Molesini, padre, figlio e le parole di una vita come eredità

Un racconto fluviale e appassionato, che coglie anche la commedia nella tragedia. È quello che Andrea – partecipe alter ego dell’autore – riceve da Babbo Rolli, padre prossimo alla fine. “La macina della risacca” è l’opera più compiuta di Andrea Molesini, un ponte fra generazioni, sopra l’abisso di chi se ne va e di chi rimane. Una storia che ripercorre soprattutto la memoria della seconda guerra mondiale e la picaresca fuga, da Genova a Venezia, di Babbo Rolli, depositario di importanti segreti militari 

Più di un’avventurosa cronaca in tempo di guerra, più di un memoir familiare. Andrea Molesini, già premio Campiello e con ottimi riscontri di traduzioni all’estero, è tornato in libreria con un romanzo che è esempio della forza salvifica della parola, della testimonianza narrata. È probabilmente la più compiuta delle sue opere, in cui l’affresco d’epoca, la tensione dell’avventura e lo scavo psicologico nei legami di sangue – fra un giovanotto imberbe e un genitore prossimo alla morte – si fondono in un’armonia mirabile, ricordandoci con fermezza che la letteratura conserva anche il compito altissimo di riannodare i fili spezzati del tempo, di fare da ponte gettato sopra l’abisso tra chi parte e chi resta.

Storia e memoria familiare

Scrivere un romanzo del genere nel terzo millennio, dopo tanta letteratura passata sotto i ponti, non è agevole, tanto più che non si riscontra alcuna traccia di facile patetismo o di cedimento sentimentale. La presenza incombente della malattia e il presagio imminente del trapasso vengono affrontati da Andrea Molesini con una compostezza di pura impronta classica, dove la sofferenza fisica non degrada mai la statura della persona, ma ne mette a nudo la tempra morale. La macina della risacca (411 pagine, 17 euro), questo il titolo del libro edito da Sellerio, si addentra in quel territorio impervio e affascinante in cui la grande Storia si rifrange nelle pieghe più intime della memoria familiare. Lo fa con una prosa tesa, scolpita nel pudore e impregnata di una liricità mai compiacente.

Un ricovero vissuto male

La vicenda prende avvio nei tardi anni Settanta, tra le pareti austere e sbrecciate dell’Ospedale al Mare al Lido di Venezia. Lì, in un ambiente saturo di disinfettante e rassegnazione, un ventenne iscritto a Lettere a Padova – trasparente e partecipe alter ego dello stesso autore – veglia con trepidazione sul letto di morte del padre Aurelio, da tutti conosciuto come Babbo Rolli. L’uomo, nato nel 1907, ex ufficiale del Genio Navale della Regia Marina, è una figura imponente, spigolosa, plasmata da un’idea inflessibile dell’autorità, del dovere militare e del pudore emotivo. Incapace di addomesticarsi alla decadenza fisiologica e all’umiliazione della malattia, Babbo Rolli vive il ricovero ospedaliero con furore sdegnato e fiero: rifiuta con ostinazione l’invasività delle flebo, rivendica per sé una fine consapevole, senza sconti né compromessi formali. La moglie Elvira è alle prese con una forma devastante e irreversibile di depressione, inghiottita in un buio fitto che la rende distante, impalpabile, quasi una presenza fantasmatica e incorporea nella vita dei due uomini.

Il silenzio rotto

In questa condizione di isolamento coatto e di sospensione temporale, si muove la figura misurata della dottoressa Anna Kaisermann. Verso di lei, il giovane protagonista avverte un sommesso, impacciato e purissimo sentimento di attrazione e di risveglio vitale. Mentre la vita del vecchio padre si spegne a sorsi, l’avvenire del figlio reclama il proprio diritto ad esistere. Tra padre e figlio c’è una crepa di dialogo mancato, ma sul limitare della notte, quando la malattia lima ogni residua difesa identitaria e la carne cede il passo all’ombra, Babbo Rolli decide di rompere l’assedio del silenzio. E, con la forza solenne e perentoria di un lascito, dà vita a un racconto fluviale, dettagliato e inarrestabile di un’esistenza intera, la sua, e in particolare di una giovinezza attraversata, provata e ferita dal secondo conflitto mondiale.

Una perigliosa traversata clandestina

Il cuore propulsivo del romanzo di Andrea Molesini risiede nella rievocazione minuziosa di una fuga disperata, che prende le sue mosse nei giorni roventi che seguirono l’armistizio dell’8 settembre 1943. Di stanza presso i cantieri navali di Genova in qualità di maggiore del Genio Navale, Aurelio assiste al crollo verticale e improvviso dello Stato italiano, all’abbandono dei comandi e allo sbandamento generale delle truppe. Babbo Rolli non è un soldato qualunque: è il custode di segreti militari di primissima importanza per la sorte del conflitto. Porta infatti con sé, nascosti tra i propri effetti personali, i preziosi e riservatissimi disegni tecnici dell’Aquila, la prima e unica portaerei italiana mai completata, gemma tecnologica su cui si appuntano le brame delle autorità belliche tedesche e repubblichine. Trasformatosi da stimato alto ufficiale in ricercato speciale e braccato dalla Gestapo e dai delatori fascisti, Aurelio intraprende una perigliosa traversata clandestina, a piedi e con mezzi di fortuna, lungo un’Italia scompaginata, smembrata e devastata dai bombardamenti. Il suo obiettivo ultimo è raggiungere Venezia, la città natale, dove la sorella potrà garantirgli un nascondiglio sicuro, un rifugio sotterraneo e una falsa identità con cui sopravvivere tra le pieghe della laguna fino alla Liberazione.

La paura, il caos, rivoli di personaggi

Molesini dimostra maestria assoluta nel tratteggiare la topografia della paura e del caos istituzionale. L’itinerario avventuroso che conduce il protagonista dalla Liguria alle coste del Veneto si trasforma in un’autentica discesa negli inferi di una nazione in disfacimento, dove ogni crocevia e ogni fermata di treno rappresentano un dilemma etico e un potenziale rischio mortale. Lungo questo cammino di fuga e di resistenza individuale, la trama si arricchisce di una straordinaria galleria di personaggi secondari e comprimari, dipinti da Molesini con un chiaroscuro denso di pietà, lucidità e tragico umorismo: tenutarie di bordelli, commilitoni, delatori di provincia, ebree, profittatori e spie meschine. C’è il dramma puro, ma spesso anche una sottile ironia: la volontà è quella di cogliere la commedia umana nel cuore stesso della tragedia.

La fedeltà a se stessi

Babbo Rolli non intende lasciare un’immagine immacolata di sé, ma consegna al figlio alcune coordinate e soffi di sentimento che certa inflessibilità formale del passato gli aveva impedito di manifestare. La prosa di Molesini è una corrente implacabile, fatta di una sintassi che procede con un ritmo fermo, incalzante e misurato. Il risultato è un libro che fa compagnia e interroga, una memoria, quella del protagonista, che spesso è voce narrante, trasfigurata dalla narrativa, e agisce come la più materiale delle macine, la risacca delle onde: sbriciola i malintesi di ieri, polverizza i rancori e lascia riemergere l’essenziale, la fedeltà intatta a se stessi e il valore inestimabile della parola pronunciata prima che scenda il buio definitivo.

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