“A Rimini con Federico Fellini” di Laura Gramuglia racconta i luoghi del cineasta romagnolo, disseminati in tutti i suoi film, come una provincia che è radice e madre ma anche legame da recidere, una città amata e odiata…
La già ricca collana ideata da Giulio Perrone Editore Passaggi di dogana si arricchisce di un altro titolo, il quale rende giustizia a una città e a quello che va considerato il suo figlio più illustre: Federico Fellini e Rimini, un connubio inscindibile per un viaggio nella città romagnola e nell’arte e la biografia di uno dei più grandi maestri del cinema. Rimini non era infatti ancora stata toccata dall’affascinante collana di Perrone che associa città e luoghi del mondo a alcuni dei suoi più grandi interpreti e cantori nel campo della letteratura e delle arti. A quelle più presenti, Parigi su tutte, che possiamo visitare seguendo le orme di Marcel Proust, come pure Serge Gainsbourg o Colette, o a Roma con Alberto Sordi, Buenos Aires con Borges o Los Angeles con Marylin Monroe o Charles Bukowski, solo per citarne alcune, finalmente, grazie al lavoro di Laura Gramuglia, dj, autrice e conduttrice radiofonica e attiva operatrice culturale, si aggiunge il volume dal titolo A Rimini con Federico Fellini, viaggio fantastico tra sogno e memoria (144 pagine, 16 euro).
L’incanto
La domanda che viene da porsi è la seguente: c’era bisogno di un altro libro su Federico Fellini? Un cineasta, fra i più grandi di sempre, la cui bibliografia è sterminata, del quale si sa tutto o quasi, le cui interviste non si contano, che è stato affrontato dai più disparati punti di vista. La risposta non può essere che positiva se un libro come quello di Laura Gramuglia, grazie anche al seducente e originale taglio della collana, riesce a rendere l’incanto e quel senso che è espresso bene nel sottotitolo del volume: Un viaggio tra sogno e memoria, a Rimini, in uno spazio reale e un non luogo, «un teatro di posa perennemente allestito nella memoria di Federico Fellini» (dalla quarta di copertina), un viaggio dell’anima con un maestro della settima arte nel cuore della provincia che con l’onirica suggestione del suo linguaggio ha saputo rendere universale.
Da una certa distanza
Il rapporto di Fellini con la sua città di origine, espressione di una provincia che è radice e madre ma anche legame da recidere, Fellini vi nasce nel 1920 e la lascerà nel 1939 muovendo verso Roma per seguire la sua vocazione artistica facendovi ritorno solo saltuariamente, è sempre stato ambivalente ed è la conferma che le cose rifulgono nella loro bellezza solo a uno sguardo da una certa distanza che si fa ricordo e memoria e diventa traccia universale al di là di ogni particolarismo o marginalità, e Rimini è la caput mundi del regista, fa la comparsa in tutti i suoi film ed è la radice della sua “romagnolità”, oltre che archetipo universale, una provincia che è riconoscibile da qualunque latitudine e che fa di Fellini il modello del provinciale del mondo, che alla provincia con le sue visioni ha reso dignità e che oggi conserva ovunque le tracce del suo figlio più illustre, dalla toponomastica al Fellini Museum fino ai luoghi iconici e dell’anima che ritroviamo nei film, dal mitico cinema “Fulgor” nel quale a fronte della composizione delle locandine dei film si guadagnava l’ingresso omaggio durante la sua adolescenza, al Grand Hotel, simbolo fiabesco di lusso, sfarzo e mondanità, e tardivamente buen ritiro del regista, quel miraggio di eleganza e lusso che il giovane Fellini poteva solo sbirciare dietro le siepi dell’inaccessibile giardino. Una città a due facce, come nella sua topografia, con la ferrovia che la divide in due, da una parte quella rivierasca e abbagliante dei riti del turismo balneare, dall’altra, oltre la ferrovia, verso l’interno, quella storica, sicuramente più anonima e misconosciuta seppur di valore, tutti i luoghi dell’anima del giovane Fellini, dalle scuole frequentate alle innumerevoli case cambiate dalla famiglia durante i primi anni di vita del giovane Federico, fino alla sua partenza del 1939. Una dualità della città che si manifesta anche dal punto di vita temporale, quella tra i mesi estivi con lo scintillio delle estati del turismo balneare e quelli invernali delle nebbie della campagna, le stesse luci e ombre che troviamo nell’animo del grande maestro riminese.
