Anni di appunti accumulati e poi sfrondati e ordinati alfabeticamente: una mossa che, lungi dal distruggere il significato, può inaspettatamente amplificarlo. Specie quando c’è di mezzo il dolore. “Diari alfabetici” di Sheila Heti è un altro dei suoi libri senza eguali. Un’esperienza che non si dimentica, fatta di pensieri, desideri, paure, umori, incontri e abbandoni…
Uno scrittore è solo un individuo che vaga sotto le stelle, un individuo dentro un universo che scrive di un intero universo.
Lo scrive Sheila Heti e potrebbe essere proprio lei uno scrittore così. Giustamente acclamata, con alcuni libri di assoluto valore e alle spalle (ne abbiamo scritto qui), e l’intenzione di stare sulla scena da protagonista. Nella quarta di copertina dell’edizione italiana del suo nuovo libro la acclamano Rachel Cusk e Zadie Smith (che fra l’altro è citata nell’ultima pagina). Sheila Heti è riuscita a scrivere un altro libro senza eguali, Diari alfabetici (185 pagine, 18 euro), tradotto con maestria da Federica Aceto per la casa editrice Il Saggiatore, che aveva pubblicato anche il volume precedente, il magnifico Colore Puro (qui l’articolo).
Sorprendere, ma non fino in fondo
Cosa ha fatto Sheila Heti? Ha preso dieci anni della propria vita, parole scarabocchiate su quaderni e file digitali, le ha trascinate in un pc e le ha riorganizzate secondo l’ordine alfabetico. Da lì in avanti ha tagliato, “potato”, selezionato, fino a ridurre e distribuire tutto in ventisei capitoli che corrispondono alle lettere dell’alfabeto inglese. Il risultato si sottrae alla narrazione per offrire qualcosa di più inquietante: l’impressione di trovarsi dentro il pensiero di un’altra persona nel momento esatto in cui si forma, si dissolve, ritorna, si ripete, si contraddice. Una strategia che colpisce, senza sorprendere fino in fondo se si pensa che in almeno un paio dei suoi precedenti titoli l’autrice canadese s’era sbizzarrita: Ne La persona ideale, come dovrebbe essere? (Sellerio) aveva mescolato audioregistrazioni di conversazioni reali, email, monologhi interiori e scene teatrali per costruire un’opera che sfidava il confine tra autobiografia e invenzione; in Maternità (Sellerio) – ne abbiamo scritto qui – aveva affidato a un metodo divinatorio, lanciare tre monete come chi consulta l’I Ching – la struttura di un libro che interrogava il destino della maternità. Adesso, per la prima volta, Sheila Heti abbandona ogni finzione narrativa, ogni cornice allegorica, ogni personaggio che non sia se stessa.
Zero cronologia
Quello che si legge, inevitabilmente, è spiazzante. La cronologia, che è il tessuto connettivo del diario tradizionale, viene strappata. Ciò che resta è una sorta di poesia simbolista generata da un computer, che fa il sporco di ordinare le frasi, anche se poi è l’autrice a scegliere cosa tenere e cosa buttare, a trovare i ponti tra una frase e l’altra, a far emergere ritmi e assonanze dove il caso aveva semplicemente ammucchiato dati. Il lettore si trova così di fronte a un testo che non si può leggere come si legge un memoir. Non c’è arco narrativo, climax, risoluzione. C’è invece un’accumulazione di enunciati che cominciano tutti con la stessa lettera, c’è l’estremo tentativo di presentare il materiale grezzo della propria esistenza senza la mediazione della forma narrativa, dunque in modo vertiginoso. Ci sono passaggi in cui l’ordine alfabetico, lungi dal distruggere il significato, può inaspettatamente amplificarlo. Specie quando c’è di mezzo il dolore, Sheila Heti spesso lascia che il dolore filtri attraverso la forma.
Il lettore come voyeur e linguista
Leggere Diari alfabetici significa assumere un doppio ruolo. Da un lato si è indotti a una curiosità voyeuristica: si cercano nomi propri, si ricostruiscono identità, si cerca di capire chi è Lars, chi è Vig, chi è Pavel (forse pseudonimi, forse no), chi è la nonna che muore, chi è l’agente letterario che rifiuta il romanzo, ecc. Si cerca, insomma, la storia nascosta sotto la forma. Dall’altro lato, il lettore diventa un linguista: osserva come certe parole ricorrono, come certi temi si raggruppano, come la ripetizione possa diventare un motivo conduttore. C’è una gonna verde, per esempio, che ricorre in più di un capitolo e ogni volta porta con sé un frammento di erotismo, di memoria, di umiliazione o di desiderio.
Sesso e ambizione
Uno dei territori più frequentati del libro è il sesso. Non il sesso romanzato, non il sesso come metafora, ma come attività che occupa il pensiero, il corpo, il tempo. Heti scrive di fellatio, di rapporti occasionali, di desideri insoddisfatti, di uomini che la deludono e che lei continua a desiderare. C’è qualcosa di crudo e insieme di distaccato in queste frasi, anche perché quando il sesso è accanto a una frase sulle uova strapazzate o su una telefonata della madre, perde la sua carica di tabù e diventa una componente tra le tante della vita quotidiana. Oltre al sesso c’è anche l’ambizione. Le frasi sui soldi, sul successo, sulla necessità di pubblicare, sulla paura di non essere abbastanza brava, si mescolano a quelle sull’arte e sul senso della scrittura. Sheila Heti non si presenta come un’artista tormentata che soffre per la sua arte, né come una professionista cinica. Si presenta come qualcuno che, come la maggior parte delle persone che scrivono, oscilla continuamente tra questi due poli, senza mai trovare una posizione stabile.
Le molteplici facce di una vita
Chi scrive è rimasto incantato da questo libro, ma non esclude che altri possano trovarlo frustrante, esasperante, un esercizio di vanità intellettuale. Il lettore viene spinto avanti e indietro tra frasi che sembrano collegate e altre che sono l’opposto, e in questo movimento sperimenta le molteplici facce di una vita, tutte messe sotto la lente ingrandente di un io che non si fida della propria voce. Il libro ha qualcosa della poesia, qualcosa del flusso di coscienza, qualcosa che ricorda i social network, e forse persino le Sacre Scritture. Si attraversa un alfabeto intero di pensieri, desideri, paure, umori, incontri e abbandoni. Si esce dal libro come si esce da una conversazione durata tutta la notte, stanchi, un po’ ubriachi, ma è un’esperienza che non si dimentica.
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