De Quincey, Edipo è la risposta (ed è uno specchio deformante)

Una rilettura eversiva di un grande mito della classicità. È “L’enigma della Sfinge” di Thomas De Quincey, saggio esemplare della retorica vittoriana, capace di scardinare le consolidate interpretazioni del mito dell’incontro fra Edipo e la Sfinge vicino Tebe: nel mito c’è la drammatizzazione del confronto doloroso dell’uomo con la propria identità e il saggista inglese vede anche se stesso e ravvisa la condizione dell’uomo moderno, alienato e perseguitato

Una delle vette più alte della critica romantica, un testo capace di restituire al mito classico tutta la sua carica eversiva, inquietante e tragica. È un’occasione splendida, per confrontarsi con uno dei più acuti saggisti della sua epica la pubblicazione de L’enigma della sfinge di Thomas De Quincey, a cura di Alessandro Settimo, per Nino Aragno editore. Scrittore e giornalista mancuniano, Thomas De Quincey, è universalmente noto per Le confessioni di un mangiatore di oppio, ma nella sua prolifica produzione ci sono altri titoli cruciali, come L’enigma della sfinge, che risale al 1850, ed è capace di scardinare una secolare consuetudine interpretativa per sostituirla con un’intuizione al tempo stesso spaventosa e abbagliante. I racconti dell’antichità, sembra dirci lo scrittore inglese, continuano a interrogarci con la stessa spietata urgenza della Sfinge appostata alle porte di Tebe, attenta a cogliere ogni nostro tentativo di eludere la verità su noi stessi.

Superare l’astrazione, anticipare il Novecento

La tradizione occidentale aveva interpretato l’incontro tra Edipo e la Sfinge nei pressi di Tebe come il trionfo dell’intelletto umano sulle forze brutali e caotiche della natura. L’enigma posto dal mostro ibrido – quale fosse la creatura che cammina a quattro zampe al mattino, su due a mezzogiorno e su tre alla sera – trovava la sua risoluzione canonica nella parola “uomo”. Un’astrazione rassicurante, tramite la quale la specie celebrava la propria vittoria razionale sulla dimensione del mostruoso e del mitico. Per De Quincey indicare l’umanità in senso generico significa commettere un errore di prospettiva banale, la Sfinge non chiedeva un’astrazione categoriale, esigeva una carne, un nome, una parabola biografica ben precisa. Svelando che l’enigma della Sfinge parlava fin dall’inizio esclusivamente di Edipo, De Quincey ha mostrato come l’atto del conoscere sia sempre, in ultima analisi, un atto di autoreferenza e svelamento interiore. L’uomo che cerca di interpretare il mondo e i suoi misteri finisce inevitabilmente per imbattersi nella propria immagine, con tutte le sue fratture e le sue oscurità. Ne L’enigma della Sfinge si anticipano con straordinario intuito molte delle direttrici fondamentali della critica novecentesca e della psicoanalisi. Prima che Sigmund Freud facesse del complesso edipico la pietra angolare della sua teoria della mente, De Quincey aveva già individuato nel mito di Tebe la drammatizzazione del confronto doloroso dell’uomo con la propria identità nascosta.

Un’autodiagnosi tragica

L’argomentazione dequinceyana si snoda attraverso un capovolgimento logico di straordinaria potenza narrativa. Se l’enigma descrive un essere costretto a strisciare nell’infanzia, a ergersi nella maturità e a sorreggersi a un bastone nella vecchiaia, tale scansione temporale non si adatta affatto alla generalità dell’esistenza umana, la quale conosce infinite eccezioni. Essa si applica con millimetrica, tragica aderenza a un solo individuo nella storia del mito: Edipo medesimo. È Edipo l’infante abbandonato sul monte Citerone con le caviglie perforate e legate, costretto a strisciare nella polvere come una creatura quadrupede a causa della mutilazione subita. È sempre Edipo l’uomo che giunge a Tebe al culmine del proprio vigore, incedendo su due gambe come re, liberatore e reggitore della città. Ed è ancora e soltanto Edipo il vecchio cieco che, scacciato dalla propria terra e segnato dal parricidio e dall’incesto, vaga nell’ombra del tramonto esistenziale sorreggendosi su un bastone e guidato dalla mano della figlia Antigone. Rispondendo alla Sfinge, Edipo non stava pronunciando una verità universale e distante, ma stava inconsapevolmente enunciando la propria biografia, firmando la propria condanna e sigillando il proprio destino. Il mostro non viene sconfitto dalla logica del viaggiatore; al contrario, la Sfinge si ritira o si distrugge perché l’enigma ha trovato la sua incarnazione fisica, il suo compimento perfetto. L’atto di risolvere l’indovinello si configura dunque come un’autodiagnosi tragica, dove il salvatore di Tebe pronuncia senza saperlo la profezia della propria rovina.

Un doppio mitico

Edipo diventa per De Quincey un doppio mitico, uno specchio deformante in cui ravvisare la condizione dell’uomo moderno alienato e perseguitato. Il tema della mutilazione iniziale di Edipo, il peso insopportabile di una colpa non cercata ma oggettivamente subita, e il continuo errare senza patria corrispondono idealmente alle vicende giovanili dell’autore inglese, segnate dalla fuga da scuola, dal vagabondaggio indigente tra le vie oscure di Londra e dalla dipendenza dal laudano. Sul piano formale il volume è esemplare dell’eleganza della retorica vittoriana, la sua scrittura avanza per spirali, pause contemplative, digressioni erudite e improvvise illuminazioni figurative. L’autore costruisce il saggio alternando analisi filologica stringente a momenti di vera e propria evocazione visiva. L’abilità di De Quincey risiede nella capacità di mantenere una perfetta lucidezza argomentativa pur all’interno di un quadro concettuale carico di suggestioni da incubo. La sua voce narrante si muove con la disinvoltura del grande classicista, che osserva opere con lo sguardo febbrile del visionario del XIX secolo. Una lettura affascinante, un classico da riscoprire a amare.

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