Un duca italiano che parla da un tempo sospeso in cui il Cinquecento, e in particolare un Rinascimento crepuscolare, si sovrappone alla modernità, un insieme di sculture bizzarre, e un racconto di prosa magniloquente. È un evento il ritorno in libreria di “Bomarzo” dell’argentino Manuel Mujica Lainez, opera che non somiglia a nessun’altra. Realtà e allucinazione, inconscio e storia, in cui sfilano alti prelati e condottieri, artisti e alchimisti…
C’è un paradosso sottile che attraversa le prime pagine Bomarzo (778 pagine, 25 euro) dell’argentino Manuel Mujica Lainez, che le edizioni Sur riportano in libreria con la traduzione di Cesco Vian. È la scelta di far parlare chi non dovrebbe più avere voce. Pier Francesco Orsini, duca di Bomarzo, racconta la propria esistenza dal vertice di un’eternità liquida, un tempo sospeso in cui il Cinquecento italiano si sovrappone alla modernità. La voce che risuona nella narrazione non appartiene a uno storico che ricostruisce i fatti, né a un narratore onnisciente di stampo ottocentesco; è la voce stessa del duca che, scampato alla morte grazie a un elisir magico o forse condannato a una sopravvivenza spettrale, osserva i secoli scorrere mentre riconosce il proprio volto scolpito nella roccia. Il passato, così, viene vissuto come una confessione autobiografica in cui l’autore e il protagonista finiscono per sovrapporsi. L’espediente del narratore immortale permette al racconto di muoversi con assoluta disinvoltura tra i fasti delle corti rinascimentali e le intuizioni del Novecento, creando una tensione costante tra il dato documentario e l’invenzione fantastica e una trama fittissima di riferimenti pittorici, intrighi dinastici e fascinazioni esoteriche.
Il romanzo storico sposa l’immaginario fantastico
Il ritorno in libreria di Bomarzo è un evento da non lasciarsi sfuggire. La pubblicazione dell’opera, avvenuta nel 1962, colloca Manuel Mujica Lainez in una posizione eccentrica rispetto al panorama letterario sudamericano del suo tempo. Mentre i suoi contemporanei davano vita al fenomeno del Boom latinoamericano con romanzi incentrati sulla denuncia sociale, la realtà politica del continente o lo sperimentalismo formale, Manuel Mujica Lainez – di origini aristocratiche, cresciuto tra biblioteche sterminate e viaggi giovanili oltreoceano, di sensibilità decadente – sceglieva di rifugiarsi nell’Europa rinascimentale. Questa scelta gli valse non poche critiche da parte della critica di sinistra, che lo accusò di disimpegno, d’evasione e di un reazionario culto dell’élite. In realtà Bomarzo è tutto fuorché un’opera passatista, anzi per certi versi anticipa il futuro. Sotto la patina dell’affresco storico, la figura di Orsini incarna le contraddizioni dell’intellettuale di fronte al potere. Il suo rifiuto dei modelli tradizionali di mascolinità e la sua identità fluida e tormentata anticipano temi che avrebbero occupato la narrativa dei decenni successivi. Inoltre, il rapporto tra la provincia italiana del Cinquecento e i centri del potere papale riflette la complessa dinamica tra centro e periferia che ha sempre caratterizzato la cultura latinoamericana. Il risultato è un capolavoro di sincretismo culturale dove la solennità del romanzo storico si sposa con l’immaginario fantastico rioplatense.
Arte rifugio alla brutalità della storia
In questo impianto, il Parco dei Mostri di Bomarzo smette di essere un semplice insieme di sculture bizzarre per diventare un diario di pietra, l’estensione fisica e visibile delle ossessioni di un uomo. Ogni gigante scolpito nel tufo, ogni bocca spalancata risponde a un trauma, a un delitto o a un desiderio inappagato. A differenza del reale Pier Francesco Orsini storico, di cui la storiografia ci restituisce un’immagine ben diversa da quella di un mostro, l’Orsini di questo romanzo viene deliberatamente dotato di una vistosa gobba. Questa alterazione fisica rappresenta il perno concettuale su cui poggia l’intero edificio narrativo. La deformità corporea trasforma il protagonista in un osservatore marginale e al contempo privilegiato del teatro del potenziale umano. Escluso dal modello di perfezione virile e cavalleresca che il Rinascimento celebrava, Orsini sviluppa uno sguardo affilato, nutrito da un risentimento sordo e da un’insaziabile sete di rivalsa. La gobba diviene lo specchio in cui si riflettono le deviazioni di un’epoca apparentemente gloriosa ma intimamente marcia (si pensi alla violenza dei Borgia, ai veleni dei Farnese, all’ipocrisia delle bolle papali). Orsini non cerca la simmetria rassicurante dell’architettura classica; sceglie la sproporzione, l’orrore controllato, la sorpresa inquietante. Manuel Mujica Lainez trasferì nell’Italia del Cinquecento le medesime inquietudini che lo tormentavano nel Novecento: il terrore della decadenza fisica, l’ossessione per il tempo che distrugge le civiltà, l’idea del collezionismo come difesa contro la morte. La sua prosa ricca e magniloquente si fece così specchio di un’attitudine morale prima ancora che stilistica, dove l’arte rappresenta l’unico rifugio possibile di fronte alla brutalità della storia.
Presagi e visioni
Il Rinascimento che emerge dalle pagine del romanzo non corrisponde alla visione solare ed edulcorata di gran parte della storiografia tradizionale. L’autore ci consegna un’epoca crepuscolare, segnata dal Sacco di Roma, dalle guerre di religione, dalle epidemie di peste e dai sotterfugi della Controriforma. La bellezza non vi figura mai come uno stato d’animo sereno, bensì come un vertice fragile raggiunto a prezzo di indicibili crudeltà. La corte di Bomarzo diventa il microcosmo all’interno del quale si consuma la parabola di un’intera civiltà. Cardinali gaudenti, condottieri spietati, alchimisti ambigui e pittori geniali non si riducono a comparse di sfondo, ma interagiscono con il protagonista definendone la traiettoria esistenziale. Ciò che rende la narrazione un’esperienza di lettura complessa ma appagante è la costante intersecazione tra il dato reale e l’allucinazione. L’atmosfera che si respira nel palazzo di Bomarzo si impregna progressivamente di elementi magici, di presagi e di visioni: c’è di mezzo l’inconscio del protagonista, oltre alla realtà storica che si liquefa in un sogno barocco dove le pietre parlano. Manuel Mujica Lainez ha saputo costruire un’opera che non somiglia a nessun’altra, un’opera in cui la deformità si fa bellezza e la morte viene sconfitta dalla capacità imperfetta e sublime di raccontare una storia.
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