Nel manicomio della Volterra del secondo dopoguerra – con la legge Basaglia ancora lontana – si svolge “Perché gli ulivi sono storti” di Luisa Pessina. Storie di esclusione sociale e di reclusione, di neutralizzazione di chi turba l’ordine precostituito, ma anche di solidarietà e resistenza creativa…
L’operazione letteraria compiuta da Luisa Pessina in Perché gli ulivi sono storti (147 pagine, 17 pagine), pubblicato dalla casa editrice Minimum Fax, è tanto ambiziosa quanto riuscita: restituire voce e dignità narrativa a chi, nella storia ufficiale, è stato relegato al silenzio totale dell’istituzione. Ambientato nella Volterra del secondo dopoguerra, una città sospesa tra la bellezza dei suoi ritrovamenti archeologici, il romanzo non si limita a descrivere l’orrore del manicomio, ma ne smonta i meccanismi dall’interno, mostrando come la logica della reclusione si estenda ben oltre le sue mura, investendo l’intero tessuto sociale.
La normalità come forma di violenza
Nella Volterra del dopoguerra, unica al mondo ad avere un teatro romano e un manicomio come due facce della stessa medaglia, il “matto” è semplicemente colui che non rispetta le regole morali imposte dalla società, o chi è sprovvisto di adeguati mezzi economici o chi, addirittura, non rispetta i “canoni morali e sessuali” di un contesto sociale che rilega la donna ad una vita priva di libertà e autodeterminazione. La legge Basaglia è ancora lontana e le porte dell’istituto si spalancano non solo per i malati di mente, ma per orfani, donne ritenute scandalose, chiunque rappresenti un’eccezione all’ordine costituito.
I tre custodi della memoria
Al centro della narrazione si muove un trio di protagonisti che incarnano altrettante forme di resistenza. Franco il Citrullo, un ex paziente divenuto inserviente, abita quella zona grigia tra dentro e fuori che gli permette di osservare con lucidità la crudeltà normalizzata che lo circonda. Tosca la Strega, che legge il futuro nei passi dei polli, custodisce il sapere popolare e la memoria di una via sotterranea di alabastro, metafora di una possibile fuga. E poi lo Storto, internato per aver squarciato una tela di Raffaello, che incide segni simili a caratteri etruschi sui muri della fortezza, trasformando il gesto vandalico in un atto di creazione: l’epilogo del libro svelerà tutta la crudeltà che ha segnato la sua vita
L’arte come evasione e resistenza
È proprio attraverso la prospettiva artistica che il romanzo raggiunge la sua massima potenza. Per i tre protagonisti, l’arte e le credenze popolari sono gli unici strumenti per sopravvivere alla realtà che spezza corpo e anima. La dimensione artistica (le mappe e i dipinti, nonché le monete etrusche “coniate” dallo Storto; la via Cava etrusca che Tosca cerca con tanta devozione nel sottosuolo) diventa un gesto di resistenza contro un mondo che omologa e annienta l’esistenza e in questa resistenza risiede la grandezza dell’arte, ovvero la capacità di andare oltre la vita e la morte, di vincere contro il tempo e contro gli uomini.
Lo specchio degli ulivi
“Sei tutto storto”, disse Tosca. “Come un ulivo. La mi’ mamma diceva che sono le streche che ballano intorno all’ulivi per falli torcere. Una streca t’ha ballato intorno?”
Lo Storto zappava la terra. “Quando m’hanno messo qui dentro”, disse, “avevo solo le mani torte. Poi m’hanno rotto e adesso sono tutto torto”.
“Tu sei nato torto”, disse Tosca.
Come gli ulivi del titolo, che si attorcigliano per sopravvivere, i personaggi sono uomini e donne “nati o resi storti” che trovano nella resistenza e nella solidarietà l’occasione per riappropriarsi della propria umanità.
