Se il dolore non si può fermare, allora si può trasformare in un gioco. E poi il lutto come presenza silenziosa e ingombrante con cui convivere. È un romanzo che non si dimentica, “Hanno fatto bingo” di Lana Corujo…
Pubblicato in Spagna con un clamore cresciuto anche grazie al passaparola, Hanno fatto bingo (178 pagine, 16 euro) di Lana Corujo, pubblicato dalla casa editrice Gran via nella traduzione di Elisa Tramontin, è arrivato in Italia da poco più di un mese ed è già considerato un fenomeno editoriale, per quanto sia del tutto riduttivo classificarlo come mero prodotto commerciale. Il romanzo di Lana Corujo, difatti, è un «oggetto narrativo» che chiede al lettore di rinunciare a ogni aspettativa di linearità, per affidarsi a una logica emotiva e quasi ipnotica e affrontare temi come il lutto, l’infanzia rubata, la colpa e la rabbia.
Nasce tutto come un gioco tra due sorelle; un gioco con delle regole ben precise. Ogni volta che la Nonna esce per andare a giocare al bingo, escono di nascosto sul cortile e corrono fino al vulcano, L’Impiccato; si tengono per mano, contano fino a tre e tornano indietro senza voltarsi. «È un rito che serve a sfidare la paura, a dare un nome ai mostri dell’infanzia e a sfuggire, almeno per qualche istante, a un mondo di adulti incapaci di prendersi davvero cura di loro».
Durante una festa di paese, però, un tragico evento cambia le sorti delle due sorelle e dell’intera famiglia.
La struttura come partita a bingo
L’architettura del romanzo è la sua prima originale scelta stilistica. I capitoli non seguono un ordine cronologico ascendente, ma sono numerati — da 1 a 90, come le palline del bingo — e si dispongono come tessere di un mosaico che il lettore deve comporre da sé. Ogni capitolo corrisponde a un’età della voce narrante, ma il salto temporale è continuo e imprevedibile: si passa dall’infanzia all’adolescenza, fino alla vecchiaia; dal dopo al prima, senza avvisi né transizioni morbide.
Questa frammentazione è frutto di una scelta narrativa profondamente meditata e funzionale al tema del romanzo. Il lutto, quello per una sorella perduta, si riaffaccia a ondate, si manifesta per associazioni, si incarna in oggetti, odori, gesti minimi che non rispettano la successione degli eventi. La forma spezzata del libro riproduce fedelmente il funzionamento della memoria traumatica, fatta di lampi e vuoti, di dettagli e ricordi nitidi e di interi momenti cancellati dalla memoria.
L’isola e il vulcano come centro simbolico
L’ambientazione e la presenza de “L’Impiccato” rappresentano lo stato d’animo delle due sorelle, attanagliate da una terribile sensazione di oppressione. Il vulcano, cuore pulsante e oscuro del romanzo, è il teatro di un rituale segreto, il confine tra la vita normale e una dimensione altra, dove il gioco e la morte si sfiorano; il luogo in cui si può giocare con il sonno eterno senza esserne ancora divorati. Le sorelle non salgono sul vulcano, non lo esplorano, ne girano intorno — quasi come se tracciassero un cerchio magico che le protegge, un perimetro che tiene a bada ciò che sta al centro. Il cratere, mai raggiunto, è il punto in cui la morte abita, ma da cui ci si tiene a distanza.
C’è un paradosso potente in questa scelta: andare verso il luogo che più rappresenta la morte (un vulcano, un «impiccato») per affermare la vita, per sentire il cuore che batte forte, il fiato che manca, i piedi che pestano la terra. Un vero e proprio atto di sfida disperata: se non si può fermare il dolore, almeno si può trasformare in un gioco.
Un’isola vulcanica è un luogo di continua trasformazione, dove la terra è ancora calda e instabile, dove il passato non è mai del tutto sepolto ma riaffiora in colate laviche o in crateri apparentemente spenti. È l’immagine perfetta per un romanzo che racconta come il dolore possa riemergere quando meno te lo aspetti, e di come certe perdite continuino a bruciare la pelle e le viscere per anni.
La memoria che non si esaurisce
Un vulcano è per definizione qualcosa che sembra spento ma può risvegliarsi; una cicatrice geologica, una ferita della terra che non si è mai rimarginata del tutto, ma che si è ricoperta di una crosta ingannevolmente solida. È l’immagine perfetta del lutto così come lo racconta il romanzo: il dolore non passa, non si esaurisce, ma si deposita in strati e può riemergere in qualsiasi momento, a distanza di anni, senza preavviso.
La voce narrante (la sorella maggiore) che in età adulta torna sull’isola e rivisita i luoghi dell’infanzia compie lo stesso movimento di chi gira intorno a un vulcano: sa che sotto la superficie calma c’è qualcosa che brucia ancora.
Il rapporto tra le sorelle: oltre la complicità
Ciò che rende il romanzo di Lana Corujo così potente è la rappresentazione del legame tra le due sorelle. Non è una semplice storia di complicità infantile, ma un rapporto fatto di dipendenza reciproca che va ben oltre la vita, di un linguaggio segreto che esclude il mondo esterno, di una fusione che al tempo stesso salva e intrappola. La narrazione non idealizza mai questo legame, poiché lo mostra nella sua ambivalenza, con momenti di tenerezza sconfinata e altri di rivalità sorda, di competizione per l’attenzione della nonna e dei genitori nei confronti della sorella più piccola, Alejandra. Eppure, è proprio questa ambivalenza a rendere la perdita così devastante.
Lo stile intenso
Le frasi sono brevi, i dialoghi ridotti all’osso, le descrizioni essenziali. Eppure, in questa economia di mezzi, Lana Corujo riesce a condensare un’intensità emotiva che molti romanzi più verbosi non raggiungono.
La scrittura procede per metafore che non vengono mai spiegate ma lasciate agire. Il bingo, ad esempio, non è solo il gioco a cui la nonna partecipa ogni sera, ma una metafora della casualità con cui la vita distribuisce le sue carte, della sorte che può essere favorevole o crudele senza che ci sia una ragione. Gridare «bingo» è l’annuncio di una vittoria, ma nel romanzo assume anche il senso di una rivelazione improvvisa, di un momento in cui tutto si frantuma definitivamente.
Inoltre, il ricorso a un realismo magico— le notti al vulcano, i giochi che sembrano confini tra vita e morte, “l’eredità” — restituisce al dolore una forma che sia sopportabile. Il realismo magico a cui fa ricorso Corujo è profondamente psicologico: non è la realtà che si piega alla magia, ma è la percezione del dolore che si piega a un immaginario che lo rende più tollerabile, più accettabile. È una strategia di sopravvivenza, e il romanzo la rispetta senza mai smascherarla.
Guardare in faccia il dolore
Hanno fatto bingo è un libro che lascia il lettore con un senso di incompletezza che è esattamente ciò che il romanzo vuole trasmettere nel tentare di far comprendere che il lutto è una presenza muta e ingombrante con cui si impara a convivere, anzi sopravvivere.
Lana Corujo ha scritto un’opera che richiede il coraggio di guardare in faccia il dolore senza bisogno di consolazioni, di riconoscere che a volte le storie più vere sono quelle che si raccontano a metà, nei silenzi, nei gesti ripetuti, nelle notti passate a correre verso un vulcano senza mai voltarsi indietro.
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