Karim Kattan, prima d’amare è necessario liberare la Palestina

Ne “L’Eden all’alba” Karim Kattan racconta la relazione d’amore fra due uomini palestinesi. Sembra una frattura con la tradizione degli eroi fedayyin, ma in realtà non smette di fare i conti con i traumi del passato, con il presente e il futuro della Palestina. Incombe la violenza dell’oppressione colonialista e la consapevolezza che questa impedisca di vivere liberamente e quindi anche di amare…

Pubblicato in francese, è stato tradotto in Italia L’Eden all’alba (L’Éden à l’aube) di Karim Kattan, autore palestinese nato ad Al Quds (القدس‎, Gerusalemme) che sta emergendo dall’alveo della lettura contemporanea europea, soprattutto francese, riscuotendo consensi e insistendo sui quesiti che la letteratura palestinese sa porre innanzi a un presente trasfigurato dalla cortina della finzione e del silenzio. Un silenzio modellato su un vuoto di parole, parole vuote e in realtà piene, ossia impregnate col desiderio di cancellare dalla Storia la parola “Palestina”. Parole che coprono, parole che fumano, parole che trasfigurano in disputa legale e “dialogo tra parti uguali” la brutalità del bulldozer che recide l’ulivo centenario e l’atrocità della pioggia di bombe che reca la firma e i guadagni dei governi occidentali. Parole che provano a sostituirsi ai fatti del genocidio che hanno riempito gli argini del silenzio. Parole che vorrebbero risucchiare la verità dagli argini per sostituirla con una Storia più addolcita dalle parole del diritto oppressore: conflitto, crisi umanitaria, tragedia, dialogo e pace sostenibile. Parole, queste, che inchiodano alla barella l’autodeterminazione dei popoli colonizzati e rimpolpano le tasche delle organizzazioni internazionali, mentre la colonizzazione continua ad avanzare sotto l’occhio ingenuo (o crudele) del mondo.

Di una letteratura posseduta dal contesto

Il contesto in cui si inserisce la sottile soglia tra letteratura, storia, persona e giustizia internazionale, Karim Kattan lo affronta di petto, quando si rivolge ai giornalisti e agli scrittori francesi e del mondo su Le Monde1: chiede dove sarebbero la testa e la penna se si è orgogliosi di mancare le parole dovute o di riversare parole inutili – in realtà utili a fini oscuri. In modo forse più consapevole, Kattan esprime l’inadeguatezza di fronte alle parole tutte, se pur indirizzate verso la ricerca della verità, come sono quelle del suo libro. Ci vorrebbe molto di più, qualcosa di più forte e decisivo, enorme e sconvolgente come l’onda che ribalta e rivoluziona l’asse della realtà: «se soltanto fossi un mago…» scrive riflettendo sulla stesura del suo romanzo, nella postfazione di una raccolta di poeti e poetesse di Gaza2. Inoltre, comunicando ironicamente che alle parole, quelle pervase dalla giustizia, dovrebbero accompagnarsi grandi azioni, immense azioni, azioni in grado di ribaltare come con un incantesimo la natura contraffatta del mondo dei potenti.

Il silenzio, le parole, la propaganda, il colonialismo e l’Occidente, L’Eden all’alba – edito da La Nave di Teseo grazie alla traduzione di Cetina Caliò – non le discute inequivocabilmente. Non parla del silenzio, della verità amputata e della realtà distorta. Non prova, in modo dichiarato, a fare della sua storia un viaggio ideologico o di formazione per i personaggi e per i lettori che dovrebbero sbrigarsi ad agire (anche se Karim Kattan si mostra consapevole che il presente necessita di questa urgenza). Questa spinta, ossia sottrarsi all’indirizzamento ideologico della trama per spezzare la tradizione mediante sperimentalismi narrativi, accomuna una parte importante della generazione letteraria post-Oslo, a cui Karim Kattan appartiene, essendo nato 4 anni prima degli accordi di Oslo (1993). Una tensione che sembra comunicarci che anche in Palestina, anche nel dramma più oscuro, è possibile rompere il legame tra verità letteraria e impegno politico, è possibile affermare la narrazione individuale scevra dal destino e dall’organizzazione collettiva. In tal proposito, è Kattan stesso ad aver affermato che avrebbe voluto soltanto scrivere una storia d’amore omossessuale3, ma la verità lo ha impedito ai personaggi della sua storia:

