È un erede della grande tradizione anglo-indiana, Gurnaik Johal, che con “Saraswati” firma un piccolo miracolo, un’epopea corale, una magnifica scommessa polifonica vinta. Una storia di mille storie, che spaziano su tre secoli e più continenti, che ha come centro di gravità il Punjab indiano, fra antichi miti, ideologia, emergenza ambientale…
All’origine della sua scrittura c’erano alcuni racconti, ancora inediti in Italia, dal respiro quotidiano, dalla dimensione circoscritta, sulle micro-oscillazioni dell’esperienza migratoria, scorci di vite della comunità punjabi londinese tra fermate d’autobus, piccoli negozi e dinamiche intergenerazionali. Il respiro intimo, però, non ha trovato spazio nel suo meraviglioso romanzo, apparso in Italia grazie all’editore Neri Pozza e alla traduzione di Luigi Maria Sponzilli. Stiamo parlando della nuova star della letteratura anglo-indiana, lo scrittore Gurnaik Johal, classe 1998, e del suo Saraswati (400 pagine, 22 euro). Per una volta i paragoni che spesso capeggiano sulle quarte di copertina non sono esagerati. Chiaramente Gurnaik Johal dovrà ripetersi, tenere il passo sulla lunga distanza, ma il romanzo che ha regalato in questo angolo di ventunesimo secolo, è qualcosa di speciale, un piccolo miracolo.
L’acqua dal pozzo prosciugato
Si tratta di un’opera dall’architettura complessa, che spazia su tre secoli e più continenti, senza timore di fare i conti con alcuni grandi temi dell’India contemporanea: la spinta del populismo religioso, per esempio, ma anche l’emergenza climatica e il peso strisciante dell’eredità coloniale. L’avvio può sembrare modesto, tutt’altro che memorabile: Satnam, un giovane londinese di origine punjabi in crisi d’identità e privo di punti di riferimento, si reca nel villaggio d’origine della sua famiglia per sbrigare le pratiche legate alla morte della nonna. Un evento, però, altera il corso della sua visita: il vecchio pozzo della fattoria, prosciugato da decenni, torna improvvisamente a riempirsi d’acqua. Nel contesto politico dell’India contemporanea, l’evento viene immediatamente cavalcato da gruppi nazionalisti indù, che vi leggono il ritorno miracoloso del Saraswati, il leggendario fiume sacro, venerato nel mito, ma storicamente privo di un corso tracciabile. Ciò che per la scienza è il drammatico segnale del rapido scioglimento dei ghiacciai dell’Himalaya, causato dal riscaldamento globale, viene trasformato dall’apparato ideologico in una conferma sovrannaturale del destino della nazione, con tanto di progetto utopico e speculativo di fondare una nuova metropoli sulle sponde del fiume.
Avi e discendenti
L’ossatura strutturale di Saraswati affonda le sue radici nell’Ottocento, precisamente nel 1878, quando due giovani di caste diverse sfidano i divieti sociali nel Punjab rurale. La coppia ha sette figli, a ciascuno dei quali attribuisce il nome di un fiume locale; l’ultima nata riceve proprio il nome di Saraswati. La discendenza di questa unione si disperde lungo le direttrici della diaspora globale, la narrazione si frammenta seguendo le traiettorie di sette discendenti contemporanei, del tutto ignari del proprio legame di sangue. La trama è come un sistema di vasi comunicanti, dal Kenya a Bollywood, da Londra al Pakistan, i lettori si imbattono in personaggi diversi e distanti (uno stuntman, un’attivista di cause ecologiste, una rocker, un archeologo ecc.), che finiranno per essere riassorbiti verso il centro di gravità rappresentato dal Punjab e dal mito della riemersione del fiume.
Rischi brillantemente superati
Innumerevoli sono i rischi dell’ambizione di Gurnaik Johal, che dipinge un romanzo articolato e complesso, epico, in cui dimostra di padroneggiare digressioni di carattere storico, dinamiche geopolitiche, in un’accurata mappa di connessioni globali. La moltiplicazione dei punti di vista rischia talvolta di penalizzare la profondità di alcuni passaggi o di alcune figure, come pure rischiano di essere dispersive alcune sottotrame e l’accavallarsi di registri stilistici differenti (dal romanzo d’inchiesta all’intreccio romantico, alla satira di costume). La realtà, però, è quella di una miracolosa tenuta stilistica, di un ritmo notevole, di una splendida caratterizzazione dei singoli personaggi, da una storia fatta di mille storie che è un piacere per chi si nutre dell’amore per la lettura. Una epopea corale, una magnifica scommessa polifonica, vinta, da Gurnaik Johal.
Seguici su Substack, Bluesky, Instagram, Telegram, WhatsApp, Threads, YouTube Facebook e X. Grazie

