Testimonianza e dolore sono necessari nella lettura di “La catastròfa”, romanzo-verità di Paolo Di Stefano sulla tragedia di Marcinelle, in cui morirono centinaia di minatori, in gran parte italiani. In un raro intreccio di pathos e logos, il libro che torna in edizione accresciuta, restituisce un nome e una dignità alle vittime…
Per più di mezzo secolo la tragedia di Marcinelle, consumata l’otto agosto del 1956 nelle viscere della miniera del Bois du Cazier, non ha quasi trovato voce nei libri editi in Italia. Giusto Ignazio Buttitta, nel 1963, aveva dedicato Lu trenu di lu suli, un poemetto, al disastro consumatosi in Belgio: duecentosessantadue morti, di cui centotrentasei italiani, eppure il dolore è rimasto in gran parte sospeso in un limbo di commemorazioni rituali, discorsi istituzionali, silenzi familiari. È come se la storia avesse ingoiato quei corpi quasi senza lasciare traccia letteraria. Poi è arrivato Paolo Di Stefano, e il silenzio si è rotto. Nel 2011, per Sellerio, lo scrittore e giornalista aveva pubblicato La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956 (336 pagine, 16 euro), romanzo-verità che adesso torna in edizione accresciuta, con quattro nuove storie dall’inferno di Marcinelle. Come per il titolo, un po’ italiano un po’ francese, il linguaggio di Paolo Di Stefano si piega ai dialetti, agli slang, alle inflessioni di chi ha lasciato la Sicilia, l’Abruzzo, il Veneto per scendere nelle miniere del Belgio. Il risultato non si limita a essere il racconto di una tragedia mineraria, piuttosto è il ritratto di un’Italia che non voleva guardarsi allo specchio, e che è costretta a farlo. Lo specchio è pieno di fuliggine e di lacrime, ma riflette un riflesso che, per quanto doloroso, è necessario.
Un mosaico di voci e di documenti
Siamo davanti a un romanzo epico corale, in cui però il coro non cancella il singolo. Anzi, la struttura a più voci serve a restituire identità a chi l’industrializzazione e la storia avevano ridotto a numero. Ogni capitolo è un’incrinatura nel muro dell’anonimato. Si sentono le madri, le mogli, i compagni di squadra, i sopravvissuti, i funzionari, gli ingegneri, i giudici. Il racconto non si limita a descrivere l’incendio che divampò nel pozzo numero uno; segue le scintille fino a quando non diventarono fiamme, e le fiamme fino a quando non diventarono cenere, e la cenere fino a quando non si depositò sulla coscienza di un’intera nazione. Come un mosaico, ogni frammento, da solo, è una storia minima, ma messi insieme compongono un affresco di potenza devastante. Tra le voci umane, Di Stefano ha inserito qualcosa di ancora più inquietante: i documenti. Ci sono gli atti processuali, i rapporti tecnici, le deposizioni, le perizie. Questo materiale, spesso agghiacciante nella sua freddezza burocratica, funziona da contrappunto al calore del dolore familiare. Se le madri piangono con parole roventi, i funzionari descrivono la morte con termini di refrigerazione industriale. Questo intreccio tra pathos e logos è il cuore pulsante del libro.
Non un incidente, ma la conseguenza di un sistema
Il processo è uno degli snodi più drammatici del libro. Non si tratta solo di stabilire colpe e responsabilità, ma di capire se fosse possibile, per una società, ammettere che la vita di un minatore italiano valeva meno del carbone che estraeva. Di Stefano ricostruisce l’iter giudiziario con la precisione del cronista e l’empatia del romanziere. Le difese, le deposizioni, le contraddizioni, le sentenze. Tutto converge verso una verità scomoda: la tragedia non fu un incidente, fu la logica conseguenza di un sistema che considerava gli operai come materiale umano sacrificabile. Il processo non fu solo giudiziario, fu politico, sociale, antropologico. E il libro lo racconta senza retorica. Per questa nuova edizione Paolo Di Stefano ha scavato ancora, ha trovato altre voci, altre storie, altri silenzi da rompere, carne viva, memoria che si espande perché il lutto non ha confini definitivi. Ogni nuova testimonianza è un atto di resistenza contro l’oblio. È un volume di assoluta sobrietà stilistica, una scelta all’altezza della materia, e la materia è cruda, densa di umanità: quando le voci dei morti risuonano con tale chiarezza, il reportage diventa canto, l’inchiesta diventa elegia.
Un avvertimento per il presente
Chi legge La catastròfa non è più un semplice lettore. Diventa testimone, complice, erede di una memoria che altrimenti sarebbe scomparsa. Ogni pagina ricorda che quegli uomini sono morti perché qualcuno ha deciso che il profitto venisse prima della sicurezza, e questa logica non è affatto superata. Non ci sono paralleli espliciti con il presente, ma dinanzi a una ricostruzione del genere il lettore non può fare a meno di interrogarsi. La catastrofe di Marcinelle non è un evento storico chiuso in un museo: è un avvertimento, una ferita che continua a suppurare nella carne del lavoro contemporaneo. Settant’anni dopo, i fantasmi di Marcinelle sono ancora lì e Paolo Di Stefano ha voluto restituire loro un nome, una storia, una dignità. Solo attraverso il recupero del passato si può costruire un futuro meno crudele. Questo lavoro non finisce mai, ogni generazione deve riprenderlo e portarlo avanti, è un gesto di civiltà, in un tempo che sembra aver dimenticato cosa significhi essere civili.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

