Ilias Venezis, un’attesa perenne e la chimera della serenità

La storia di un esilio mai finito, della ricerca di una nuova patria, di una terra ostile, di un inferno che cambia nome. “Tranquillità” di Ilias Venezis è uno dei più bei romanzi del Novecento greco. Qualcosa che assomiglia all’amore non placa sconfitte a amarezze di una piccola comunità sospesa tra un passato tragico e un futuro che sembra non arrivare mai…

Un autore insostituibile della letteratura greca del Novecento e una casa editrice che lo sta valorizzando appieno. Il matrimonio fra Ilias Venezis e le edizioni Medhelan prosegue e a goderne sono i lettori di libri lontani dal mainstream. Il terzo atto dell’operazione Ilias Venezis arriva dopo Il numero 31328 (ne abbiamo scritto qui) e Terra Eolica (qui l’articolo) e, come per i precedenti titoli, il traduttore è Francesco Colafemmina, uno studioso innamorato della cultura greca. Tranquillità (259 pagine, 20 euro), che cronologicamente è il secondo volume della trilogia, edito nel 1939, si chiude dopo l’ultima pagina, con un senso di vuoto che non è indifferenza, ma pienezza, perché questo romanzo non si dimentica, tanto è sacro, scritto con il sudore, le lacrime e i sogni di chi ha vissuto la storia raccontata sulla propria pelle. Ilias Venezis era uno di loro e sapeva benissimo che la sopravvivenza non è un finale felice. È solo l’inizio di un’altra storia, più silenziosa, insidiosa, difficile da raccontare, per uomini e donne costretti a imparare che l’esilio non finisce mai, si sposta soltanto da un luogo all’altro del cuore.

Profughi nel deserto, non accolti

Venezis apparteneva alla cosiddetta Generazione del ’30, quel gruppo di intellettuali greci che, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, avevano fatto irruzione nella letteratura ellenica con i fermenti del modernismo europeo. Ma a differenza di molti dei suoi compagni di strada, Venezis non aveva bisogno di inventare. La sua materia prima era già lì, incrostata nelle sue mani, nelle sue notti insonni, nei ricordi che non gli davano tregua. Aveva vissuto da adolescente la Catastrofe di Smirne del 1922: catturato dai turchi, fu spedito in uno dei temibili battaglioni del lavoro, da cui uscì vivo per miracolo, uno dei soli ventitré sopravvissuti su tremila uomini prelevati: aveva raccontato quell’esperienza nel libro che l’aveva consacrato giovanissimo, Il numero 31328. Tranquillità si apre con un’immagine che ha qualcosa di biblico e insieme di terribilmente concreto. Uno stuolo di uomini, donne, bambini, avanza lungo una strada che non è una strada, verso una terra che non è una terra. Sono i profughi dell’Anatolia e cercano una nuova patria ad Anàvyssos, una località della costa attica a sud di Atene, oggi zona balneare e sobborgo residenziale, allora un lembo di deserto, nessun albero offre ombra, nessun pozzo promette acqua. Solo spine, sabbia, rovi, e quel mare che sembra guardare i nuovi arrivati con indifferenza. Questi fuggitivi, angeli erranti, hanno lasciato alle spalle un mondo: le case, i campi, le chiese, le tombe degli avi, il suono della propria lingua. Hanno attraversato il mare, hanno sopportato gli accampamenti e la burocrazia dello Stato greco. E adesso la terra che dovrebbe ospitarli si rivela tutt’altro che accogliente. A cominciare da una comunità di origine albanese che cercherà di sabotare e ostacolare i nuovi arrivati. Dinamiche attualissime. Il tema dei profughi, dell’accoglienza mancata, dello scontro tra chi arriva e chi c’è già, è più vivo che mai. I lettori di oggi, che guardano ai confini dell’Europa, ai campi, ai barconi, alle politiche di respingimento, troveranno in questo romanzo del 1939 uno specchio inquietante.

