Un libro di disperata speranza, di violenza e tenerezza, è “Il finimondo” di Antonio Moresco, nuova versione di una novella pubblicata nel 2022. Per temi e scrittura, Moresco si conferma un corpo estraneo al sistema letterario italiano. Immagina una metropoli ultraterrena e una fitta rete di incontri, monologhi, dialoghi e vere proprie interviste con personaggi eccellenti, da Dante a Maradona, a Pinocchio…
Premiato da poco anche Michele Mari con lo Strega, forse manca solo Antonio Moresco fra i grandissimi scrittori italiani a non essere stato “abbracciato” dalla società letteraria di casa nostra. E non è detto che avvenga, anche perché lo scrittore originario di Mantova vanta una sola partecipazione allo Strega (che ha definito «un gioco truccato»), senza il raggiungimento della cinquina, e ha giurato di non riprovarci più. Nel paesaggio letterario italiano contemporaneo, dove molte voci si assomigliano, Antonio Moresco continua a rappresentare una presenza inquietante, quasi un corpo estraneo che il “sistema” non riesce a digerire. Il suo curriculum, è noto, è stato a lungo anomalo, solitario e accidentato.
Scrittura viscerale e non alla moda
Classe 1947, dopo rifiuti e umiliazioni, ha esordito a 45 anni, con un volume di racconti per Bollati Boringhieri, Clandestinità. Da allora Moresco è stato protagonista degli ultimi tre decenni della letteratura italiana, pubblicando libri con grandi e piccoli editori, non senza incidenti di percorso. Piccolo esempio? I due. Le miserabili e mirabili gesta di uno scrittore e del suo traduttore, bel volume pubblicato da Dario Voltolini nella sua collana di Hopefulmonster, era stato sdegnosamente rifiutato da un grande editore milanese. Come sempre Moresco ha tirato dritto. Una vita che non si è piegata alle convenzioni, una scrittura discussa e divisiva, che ha rifiutato i compromessi, troppo viscerale, troppo lontana dalle mode del momento, troppo ostinata nel suo rifiuto della medietà, che spaventa chi cerca conforto nelle pagine piuttosto che uno specchio in cui riconoscere la propria vigliaccheria.
Un libro vero non è mai finito
Un’ennesima prova di chi è Antonio Moresco e di cosa è capace di scrivere è Il finimondo (176 pagine, 18 euro), pubblicato in una nuova edizione da Nutrimenti. Il libro, in una versione più ridotta, era stato pubblicato nel 2022 da Tetra (ne abbiamo scritto qui). Si tratta di un’operazione che non è semplice ristampa ma riscrittura, ampliamento, trasformazione di una novella in un’opera di respiro più ampio. Non è la prima volta che Moresco torna sui propri passi: solo per fare un paio di esempi, Canti del caos è uscito in due parti prima di trovare la sua forma unitaria, Lettere a nessuno è stato ripubblicato con ampie aggiunte. Moresco è solo cronologicamente uno degli ultimi scrittori secondo cui la letteratura vera non conosce il concetto di versione definitiva, che ogni libro è una tela di Penelope che si disfa per essere ritessuta. Più che perfezionismo, è la consapevolezza che un libro vero non è mai finito, è una tappa provvisoria in un cammino senza fine, un rifiuto della fretta e dell’approssimazione, un gesto di fedeltà alla propria arte.
Un visionario affresco
Opera autonoma, ma evidentemente imparentata con Gli increati, Il finomondo ne condivide l’ambientazione: una caotica e auto-fagocitante Città dei morti. La struttura è quella di un reportage impossibile: il caposervizio alla Cultura di un giornale, mosso dal desiderio di un’esclusiva mondiale, incarica lo stesso Moresco di recarsi nell’aldilà per raccontare l’irraccontabile. È un espediente narrativo che permette all’autore di tessere una rete di incontri, dialoghi, monologhi, interviste con personaggi reali e di fantasia, vivi e defunti, che popolano questa metropoli ultraterrena. Dante abita al nono piano di un caseggiato di periferia insieme a una ballerina di carta in fiamme. Pasolini vaga per le strade con la sua irriducibile scontrosità. Pinocchio offre il suo naso di legno come bussola morale. Freud analizza nevrotici illustri, tra cui lo stesso Dante. Maradona, in cura presso lo psicanalista viennese, continua a insegnare che il pallone non si sporca, che il gioco è puro, che esiste sempre qualcosa che il male non può raggiungere. Dostoevskij, Fausto Coppi, Elvis Presley, Gesù: tutti affollano le pagine di questo libro come in un grande affresco grottesco e visionario.
I morti non hanno imparato dalla morte
La città dei morti descritta da Moresco non è l’Ade classico, non è l’inferno dantesco, non è il regno delle ombre omerico. È una città contemporanea, sovraffollata, caotica, che assomiglia inquietantemente alle nostre metropoli decadenti. Grattacieli fatiscenti, periferie senza fine, traffico di anime, inquinamento spirituale. È il mondo dei vivi proiettato oltre la soglia della morte, come se la fine biologica non fosse che un cambio di indirizzo, un trasloco in un altro quartiere della stessa città malata. E qui sta la genialità perturbante del libro: Moresco non usa l’aldilà come metafora consolatoria, ritenendolo il prolungamento naturale, l’emblema finale della città dei vivi, con i suoi vizi, le sue miserie, la sua incapacità di cambiare. I morti non hanno imparato nulla dalla morte. E i vivi, lettori complici di questo viaggio, si ritrovano allo specchio senza filtri, nudi di fronte alla propria inconsistenza morale. La voce narrante è pungente, feroce, onesta, capace di passare dal grottesco al lirico in un attimo, dall’ironia amara alla disperazione più nera. Ci sono pagine di una violenza comunicativa rara, dove il capitalismo, la politica, la cultura di massa vengono messi a nudo con un cinismo che brucia. E ci sono pagine di una tenerezza inaspettata, sulla solitudine dell’uomo contemporaneo, sulla difficile ricerca di senso. Per questo Il finimondo di Antonio Moresco è uno splendido libro di disperata speranza, un libro sulla fine e su ciò che viene dopo, ma anche un libro sulla possibilità di un nuovo inizio.
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Finalmente