«Sia l’uno che l’altro vivono in un paese che non è davvero il loro paese. Vivono incatenati a dei sistemi concreti per ostacolarli […] e così stroncare sul nascere la possibilità di vivere liberi o innamorati. In pratica vivono colonizzati, […] in modo tale da impedire che possano immaginare di amare (la famiglia, gli amici, gli amori, l’universo) in tutta sicurezza. È qui il nocciolo della storia, a dire il vero. […] Sono entrambi dominati da un meccanismo coloniale così antico, profondo e artificioso, al punto che lo hanno quasi dimenticato. L’amore non trionfa su niente e men che meno su quell’amministrazione».

L’Eden dell’alba di Karim Kattam frattura il legame con la tradizione delle storie degli eroi fedayyin (فدائيين‎), i combattenti, ma anche con la tradizione letteraria che si è data il compito di affrontare il problema della cancellazione coloniale attraverso un gesto di conservazione in finzione della memoria, una trasformazione che comunque presume l’accuratezza della ricerca storica. Ciononostante, L’Eden dell’alba non può liberarsi – non potrebbe anche se volesse – dall’esplorare i traumi del passato e interrogare a partire da questi il presente e il futuro della Palestina. Come scrive Suad Amiry: «Se Israele continua a occupare la Palestina, la Palestina sembra occupare o, meglio, ossessionare i propri scrittori. Palestina ci lascerai mai liberi?»4.

Binari che sfuggono al tracciato

La storia raccontata è quella di un amore tra due palestinesi, Isac e Gabriel, immersi in una Gerusalemme affogata nel khamsin (خمسين  , cinquanta), un vento sabbioso del deserto che normalmente impatta i paesi arabi per una cinquantina di giorni. Se è vero che il colonialismo avvelena tutto ciò che tocca, a essere contagiate sono anche le condizioni atmosferiche: il khamsin è più forte che mai, dura più di sei mesi e finisce per ostacolare i sistemi di sorveglianza dell’Occupazione, uccidendo «cinquantamila uomini nel pieno vigore dei loro anni, molte donne e qualche bambino». Si potrebbe dire un colpo di coda dell’ecosistema indigeno che prova a ribellarsi alla sopraffazione di chi vuole dominarlo, e finisce per colpire, drammaticamente, anche i e le palestinesi, anzi soprattutto questi, che non dispongono di giganti aspiratori in grado di pulire gli edifici dalla sabbia che riempie ogni angolo e sistema respiratorio. Un meccanismo distopico, quello del khamsin, una funzione atmosferica che esprime la ribellione totale dello spazio indigeno al suo colonizzatore, e al contempo dota Isac e Gabriel delle condizioni che gli permettono di coltivare parzialmente la libertà di bruciarsi con l’amore di un’estate terribile, interminabile e goduriosa – la sabbia addormenta le menti dei soldati e manda in panne ogni cosa, compresi i virtuosissimi sistemi di sorveglianza dell’Occupazione.

L’amore tra Isac e Gabriel, e prima del suo scoccare le loro vite intralciate, sono raccontate dal cielo palestinese; un narratore in terza persona non onnisciente, che assomiglia più a un cronista e meno a un dio onnipotente che forgia la propria verità finzionale; un osservatore spesso impotente, il cielo, perché (mentre racconta e segue con affetto e timore i due) è limitato nella capacità di modificare la storia come vorrebbe. Soffre per ciò a cui assiste e racconta. Ma è testimone e perciò, nonostante il dolore, ha il dovere di raccontarlo. È in qualche modo uno shahid  (شَهيد , martire), laddove esserlo (differentemente da come è oramai declinato questo concetto nella cultura europea) significa rispettare un patto di testimonianza passiva, certo, nella morte: ma attiva nella missione imposta dall’obbligo per il suo racconto. Una scelta curiosa quella del narratore innaturale, ma imparziale, ben riuscita quando non deve negoziare col lettore la costruzione della storia, oltreché in grado di consegnare una convinzione subliminale al lettore: come potrebbe non essere vero se a raccontarlo è il cielo?