La leggenda popolare che il romanzo evoca racconta che gli ulivi siano storti per non offrire il proprio legno per la crocifissione o per voltare lo sguardo dallo spettacolo di ingiustizia, come una sorta di rifiuto silenzioso e passivo. I pazienti del manicomio, come gli ulivi, non si ribellano apertamente, in quanto la loro resistenza si manifesta nei deliri che diventano poesia, nei segni incisi sui muri, nelle storie che Tosca racconta, nei gesti minimi di solidarietà tra reclusi. È una resistenza che non vince, ma che testimonia.
C’è un aspetto più crudo nel simbolo dell’ulivo, che il romanzo non esplicita ma lascia intravedere. L’ulivo, per crescere e produrre frutti, viene potato ogni anno; viene tagliato, ferito, costretto a rigenerarsi. Questa pratica agricola, così comune nei paesaggi toscani, diventa una metafora della violenza istituzionale e sociale che i personaggi subiscono. Come gli ulivi vengono potati per essere produttivi, così i “diversi” vengono tagliati, ridimensionati, piegati per diventare funzionali a un ordine che non li comprende, ma vuole solo controllarli e renderli inermi.
Vira: la donna che non si piega
Tra i personaggi che popolano il micromondo del manicomio volterrano, la figura di Vira è forse la più emblematica del meccanismo di esclusione sociale che il romanzo mette in scena perché incarna il destino di tutte quelle donne che, nell’Italia del dopoguerra, pagavano con l’esclusione o con la minaccia del manicomio la loro autonomia. La sua “colpa” è duplice: essere donna e rifiutarsi di esserlo secondo i parametri imposti da una società in cui il ruolo femminile è rigidamente circoscritto alla sfera domestica e alla sottomissione maschile. Vira rappresenta un corpo estraneo, un’eccezione che la società non sa gestire se non attraverso la patologizzazione.
Il romanzo lascia intendere che il tentativo di rinchiuderla sia legato a una sessualità vissuta con troppa autonomia. La donna che si concede senza passare attraverso le mediazioni del matrimonio, che possiede il proprio desiderio anziché subirlo, diventa immediatamente sospetta. In quegli anni, la psichiatria italiana era ancora intrisa di retaggi positivisti e moralistici, e la “devianza” sessuale femminile veniva spesso letta come sintomo di isteria o di degenerazione morale, giustificando così interventi repressivi.
Ciò che rende la vicenda di Vira tanto più atroce è che la minaccia di reclusione non proviene da una diagnosi medica, ma da un giudizio sociale diffuso: la famiglia, i vicini, le autorità locali possono attivare la procedura di internamento con una facilità agghiacciante. Il manicomio diventa uno strumento di controllo utilizzato dalla comunità per neutralizzare chiunque la metta in imbarazzo o ne turbi l’ordine.
Uno stile che non giudica
La prosa di Luisa Pessina alterna uno stile asciutto e privo di fronzoli capace di descrivere con lucida e sapiente freddezza le brutalità quotidiane dell’elettroshock, del cosiddetto “castigamatti” e di altre pratiche orribili a un lirismo che sfocia in poesia nei momenti di delirio dei pazienti.
Luisa Pessina si astiene da qualsiasi giudizio esplicito, lasciando che siano i fatti e le voci dei personaggi a parlare. Il risultato è un romanzo che non si limita a raccontare un’epoca, ma interroga il presente, ricordandoci quanto il confine tra normalità e follia sia spesso tracciato dalla violenza di uno sguardo altrui.
Il genio di Luisa Pessina sta nell’aver scelto un titolo in cui si chiede non se gli ulivi sono storti, ma perché lo sono, una domanda che sposta l’attenzione alla ricerca delle cause ed è esattamente ciò che il romanzo fa con i suoi personaggi: non si limita a descriverli come “matti”, ma indaga le ragioni della loro reclusione, le storie che li hanno resi tali agli occhi del mondo.
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