonti letterarie — per rintracciare le origini dell’amica e delinearne la natura, in base non solo alla descrizione oggettiva e pacata — “discreto” e “delicato”, definisce Boll lo scritto — della cittadina e dei suoi abitanti, ma anche attraverso l’inserimento quasi centellinato e parcellizzato di pensieri, parole, scritti dell’autrice — “Si dovrebbe essere soltanto e unicamente uno straniero per riuscire a sopportare un luogo come Klagenfurt più a lungo di un’ora” —, per giungere, in definitiva, a metterne in luce l’estremo paradosso esistenziale: Bachmann è morta a Roma, ma non vi riposa, è sepolta a Klagenfurt.
Quel dolore precoce
All’inizio degli anni Settanta la città punta molto, se non tutto, sul turismo e sembra avere dimenticato non solo i natali di quella che sarà considerata la più importante poetessa e scrittrice di lingua tedesca del secolo, ma anche di avere celebrato con estremo giubilo l’Anschluss — l’annessione dell’Austria alla Germania — e il cosiddetto “plebiscito” con cui il regime nazista legittimò, a cose fatte, quella che di fatto era stata un’occupazione militare, che tuttavia non aveva incontrato alcuna opposizione da parte delle autorità e neppure della popolazione, anche a Klagenfurt, dove, come nel resto del Paese, folle festose e festanti avevano accolto l’ingresso delle truppe naziste. Tale contrasto riverbera e stride nell’esistenza di Bachmann, che in un’intervista del ’71, in relazione a quelle giornate del 1938 dichiarò: «C’è stato un momento determinato che ha distrutto la mia infanzia: l’ingresso delle truppe di Hitler a Klagenfurt. Fu qualcosa di così orribile che i miei ricordi iniziano con questo giorno: con un dolore troppo precoce, e con un’intensità che forse in seguito non ho mai più provato. Certo, io non compresi l’evento come avrebbe potuto comprenderlo un adulto. Ma quell’immane brutalità, che era percepibile, quel vociare, quel cantare e marciare — il sorgere della mia prima angoscia mortale.”
La fuga a Roma
Le riflessioni di Ingeborg Bachmann, le sue annotazioni, le citazioni tratte dai suoi libri costellano, o meglio, emergono in contrappunto all’abominio che avanza e si afferma nella cittadina austriaca, nell’entusiasmo generale, e ciò aliena definitivamente la scrittrice da quella terra, la propria città e la sua gente.
Così si origina, e si spiega, l’esigenza di trasferirsi per anni a vivere a Roma — una fuga —, dove Bachmann nei primi tempi scriveva nottetempo per ore sulla sua macchina da scrivere, disturbando i vicini, che si lamentarono persino con le forze dell’ordine, in quella che fu la stagione in cui Inge creò le sue opere e i suoi scritti migliori. Anche se lontana, anche se scriveva in lingua tedesca in una città e «in un ambiente linguisticamente estraneo», Klagenfurt non scomparve dal suo orizzonte interiore e neppure dal suo immaginario letterario: scrisse infatti in una lettera del 1970: «[…] mettere alla prova i luoghi della giovinezza […]: essi vivono nel ricordo nel migliore dei modi, e anche nel più utile».
La destinazione finale
Klagenfurt rappresentò per Ingeborg Bachmann «la patria perduta», sulle cui tracce, a detta di Boll, Johnson si mise in viaggio, per prenderne, riuscendovi, “le misure”. Essa restò dunque, inevitabilmente, la destinazione finale della scrittrice, quella della sua sepoltura, nonostante lei stessa, in Quel che ho visto e udito a Roma, avesse scritto: «A Roma, di prima mattina, mi sono affacciata dal Cimitero Protestante verso il Testaccio, e vi ho lanciato contro i miei affanni. Chi si prende cura di grattare la terra scopre lì sotto quelli degli altri. Per il cimitero che cerca un’ombra sotto le mura aureliane, i cocci del Testaccio non sono esattamente contati, ma insufficienti. Il monte si stringe all’orecchio, una nuvola come una grande conchiglia, non ascolta che un suono».
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