La vita della loro relazione, così come la loro stessa vita, è una membrana che si dilata e si comprime in funzione di un equilibrio non endogeno ma esogeno imposto dalla violenza coloniale che occupa non soltanto lo spazio ma anche il tempo e il moto dei corpi che la confliggono. Isac è stato trovato dalla madre in un corso d’acqua «come cadono le stelle», un espediente che si avvicina alla più antica delle storie bibliche. Un dono del cielo (sic!) tra le mani di una donna palestinese, un paradigma che ribalta quello dei bambini donati a famiglie israeliane, com’è realmente accaduto ai figli rubati di molte famiglie palestinesi durante la Nakba (النكبة, catastrofe) e la Naksa (النكسة, ricaduta), fatto magistralmente utilizzato da Ghassan Kanafani in Ritorno ad Haifa5, per spiegare la pulizia etnica e le sue conseguenze storiche. Così, il cielo dona Isac, e ribalta le strategie coloniali, ma lo inchioda al destino della Storia. Isac subisce la colonizzazione e per poter abitare a Gerusalemme è costretto a farsi sfruttare sessualmente dal signor Wargrave, diplomatico da 15mila bigliettoni al mese, inglese di mezza età, che si proclama amante della Palestina, della sua gente, ma in fondo forse è più innamorato di sé stesso, del suo potere esercitato e della necessità che le sue idee irreali e capziose siano approvate dai e dalle palestinesi. Potreste fare uno sforzo voi palestinesi!, dice a Isac, che testoni che siete!, come se fosse possibile arrestare la violenza assassina del colonialismo con la calma zen della pace (si dimenticano questi inglesi e questi parolieri che la violenza coloniale non travolge per difesa ma per attacco strategico, perpetuamente, con la forza di ogni istituzione creata per uno e un solo fine, nessun altro: sterminare la popolazione indigena e appropriarsi della sua terra). Un movimento di incatenamento simile riguarda la vita di Gabriel, una sagoma timida e pensierosa, che ama come fa lo scoglio con il mare che gli mulina contro. L’Occupazione cauterizza la sua infanzia per la prima volta quando una jeep militare ne investe la cagnolina. Un’immagine quella della testa schiacciata della cagnolina che lo ossessionerà per tutta l’infanzia, una premonizione della passione d’artista che svilupperà da grande: cartografare la sua vita come in un diario di mappe. Mappe che per forza di cose sono mappe della Palestina, mappe dei luoghi occupati, mappe di storie possibili e mappe di storie afrodisiache e orribili, ispirate dai racconti che per notti e notti Isac snocciola innanzi alla calma da ulivo di Gabriel, con entrambi divisi dal bancone dell’hotel con cui il primo tira a campare.

La dilatazione dell’amore che scocca tra loro si consuma in una Gerusalemme infiammata e insabbiata, una conchiglia di mattoni sospesa tra gli incroci dei suoi labirinti, tra i venditori di talismani e oggetti egizi, tra le storie crociate e i turisti internazionali disposti a farsi perquisire anche la più stretta fessura del corpo, dalla mano israeliana che ne profana la proprietà, pur di visitare quella che continuano a chiamare terra santa – un attributo forse necessario a ripulire il senso di colpa che sopraggiunge quando il turismo “santo” contribuisce e legittima le menzogne del veleno coloniale.

