Tre donne e la scrittura come mezzo per guardarsi oltre il ruolo che il carcere ha assegnato loro. Ne scrive Valerio Callieri in “AS3” che, sul confine tra realtà e narrazione, racconta di Anna Monica e Virginia e di come, dietro ogni condanna, ci sia ancora una vita…
Statevi zitte perché vi dico l’unica cosa che so…Io non so niente, ma so che siamo diventate qualcosa. Perché ci stiamo legando con cose che non si raccontano. Quando le parole non si appiccano sulle cose è un problema. Le cose diventano sempre più grandi. E perdono quasi i confini. E ci perdiamo pure noi là, dentro quelle cose. Però adesso mi sembra che crescono di meno, soprattutto le mie. E questa è l’unica cosa che so. E no, non sono scema, e gli occhi degli altri mi fanno meno paura.
La vita di un lettore è fatta di molte prime volte e di incontri inaspettati, e questa è stata una prima volta particolare: entrare in un carcere (letterariamente parlando, si intende) e attraversare la sezione di Alta Sicurezza di Rebibbia attraverso le parole di chi quelle mura le vive ogni giorno. Tra le pagine di AS3 di Valerio Callieri, (204 pagine, 16.50 euro), edito da Fandango, ho incontrato Anna, Monica e Virginia: tre donne dai vissuti profondamente diversi ma accomunate dalla stessa necessità, quella di affidare al racconto il compito di restituire ciò che il carcere rischia di sottrarre insieme alla libertà: una voce. Callieri sembra sottrarsi alla tentazione più prevedibile: quella di semplificare. Non costruisce vittime impeccabili, né prova a rendere le sue protagoniste più assolvibili di quanto siano. Le lascia dove sono, dentro tutte le loro contraddizioni, con il peso delle scelte compiute e tutto ciò che una condanna, da sola, non basta a raccontare.
Il passato, fra crimini e figli
Anna, Monica e Virginia restano donne imperfette, a tratti scomode, ma proprio per questo profondamente umane e, soprattutto, degne di essere ascoltate. Anna è un’ex trafficante internazionale di cocaina che si trova a fare i conti non solo con il carcere ma soprattutto con la distanza dalla figlia Veronica. Il problema non è soltanto il tempo che le separa, ma tutte le versioni di Anna che sono arrivate prima di lei: quelle raccontate dagli altri. Attraverso la scrittura prova quindi a riprendersi uno spazio di parola e a consegnare alla figlia una storia diversa, non necessariamente più giusta, ma sicuramente più intima e personale. Virginia porta con sé un passato segnato dalla violenza e dalla povertà, insieme alla paura di un futuro fuori dal carcere ancora tutto da inventare. Monica, invece, concentra gran parte delle sue preoccupazioni sul figlio e sul timore di non riuscire più a proteggerlo. In carcere si condivide praticamente tutto: gli spazi, i tempi, la quotidianità. Eppure condividere una stanza non significa necessariamente condividere qualcosa di sé. Le distanze più difficili da superare non sono quelle fatte di muri e cancelli, ma quelle che ci si porta dentro, costruite negli anni per proteggersi da delusioni, abbandoni e tradimenti.
Il concorso di scrittura a Rebibbia
È forse proprio questo l’aspetto più interessante del percorso di Anna, Monica e Virginia: il modo in cui, attraverso il racconto, iniziano lentamente a guardarsi oltre il ruolo che il carcere ha assegnato loro. Non più soltanto detenute, ma donne con un passato, delle responsabilità e anche una parte di sé che non il carcere non è stato in grado di cancellare. Il concorso di scrittura diventa il punto di partenza di questo avvicinamento. Certo, il premio in palio — una giornata fuori dal carcere con una persona cara — ha la sua importanza, ma il vero valore dell’esperienza arriva forse dopo, quando le loro storie iniziano a circolare e la parola diventa un piccolo spazio di incontro, avvicinandole e intaccando pian piano quella solitudine a cui sono costrette.
Una persona non è il proprio errore
Nato dall’esperienza di Callieri come insegnante di scrittura nella sezione femminile di Alta Sicurezza di Rebibbia, AS3 abita quel confine, sempre sfumato, tra realtà e narrazione. Ed è forse proprio lì che trova la sua voce: restituendo spazio a chi, di solito, resta ai margini. Al lettore non viene chiesto di dimenticare le colpe delle protagoniste, ma semplicemente di accettare una verità: una persona non può essere ridotta solo al proprio errore. In un luogo costruito per separare e isolare, Callieri affida alla parola la possibilità di creare un piccolo varco, fragile, imperfetto, ma abbastanza grande da ricordarci che dietro ogni condanna continua a esistere una vita.
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