Rimpianto unica patria, Piero Meldini e l’elegia dell’età romantica

Una brevissima storia d’amore, rievocata quarant’anni dopo, mentre infuriano i cortei interventisti per l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. Un ricordo lontano che ha consumato un uomo, il suo racconto a un amico, la memoria di una donna bellissima e misteriosa e di un’epoca perduta, che non ha bisogno di eroi e sacrifici. È “Italia. Una storia d’amore” di Piero Meldini, requiem di un sentimento e di una passione, ma è anche sipario che cala sull’Italia dell’Ottocento, prima che la modernità e il conflitto bellico spazzino via tutto…

Può un sussurro entrare nelle orecchie, risuonare come un’eco e non andarsene più? Sì, se quel sussurro è stato scritto da Piero Meldini, con ogni parola meditata e scolpita, al posto giusto, con ogni sentimento calibrato. Finito fuori catalogo da Mondadori, dopo una prima pubblicazione nel 2012, è stato riproposto dalla casa editrice Vallecchi un romanzo breve di immensa misura ed eleganza, sotto la cui superficie ribollono passioni incandescenti: Italia. Una storia d’amore (125 pagine, 16 euro). È la storia di un incontro su un treno, di una notte a Rimini, di una vita intera consumata nel rimpianto. Ed è un rimpianto che non si risolve nel cuore di un uomo, ma si espande fino a diventare qualcosa di più vasto: l’elegia dell’età romantica, l’epitaffio di un’intera epoca, l’addio a un’Italia che stava per smarrirsi nel buco nero della Grande Guerra. Molto del merito va a una prosa trasparente, tersa, diversa da quella densa e inquieta dei suoi primi mitici romanzi che conquistarono Roberto Calasso.

Una piccola follia, il distacco all’alba

Custode di libri, di manoscritti, di codici miniati, di carte d’archivio, classe 1941, il riminese Piero Meldini è stato lo storico direttore della Biblioteca Gambalunghiana della sua città. Ma è nella narrativa che – ultracinquantenne, a metà anni Novanta – ha trovato la sua voce più autentica, pubblicando pochi romanzi; con L’avvocata delle vertigini, il primo per Adelphi, vinse il premio Bagutta. Non sembra più interessato a pubblicare nuovi lavori, ma quelli vecchi ritornano, come fantasmi. Come Italia. Nell’infuocato luglio del 1875, su un treno diretto da Bologna ad Ancona, Achille, un venticinquenne passionale e squattrinato, incontra una giovane donna di una bellezza che non si dimentica. Si chiama Elvira, è diretta ad Ancona dove l’aspetta il marito. Achille convince questa donna affascinante e misteriosa a scendere a Rimini, a compiere una piccola follia, a rubare al tempo una giornata e una notte che non le appartengono. Si muovono tra il Kursaal e una pensioncina affacciata sul mare, in una Rimini – ricostruita magari non filologicamente, ma con incanto – che non è ancora la città del turismo di massa, ma una località balneare raffinata, con la sua pagoda cinese, i suoi tramvai a cavalli, la sua ristretta e altolocata colonia bagnante. Poi, all’alba, il distacco, con una rivelazione sorprendente, imprevista. I due non si rivedranno mai più. Quarant’anni dopo, nell’aprile radioso del 1915, seduto al tavolino di un caffè di fronte alla piazza del Nettuno a Bologna, Achille racconta questa vicenda a un amico. Intorno a loro, la città è attraversata da cortei interventisti, da studenti universitari che gridano alla guerra, da un’euforia collettiva che sa di incoscienza e di fine. E in quel clima, carico di passione e di cieca fiducia nel futuro, il racconto di Achille suona come un’ultima preghiera. Rimini, poi, sembra rappresentare un mondo intero che sta per essere spazzato via: non solo dalla guerra che arriverà nel 1915, ma da tutte le guerre, da tutto ciò che cancella il tempo lento, dell’attesa e del desiderio.

Il mondo va avanti, l’amore si ferma

Non è la storia d’amore in sé a commuovere – anche se commuove, e si percepisce anche non l’indulgenza, ma la compassione dell’autore per le sue creature – ma il fatto che qualcuno (costretto a vivere dopo aver perduto l’unica cosa che dava senso al vivere), quarant’anni dopo, la racconti ancora, che la porti con sé come un’unica moneta preziosa in un mondo che ha smesso di capire il valore di certe monete. L’Italia che sta per entrare nel conflitto mondiale non ha più tempo per le fughe, per le notti rubate, per la passione, per la seduzione, per una donna che incanta e da incantare. Ha bisogno di eroi, di sacrifici, di bandiere. E Achille, con la sua storia di un amore perduto, è l’ultimo testimone di un’Italia diversa, che credeva nelle emozioni lunghe, nei silenzi pieni, negli sguardi che duravano più delle parole. Magnifica, in questo breve romanzo, è la costruzione di un’atmosfera di attesa, di sospensione, di tempo che si è fermato, e di una contrapposizione, il mondo che va avanti e l’amore che si ferma. Una promessa si spegne, un sogno svanisce, una ferita non si rimargina. Chi può, chi vuole, legga Piero Meldini, legga dell’amore per Elvira, dell’amore per l’Italia, dell’amore per il tempo che non torna. Alla fine sentirà un sussurro che non va più via.

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2 pensieri su “Rimpianto unica patria, Piero Meldini e l’elegia dell’età romantica

  1. Piero Meldini dice:

    Il libro ha ricevuto, inaspettatamente, varie e ottime recensioni (ieri, ad esempio, sul “Giornale” a firma Davide Brullo). Dovessi sceglierne una sola, sceglierei forse questa, che coglie perfettamente il senso della narrazione. Grazie

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