La relazione di eroticità gerosolomitana prosegue tra colori pulsanti, leggende, fantasmi, maghe, pazzi briganti e spietati crociati, lirismo e follia che avvinghiano chi ha colonizzato la Palestina ma anche chi dovrebbe abitarla liberamente perché vi appartiene da secoli di generazioni. Isac e Gabriel si fanno vettori impazziti del desiderio, al contempo consapevoli e sopravveduti, per niente impiegati nella rivoluzione ma soltanto e unicamente nel tentativo di liberarsi dal peso che vuole inginocchiargli l’amore. Non sono eroi, né ideologhi, né politologhi, “né santi” ma forse “navigatori” di un impulso erotico che vuole muoversi e svettare soltanto per seguire le linee della propria soddisfazione. Ciò che lega Isac e Gabriel non è soltanto la passione per la carne e la commistione dello spirito, ma le storie che questi si raccontano. Storie che forse non servono soltanto ad Isac per afferrare il cuore di Gabriel, ma permettono di riappropriarsi del diritto a raccontare il proprio passato, vivere il proprio presente e immaginare il proprio futuro. Storie che vorrebbero rompere la gabbia che li incatena al destino di Gerusalemme, naufragare in un viaggio oltre il mondo, che per paradosso è la Palestina stessa, colonizzata e per questo frantumata in bantustan che sembrano mondi conosciuti ma irraggiungibili dalle vite dello stesso sistema solare.

Se la magia del racconto non è sufficiente a placare la violenza del colonialismo, allora vale provare a zittirla con il corpo. Così, Isac e Gabriel si imbarcano in un viaggio segreto e pericoloso, dove rischiano il carcere a vita o la morte, tra soldati israeliani omossessuali intontiti dal khamsin e pronti a stuprarli. Una scia di sogno li accompagna in una sospensione temporanea della violenza, fanno tappa in un piccolo paese contadino al nord che Gabriel aveva conservato tra le sue mappe e finiscono lungo le piscine di Salomone – piscine millenarie che tutt’oggi i bambini palestinesi vivono come il mare che non hanno perché gli è stato rubato. Lì i due troveranno il nascere di una libertà temporanea. Tuttavia, la traiettoria del loro viaggio è oscura, tragica e dominata da un demone appollaiato sul loro cammino: «tutto può bruciare tutto quando tutto sta fra le mani di un Ifrit» che porta la crudeltà che diventa casuale da quando tutto è permesso al sionismo pur di appropriarsi della Palestina. Ricalcando la stessa curva atmosferica, ossia riconquistare simbolicamente la propria terra colonizzata, la stessa ossessione della protagonista di Un dettaglio minore di Adania Shibli6, Isac e Gabriel, trovano l’Eden, il compimento del proprio amore libero, ma sono anche condotti (e con essi chi legge), come da una macchina premeditata, a una consapevolezza sconcertante: la confessione individuale dell’amore e l’inno della sua professione incontrano necessariamente la tragedia quando sono ingabbiati dal colonialismo. Non che la tragedia non si verificherebbe altrimenti. Sono altrettanto drammatici gli esiti delle storie di combattenti rivoluzionari. Ma allora dovremmo convenire che questo esito tragico ci consegna inermi nelle braccia del pessimismo assoluto comunque la storia vada?

No. Se l’ingiustizia più assoluta è l’esistenza di un oppressore che getta nel burrone la più pura tra le spinte umane, l’amore, allora bisognerà lottare per ricostruire il suolo dei propri diritti affinché avvengano: mai più, mai più e mai più, questa volta per davvero, le crudeltà a cui i popoli oppressi sono sottomessi. Forse, allora, la premonizione che questo romanzo consegna al lettore contemporaneo è una consapevolezza drammatica: prima di amare liberamente, è necessario liberarsi dall’ingiustizia che lo impedisce. E così, presentando le contraddizioni di una parte della narrativa post-Oslo, L’Eden all’alba inscena il cammino di personaggi (o persone) che vorrebbero dissetare liberamente i propri desideri ma non possono perché il colonialismo ha tolto loro ciò che di fondamentale ha un essere umano: la libertà di vivere e dunque anche quella di amare. Perciò, prima di liberare il proprio amore è necessario liberare la Palestina, e per farlo è indispensabile tutta la voce e l’azione internazionale di cui i popoli del mondo sono capaci. È necessario, oltre che urgente, farlo non soltanto per amore di Isac e Gabriel, ma per amore della propria libertà d’amare, che in questo sistema politico marcio e marciante verso la guerra è sempre più (se pur ancor esistente) incancrenita. È forse questo il sibilo profetico e subliminale che questa storia d’amore mancato ci consegna.

4 Su Internazionale n° 1237, 2017, p. 9.

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