Un autobiografismo sempre presente
Il mondo di Fellini inizia a Rimini che ne conserva le tracce e si rivela a Roma e il libro lo racconta seguendo ciò che il Maestro ha lasciato disseminato nei suoi film, a partire dai più autobiografici quali Amarcord e I vitelloni. Un autobiografismo sempre presente, associato a un simbolismo di stampo surrealista alla Buñuel o alla Dalì, le cui poetiche sono sempre presenti in Fellini e ne determinano il fascino imperituro. Un esempio ne è il rinoceronte della copertina del libro di Laura Gramuglia. Cosa significa quel rinoceronte? Se ne potrebbe cercare una lettura in chiave psicanalitica, e il mondo della psiche e del profondo nei suoi film, che possono essere definiti dei sogni per immagini, è sempre presente, affidandosi a quello che fa la comparsa sulla prua della nave in E la nave va, richiamato anche simbolicamente negli spazi museali dedicati al Maestro, oppure partire dall’immagine del mare che tocca la città romagnola e un rapporto con esso dalle profonde implicazioni per Fellini che dirà:
Rimini è un pastrocchio confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro, questo vuoto aperto del mare.
Quel mare della sua amata e abbandonata Rimini osservato dalla “palata”, la grande passeggiata del molo, quella città che ritorna costantemente nella sua opera e che il libro di Laura Gramuglia pur nella particolarità di una terra ha il merito di raccontare con un respiro universale, grazie all’opera di un grande del cinema, partendo dalle sue prime esperienze nei piccoli e scalcinati cinema locali, alla sublime fascinazione per il circo che arrivava come una carovana miracolosa a illuminare di mirabolanti figure le città di provincia come quella riminese nel periodo tra le due guerre e alimentando la sua già fervida immaginazione.
I sodalizi
Non secondario è il resoconto delle collaborazioni, i sodalizi o solo gli incontri e le amicizie di una vita con le più svariate personalità delle arti, a partire da Nino Rota compositore delle colonne sonore di gran parte dei suoi film ma anche quelle più occasionali come con Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Mollica o con la poetessa Rosita Copioli, attenta studiosa e conoscitrice del maestro al cui rapporto è dedicato un intenso e affascinante capitolo del libro, e naturalmente all’incontro con Giulietta Masina e il loro incanto nell’assistere al teatro dei burattini, un coacervo di ispirazione per la celebre coppia.
Il fantastico mondo
Il volume include anche una sorta di visita virtuale al Fellini Museum di Rimini, guidati dal suo direttore Marco Leonetti, in realtà un museo diffuso in tutta la città perché Fellini ha disseminato Rimini di un valore simbolico e la città lo riconosce oggi come parte del suo corredo genetico, a partire da un film come Amarcord ove non sono le pur presenti coordinate topografiche a avere importanza quanto il pathos e il sentimento del valore del ricordo e della visione, in un film che come suggerisce Tonino Guerra «pare aver reso l’infanzia al mondo» e dove la amata e odiata e fuggita Rimini con la onirica e pittoresca galleria di personaggi assume una valenza universale, una Rimini che per Fellini costituisce una sorta di camera oscura, dove la memoria si sviluppa e diventa visione. Una vocazione pittorica più che letteraria la sua e che si esprime in tutti i suoi film, un lungo piano sequenza con una speciale attenzione a dettagli e sfumature di immagini sognanti per dare corpo a fantasie con al centro una semioscurità da illuminare, lui eminente rappresentante di una sorta di “emilianità” delle arti, con particolare riguardo a quella cinematografica che arriva fino alla Romagna e al mare partendo dal piacentino con Marco Bellocchio per passare alla Luzzara di Cesare Zavattini, approdare alla Parma di Bernardo Bertolucci, fino alla Carpi di Liliana Cavani e alla Ferrara che traspare nella ricerca interiore dei film di Michelangelo Antonioni, forse una comune appartenenza non casualmente geografica ma data da un comune sentire sullo sfondo delle pianure sconfinate, dei fossi e dei canali con le loro immense solitudini, silenzi e suggestioni malinconiche, le stesse immortalate e narrate da Luigi Ghirri e Gianni Celati, fino ai piccoli bar e gli stravaganti avventori dei paesini di provincia che parlano dell’irripetibile e variopinta commedia umana, la stessa che ha sempre rappresentato Federico Fellini con i suoi film, e che il libro di Laura Gramuglia ha il merito di saper rendere con questo bellissimo strumento tra i tanti già presenti per entrare, partendo dalla sua città, nel fantastico mondo di un maestro della settima arte, o meglio dell’arte tout court.
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