Yuri Herrera, l’anatomia del Messico fra narcos e migranti

Il potere dinanzi a cui nessuno esce indenne è al centro di “Trilogia della frontiera” del messicano Yuri Herrera. Tre romanzi che si interrogano rispettivamente su narcotraffico, migrazione e violenza urbana. Niente iperrealismo da serie tv, ma una fotografia di riti e logiche del dominio…

Lo scrittore messicano Yuri Herrera – messicano del centro, non la frontiera desertica con gli Usa al nord, non le spiagge turistiche del sud – ha studiato Scienze Politiche in Messico, imparando a leggere le dinamiche del potere, ma anche Letteratura in Texas. E adesso insegna all’università, fra States e Messico, senza disdegnare la scrittura, anzi eccellendo. La sua formazione ha avuto un impatto sulla sua opera, in particolare per tre titoli che compongono una serie compiuta presentata come Trilogia della Frontiera (288 pagine, 21 euro), nella traduzione di Pino Cacucci. Un progetto narrativo, proposto dalla casa editrice La Nuova Frontiera, lungo quasi un decennio – tre romanzi brevi pubblicati fra il 2004 e il 2013 – che ha avuto il plauso della critica, riconoscimenti, e che merita di essere conosciuto anche in Italia. I romanzi non condividono personaggi né una continuità di trama, però dialogano tra loro attraverso una costante tematica: il potere e il modo in cui esso si esercita attraverso la parola, il corpo, lo spazio. E lo fanno con uno stile preciso e tutt’altro che ridondante, che vocano giganti come Borges e Rulfo.

Romanzi sempre più attuali

Non ingannino le parole “trilogia” e “frontiera”, oggi abusatissime (fra l’altro Trilogia della Frontiera, Border Trilogy, è il nome di un famosissimo, precedente trittico di Cormc McCarthy). Quello di Yuri Herrera è un volume interessante e appagante, di pacata bellezza, di lirismo secco, un libro che fa pensare, che dona consapevolezza. Nel 2026, a più di un decennio dalla pubblicazione dell’ultimo capitolo della trilogia, i tre romanzi di Herrera suonano con una chiarezza che il tempo non ha attenuato. Anzi, gli eventi del Messico recente (la militarizzazione del paese, la violenza dei cartelli che ha superato ogni limite conosciuto, la crisi migratoria che ha reso la frontiera settentrionale un cimitero a cielo aperto, le pandemie che hanno mostrato la fragilità dei tessuti urbani) hanno reso le pagine di Yuri Herrera più attuali di quanto non fossero al momento della stesura. Non che Herrera cercasse la cronaca o, semplicemente, volesse raccontare i fatti. Lo scrittore messicano decodifica pazientemente e implacabilmente il potere, dinanzi al quale tutti falliscono, nessuno esce indenne, nemmeno chi crede di servirsene.

Potere orizzontale, verticale, circolare

La forza maggiore di questi libri risiede nella forma che travalica e trascende i fatti. Così La ballata del re di denari, primo dei tre romanzi, è un formidabile dispositivo sul narcotraffico messicano, perché lo mostra come una forma del potere assoluto, con le sue corti, e perfino con i suoi buffoni. Segnali che precederanno la fine del mondo, secondo dei tre romanzi, è un oggetto narrativo lucidissimo sulla migrazione, trasformando gli spostamenti dei migranti in viaggi mitici, in una discesa agli inferi dove la sopravvivenza dipende dalla capacità di reinventare la propria lingua. La trasmigrazione dei corpi, terzo dei tre romanzi, è una spietato fotografia sulla violenza urbana, mostrandola come routine, come burocrazia. Nel primo capitolo il potere è verticale, gerarchico, nel secondo è, per così dire, orizzontale, diffuso, incarnato dal viaggio che trasforma, nel terzo è circolare, autodistruttivo, rappresentato dalla violenza che si nutre di sé stessa, senza differenza tra colpevoli e innocenti.

Un aedo alla corte del criminale

Mettete da parte l’iperrealismo di tante serie televisive o degli innumerevoli romanzi criminali che si pubblicano nel mondo. Yuri Herrera ne La ballata del re di denari non è interessato a mostrare le pila di dollari, le armi da guerra, le torture, semmai, attraverso un giovane musicista, Lupo, ingaggiato come una specie di aedo di corte (cantante di corridos) dalla massima autorità di un’organizzazione criminale, le gerarchie di riti, di favori, di punizioni, di alleanze sotterranee e, ancora, la sottomissione e la fedeltà. Il narcotraffico non è un fenomeno storico contingente, piuttosto una forma del potere antica come il desiderio di dominio, che si ripete nei secoli con la stessa logica di sangue e di sudditanza. Yuri Herrera però è abile con la sua scrittura a segnare una distanza che impedisce l’identificazione emotiva…

Una donna in fuga (e c’entrano anche gli atzeca)

Il secondo capitolo che costituisce la Trilogia è probabilmente il più bello. In Segnali che precederanno la fine del mondo la protagonista si chiama Makina e alla prima riga rischia di restare inghiottita dal terreno in seguito a un terremoto. A lei la madre Cora affida un incarico: attraversare la frontiera del nord, per consegnare un messaggio al fratello, emigrato clandestinamente negli Stati Uniti. Makina affronta una serie di prove che rimandano ai nove livelli del Mictlán, l’inferno della cosmologia azteca. Yuri Herrera ribalta così molta letteratura della migrazione, trasformando confini e frontiere: non sono linee tra due nazioni, diventano invece soglie tra la realtà e il mito, tra la vita e la morte, tra chi si è e chi si diventa. Attraverso le prove e il transito oltre frontiera la protagonista trasforma la propria identità, è la fine del suo mondo, la perdita di ogni certezza, in un finale aperto che incanta…

Lo scambio dei cadaveri

La chiosa della trilogia, La trasmigrazione dei corpi, è un noir svuotato di ogni retorica del genere. In una città – che evoca il Messico senza nominarlo – paralizzata da un’epidemia, con strade vuote e acqua che non scorre più dai rubinetti, si muove un protagonista senza nome proprio, detto il Mediatore, che si muove nel sottobosco criminale. Lui dovrà gestire lo scambio di due cadaveri tra due famiglie rivali. Da una parte i Fonseca, dall’altra i Castro, due clan che devono trovare un accordo per evitare una guerra totale. I fari non sono puntati su un amore tragico della coppia di giovani defunti (anche perché la loro morte non nasce da un amore travolgente e tragico, ma da circostanze poco più che stupide), ma sulla violenza, sulla svalutazione della vita, sul crollo delle leggi dello Stato. È un epilogo amarissimo, ma in linea con l’atmosfera della trilogia.

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