Due famiglie

Due famiglie di una piccola comunità, e i loro destini incrociati, finiscono sotto il microscopio del romanzo, ambientato a metà anni Venti. Da un lato c’è il dottor Dimitris Venis, sessantenne, un uomo colto, devoto alla moglie Eirini, molto più giovane di lui, figlia di un console britannico decaduto. Il dottore rappresenta l’idealismo, la scommessa contro ogni evidenza. Mentre gli altri profughi decidono di seminare grano e piantare viti, di chiedere alla terra il minimo indispensabile per non morire — lui sogna un giardino di rose su quel suolo arido, salmastro, in mezzo alla desolazione cerca la bellezza. La moglie Eirini, costretta a un matrimonio di convenienza con un uomo che non ama, cerca la fuga, la trasgressione, al di là del ruolo di moglie del medico di campagna. La sua storia, nel romanzo, è quella di una lenta, inesorabile deriva verso l’abisso, che Venezis racconta con una compassione che non si trasforma mai in complicità indulgente. L’altra famiglia è quella del contadino Fotis Glaros e della moglie Eleni. Decisamente più pragmatico Fotis, che afferra la terra con le unghie e non la lascia più. La terra, per quanto ostile, va conquistata giorno per giorno, e lui sarà protagonista di un’ascesa sociale, di una lenta, faticosa costruzione.

Gli amori più disperati e puri

Nel corso del romanzo, i profughi aspettano. Aspettano principalmente che tornino i giovani uomini trattenuti dai turchi nei battaglioni di lavoro, quelli che Venezis stesso aveva conosciuto sulla propria pelle. Aspettano notizie, lettere, segni di vita. E quando finalmente arriva qualcuno, è uno solo, e non in buona salute. Racconterà le torture, le marce forzate, la fame, la morte di chiunque conoscesse. La speranza comincia così a mutare in qualcosa di più cupo. Tutti appaiono sospesi tra una vita che è stata strappata e una vita che non riesce a iniziare. Tutti attendono la pioggia, il raccolto, l’amore, la morte, la serenità. E l’attesa non è mai narrata come virtù paziente, ma come tortura lenta. Tra le pieghe della disperazione, Venezis lascia spazio a qualcosa che non può essere chiamato semplicemente amore, ma che ne è la forma più disperata e più pura. Per esempio Fotis Glaros, rimasto vedovo, sposerà Vaso, una vedova turca con un bambino piccolo: sono semplicemente come due esseri umani che hanno deciso di non morire da soli; è la forma più alta di amore che il romanzo possa offrire, quello che nasce non dalla passione, ma dalla condivisione dello stesso vuoto. E ci sono anche la bellezza e la poesia dell’amore tra Andreas, tornato dalla prigionia, incapace di adattarsi, e Anna, la figlia del dottore: bellezza e poesia minacciate, precarie, destinate a essere calpestate.

Il privilegio di inseguire chimere

Ilias Venezis in Tranquillità sembra oscillare tra due necessità opposte: quella di testimoniare, di non lasciare che nulla venga dimenticato, e quella di elevare il dolore a bellezza. La sua prosa è lirica, descrittiva ma mai indulgente. Ha una capacità rara di muovere la macchina narrativa tra il destino individuale e quello collettivo. Non cerca di spiegare i suoi personaggi, li mostra in azione, li lascia parlare con i gesti, le scelte, il silenzio, attraverso dettagli rivelatori. E c’è poi la voce della natura, le piramidi di sale che osservano, gli alberi che gemono, il mare che riflette. È la consapevolezza che il paesaggio ha una memoria più lunga dell’uomo. Il romanzo non concede scorciatoie emotive. C’è un placido addensarsi di piccoli eventi, di minime sconfitte, che alla fine producono un effetto quasi fisico, di spossatezza e amarezza, ma non di disperazione. Tutti lottano e non si arrendano senza prima combattere. In uno dei prologhi proposti in questa bella edizione Medhelan lo stesso Ilias Venezis scrive:

… anche gli uomini pieni di amarezza sono in fondo i più ottimisti: perché a loro resta ancora il privilegio di amare, di credere all’uomo e alla vita, il privilegio di inseguire chimere.

Dopo il racconto dell’infanzia perduta (Terra eolica) e quello dell’inferno dei battaglioni di lavoro (Il numero 31328), scopriamo un Ilias Venezis che racconta un altro inferno, che ha solo cambiato aspetto rispetto al precedente: non ha più le guardie turche, le marce forzate, ma il vicino che ti odia, la moglie che non ti ama, la figlia che muore, la serenità che non arriva, ma a cui si aspira ancora, perché smettere di cercarla significherebbe smettere di essere umani.

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