Hakan Günday, un soldato contro l’esercito e contro la Turchia

Un’apparizione, un sogno, un incontro impossibile con un avo giustiziato per aver attentato ad Atatürk, il padre della patria turca, segna la svolta per Asil, giovane soldato di leva, che in caserma soffre solitudine e freddo, e non sopporta di obbedire a ordini senza spiegazioni. “Zyian” di Hakan Günday è un romanzo politico e antimilitarista, che fonde storia nazionale e storia familiare…

Passi indietro, ma solo dal punto di vista cronologico. Dopo aver pubblicato le tre più recenti opere di Hakan Günday, la casa editrice Marcos y Marcos, che l’ha lanciato in Italia nel 2015, pesca a ritroso nella produzione del grande autore turco, nativo di Rodi. E pesca un grandissimo romanzo politico e antimilitarista, con tracce di autobiografia, che dopo il 2009 ha permesso al suo successo di varcare i confini nazionali. Con Zyian (376 pagine, 20 euro), tradotto ancora da Fulvio Bertuccelli, si scopre l’ennesimo volto di uno scrittore che ha scelto di vivere nonostante tutto in patria, nonostante non le mandi a dire a chi è al potere.

Temperature sotto zero

Protagonista di Zyian è Asil, giovane soldato che ha frequentato l’università, sa leggere, è abituato a pensare, sa che il mondo è più grande della caserma nell’est della Turchia in cui è rinchiuso. Lì le temperature vanno parecchio sotto lo zero e il fucile si attacca alla mano per il freddo, un freddo che entra nel corpo e nei pensieri, quasi nelle dita di chi legge. Asil è un ragazzo che ha letto troppi libri per sopportare di ricevere ordini e obbedire senza spiegazioni. Scopre in fretta che, almeno dove si trova, il libero pensiero è un handicap. I commilitoni sopravvivono meglio. Contano i giorni, si affidano al turpiloquio e badano al sodo, a non ammalarsi e a non farsi notare. Asil invece soffre d’insonnia e di solitudine e pensa. E il pensiero, in quel luogo, è una malattia che potrebbe spingerlo al peggio, a farsi male, a farla finita.

Conversazioni notturne

Proprio nei momenti più duri, nelle notti trascorse nella torretta di guardia, Asil incontra un uomo, Ziya Hurşit. Dettaglio di non poco conto, Ziya Hurşit è stato condannato a morte nel 1926, perché riconosciuto colpevole nel tentato attentato contro Mustafa Kemal Atatürk, il padre della patria turca. Dettaglio nel dettaglio, Ziya Hurşit era un prozio che Hakan Günday non ha mai conosciuto, se non nei libri di storia, era fratello di Faik Günday, nonno dello scrittore. Soldato impavido, che aveva combattuto guerre, Ziya Hurşit distoglie Asil, militare solo sulla carta, dall’idea del suicidio. E ci riesce, raccontandogli la propria vita nel corso di queste conversazioni notturne che sono un po’ apparizioni, un po’ sogni che son desideri, di riportare in vita il prozio perduto, un fantasma della storia, la cui memoria è annientata nell’immaginario collettivo turco.

Violenza istituzionalizzata

L’est della Turchia, dove Asil sconta la sua pena di essere giovane e maschio, è un altro Paese rispetto a Istanbul, ad Ankara. Qui lo Stato si mostra nudo, senza i veli della democrazia formale. La caserma è lo Stato in miniatura, con le sue gerarchie assolute, la sua violenza istituzionalizzata, contro curdi e contrabbandieri, la sua capacità di annullare l’individuo. L’istituzione militare, per Hakan Günday, è incompatibile con dubbi e interrogativi, con pensiero e libertà. L’esercito richiede solo obbedienza, vieta ogni dialogo e lo scrittore turco tratteggia il suo atto di accusa fra le righe ed esplicitamente, con una scrittura implacabile e lenta, fondendo storia nazionale e storia familiare, freddo meteorologico e freddo esistenziale. Un libro da maneggiare con cura, ma da non farsi scappare, un antipasto, per quanti ancora non hanno letto altro di Günday (qui un articolo su Zamir, qui uno su A con Zeta): rimediassero…

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