Abituarsi all’orrore, la scrittura glaciale di Agustina Bazterrica

Una società che ha reso legale il consumo di esseri umani, un protagonista che ne riconosce l’orrore ma continua a farne parte, un linguaggio costruito per trasformare l’impensabile in normalità. Con “Cadavere Squisito” Agustina Bazterrica firma una distopia disturbante non tanto per ciò che mostra, quanto per la facilità con cui ci insegna ad abituarci

Cadavere Squisito (250 pagine, 16 euro) è uno di quei romanzi che si leggono con una sensazione di disagio crescente, non tanto per gli eventi in sé quanto per la naturalezza glaciale con cui vengono raccontati. La scrittrice argentina Agustina Bazterrica costruisce un orrore speculativo attraverso una prosa fredda, quasi notarile, che rifiuta ogni sensazionalismo e proprio per questo risulta ancora più perturbante. In questo romanzo distopico, pubblicato in Italia da Eris, con la traduzione di Francesca Signorello, tutto parte da una sola, minima estremizzazione della realtà: un virus ha reso la carne animale letale per l’uomo e la risposta della società non è stata quella di rinunciare al suo consumo, ma di trovare un sostituto: altri esseri umani. Allevamento, macellazione e commercializzazione della carne umana vengono legalizzati e inseriti in una filiera perfettamente organizzata.

Agustina Bazterrica non racconta però il caos della trasformazione. Quando il romanzo comincia, quella trasformazione è già avvenuta. Il mondo non è precipitato nell’anarchia: ha trovato nuove leggi, nuove professioni, nuovi prodotti e, soprattutto, nuove parole.

Marcos, vedere senza sottrarsi

È in questo sistema che lavora Marcos Tejo, braccio destro del direttore di uno stabilimento di macellazione. Conosce ogni fase della produzione, supervisiona il lavoro, tratta con allevatori e fornitori. Non è quindi un osservatore esterno della violenza: contribuisce materialmente a farla funzionare. Eppure qualcosa in lui continua a opporre resistenza, almeno sul piano della coscienza. Marcos riconosce ciò che si nasconde dietro le procedure e dietro le formule con cui il resto della società ha imparato a convivere. A questa frattura si aggiunge una vita privata segnata dal lutto, dal progressivo spegnersi del padre e da un matrimonio sospeso nel dolore.

Agustina Bazterrica sceglie così un protagonista che non può essere facilmente collocato dalla parte dei carnefici o da quella delle vittime. Marcos sa. Vede. Ma continua. Ed è proprio questa posizione ambigua a diventare uno dei nuclei più interessanti del romanzo.

Il vocabolario della normalità

Marcos continua però a percepire il peso delle parole. Gli esseri umani destinati alla macellazione non sono più esseri umani, ma “capi”; la loro carne è “carne speciale”; i corpi diventano prodotto, materiale, merce.

È uno dei dispositivi più riusciti di Cadavere Squisito. La violenza non viene soltanto legalizzata: viene riscritta linguisticamente fino a diventare accettabile. Gli eufemismi, le classificazioni e il lessico tecnico creano una distanza tra la parola e ciò che quella parola rappresenta.

Prima ancora di convincere una società ad accettare l’inaccettabile, sembra suggerire Bazterrica, bisogna insegnarle a chiamarlo in un altro modo.

Ed è per questo che leggere il romanzo soltanto come una denuncia dell’industria alimentare sarebbe riduttivo. La carne è il livello più evidente, ma sotto c’è una riflessione molto più ampia sulla capacità delle società di adattarsi alle proprie derive. Collassi, estremismi, violenze collettive che osservati a posteriori sembrano impossibili possono diventare, mentre accadono, una successione di compromessi perfettamente razionali.

Nessuno sceglie l’orrore

Non c’è un grande carnefice sul quale scaricare tutta la responsabilità morale. Ci sono istituzioni che regolamentano, aziende che producono, lavoratori che eseguono, consumatori che comprano. Persone comuni che continuano a vivere. Ed è forse proprio questo l’aspetto più agghiacciante: nessuno deve scegliere consapevolmente l’orrore ogni mattina. È sufficiente adattarsi, un compromesso alla volta, fino a naturalizzare ciò che naturale non è mai stato.

Anche la struttura narrativa lavora in questa direzione. Il collasso, enorme e planetario, non viene raccontato dalle stanze del potere, ma attraverso le sue conseguenze più ordinarie: il lavoro, i rapporti familiari, le pubblicità, le abitudini. Non interessa tanto il momento della frattura, quanto la quotidianità che viene dopo.

Comprendere non significa assolvere

È a questo punto che Marcos diventa più di un semplice tramite attraverso cui conoscere quella società. Diventa il personaggio su cui il romanzo mette alla prova anche il lettore.

Conosciamo le sue perdite, la sua stanchezza, la sua incapacità di ricomporre alcuni pezzi della propria vita. È difficile non comprenderlo. E proprio per questo è facile iniziare a concedergli uno statuto morale diverso rispetto agli altri personaggi.

Ma la consapevolezza non coincide necessariamente con l’innocenza.

Nella seconda parte del romanzo questa ambiguità si sposta dal sistema alla dimensione più intima. Entrano in gioco la cura, la vicinanza e forme di tenerezza che sembrano mettere in discussione la divisione tra persona e merce, senza però cancellare completamente i rapporti di potere su cui quel mondo continua a reggersi.

Da qui nascono alcune delle domande più difficili del libro: basta riconoscere l’umanità dell’altro per smettere di considerarlo qualcosa che ci appartiene? E quanto è facile sentirsi diversi da un sistema continuando, nei fatti, ad accettarne le regole?

Quando l’orrore diventa troppo visibile

È proprio quando Agustina Bazterrica lascia queste domande sotto traccia che il romanzo funziona meglio. Nei gesti, nelle omissioni, nel modo in cui Marcos osserva e allo stesso tempo evita di osservare, Cadavere Squisito trova una tensione che non ha bisogno di grandi esplosioni narrative.

Per questo alcune sequenze della parte finale risultano meno convincenti. La violenza diventa improvvisamente più esplicita e spettacolare, quasi che l’autrice sentisse il bisogno di mostrare apertamente ciò che aveva già reso perfettamente visibile attraverso la routine.

Non sono passaggi privi di forza, ma finiscono per essere meno perturbanti proprio perché più dichiarati. Dopo pagine in cui la crudeltà è stata nascosta dentro procedure, contratti, merci e conversazioni quotidiane, l’orrore spettacolare appare quasi più facile da riconoscere e, quindi, paradossalmente più semplice da respingere.

Sono invece le ultimissime pagine a riportare il romanzo sul terreno che gli appartiene di più. Senza spiegazioni e senza offrire al lettore una comoda chiave morale, Bazterrica costringe a ripensare Marcos e molte delle attenuanti che gli abbiamo concesso.

Quello che sembrava separarlo dal mondo intorno a lui diventa improvvisamente più difficile da definire. E il confine tra chi riconosce un sistema mostruoso e chi ne ha già interiorizzato la logica si fa molto meno rassicurante.

Cadavere Squisito è un romanzo breve, ma non è una lettura che si esaurisce rapidamente. La sua forza non sta tanto nell’immaginare una società mostruosa, quanto nel mostrare il processo attraverso cui quella società ha smesso di considerarsi tale.

Prima ci scandalizza. Poi ci abitua. E alla fine ci lascia con la sensazione più scomoda di tutte: accorgerci che, per qualche pagina, ci eravamo abituati anche noi.

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