Gospodinov, il giardiniere muore ma il giardino è immortale…

“Il giardiniere e la morte” è una delle classiche narrazioni ibride del grande scrittore bulgaro Georgi Gospodinov, un dialogo col padre morto, il ricordo della sua maniacale cura del proprio giardino, un antidoto alla morte di struggente malinconia…

91 capitoli e un epilogo: Questa l’architrave de Il giardiniere e la morte (195 pagine, 19 euro), tradotto da Giuseppe D’Agata per Voland, l’ultimo romanzo dello scrittore bulgaro Georgi Gospodinov. Come nei successi precedenti (Fisica della Malinconia o Cronorifugio, giusto per citarne due) anche qui Gospodinov intesse una narrazione “ibrida”, lontana dalla struttura del “romanzo tradizionale”, qualunque cosa la definizione voglia rappresentare o racchiudere, per parlare del rapporto con suo padre, appassionato di giardinaggio, e del doloroso percorso che porterà il genitore alla morte. («Questo libro non ha un genere facile” scrive Gospodinov “come non ha genere la morte. Come la vita. E il giardino? Forse è esso stesso un genere o raccoglie in sé tutti gli altri. Romanzo elegiaco, romanzo memoir o romanzo giardino»).

Un’aderenza emotiva

Pagina dopo pagina, Gospodinov dialoga con il genitore ma anche con il lettore e con il pubblico in generale, rompendo quella barriera che dovrebbe separare il fruitore del libro dall’autore, (del resto, come fa dire spesso al suo alter ego Gaustin, il romanzo «non è ariano») e facendo sì che si crei un coinvolgimento speciale, una aderenza emotiva talmente forte da trasportare il lettore lì dove Gospodinov si trova, nelle sue giornate, nei suoi viaggi, nelle sue riflessioni e nelle sue malinconie; a renderci partecipi, in uno slittamento quasi inconsapevole, della cura maniacale del genitore per il giardino, del modo in cui questo rappresentasse, per l’anziano, un’altra vita possibile, e della sua sofferenza, quando la malattia e il venir meno delle forze lo costringerà a «deporre la vanga» e ad affidare quell’amato spazio verde alla cura dei familiari.

Sconfiggere la morte

In mezzo a un presente doloroso, quello della malattia del genitore, trovano posto le fughe nel tempo concesse dai ricordi, l’infanzia socialista, la caduta del Muro e l’ingresso nel «tritacarne degli anni ‘90», le foto, i quaderni, le storie raccontate dal padre, intrise di una inconfondibile autoironia. E poi, su tutto, campeggia il giardino, il lascito del genitore ai figli, una commovente dichiarazione d’amore ai suoi cari. Ogni volta che loro guarderanno il giardino proveranno una malinconia struggente («La morte è un ciliegio che matura senza di te”»scrive l’autore) ma anche la consapevolezza di aver, in qualche strano modo, sconfitto la morte: «I corpi si raffreddano, i giardini si coprono di erbacce, i figli diventano orfani. E tuttavia, in un certo senso malgrado la mortalità del giardiniere, il giardino è immortale».

Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)

 

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