La fine della trilogia di Ugo Barbàra, qualcosa s’è spezzato

“La mala notte” conclude la trilogia di Ugo Barbàra iniziata con “I malarazza” e con “Malastrada”, ed è un finale disastroso per questa saga che attraversa due secoli, dal 1860 al 1990. I personaggi non riescono a imprimere la stessa forza dei predecessori, s’allenta la tensione narrativa, la dimensione storica è meno incisiva. Anche le “famiglie” letterarie che abbiamo amato possono smettere di appartenerci…

Sappiamo tutti che era una malastrada, ora però basta. Andiamo oltre, lasciamoci tutto questo rancore alle spalle e rimettiamo insieme i pezzi.

Quei pezzi sono ormai piccoli detriti di quello che era stato un palazzo maestoso, costruito con grandi personaggi, grandi ambizioni, valori, eroismi e potere; generazioni che, romanzo dopo romanzo, hanno visto consumarsi la propria grandezza fino a lasciare sulla scena un piccolo uomo che cerca il filo di Arianna per ricostruire quella che è stata la storia della sua famiglia.
Quel piccolo uomo si chiama Anthony Montaldo.

E sono tutto ciò che resta della mia famiglia.

Finisce qui la grande saga familiare costruita da Ugo Barbàra, scrittore, giornalista e sceneggiatore italiano, autore, tra gli altri, di In terra consacrata (Piemme, 2009), candidato al Premio Strega, Le mani sugli occhi (Piemme, 2011), candidato al Premio Scerbanenco, e di I Malarazza (Rizzoli, 2023), primo capitolo (qui l’articolo) di una trilogia che ha attraversato centotrent’anni di Storia, dal 1860 al 1990, seguendo la parabola dei Montalto dalla Sicilia a New York, dalla California a Cuba, fino a ritornare, come accade sempre nelle grandi storie familiari, là dove tutto era cominciato.
Se I Malarazza era il romanzo del rivugghio, quel movimento febbrile di uomini, passioni, ambizioni e rancori che rendeva la famiglia Montalto quasi una creatura viva, Malastrada (qui l’articolo) era già il romanzo delle prime incrinature, delle responsabilità, delle scelte che presentavano il conto; La mala notte (416 pagine, 20 euro), edito sempre da Rizzoli, è invece il romanzo della dissoluzione, quello in cui il grande edificio costruito da Antonio Montalto e Rosaria Battaglia non crolla in un solo istante, ma si sbriciola generazione dopo generazione, fino a lasciare ben poco di riconoscibile.

Dalla grandeur alla rovina

La saga dei Montalto è, in fondo, una lunga storia di perdita.
Ne I Malarazza Antonio e Rosaria possedevano quella dimensione quasi titanica degli uomini che non si accontentano del destino che hanno ricevuto e decidono di costruirsene uno nuovo, anche a costo di attraversare la violenza, la vendetta, l’oceano e l’ignoto. Erano personaggi capaci di suscitare ammirazione e repulsione, ma soprattutto capaci di imporsi sulla pagina con una forza che sembrava appartenere alla terra dalla quale provenivano.
Con Malastrada l’impero dei Montalto si allargava e contemporaneamente si faceva più difficile da governare; la famiglia entrava sempre più profondamente nella Storia e la Storia cominciava a penetrare nelle sue stanze, nelle sue relazioni, nelle sue decisioni.
Ora, nel capitolo conclusivo, ciò che resta è la conseguenza di tutto questo.

È il flusso della storia, che ha trascinato sogni e ambizioni fino a ridurli in polvere.

La grandeur della saga si condensa nella figura di Antonio Montalto e Rosaria Battaglia; la deriva massima la viviamo invece con Gaetano Scudera e la sua progenie, quando l’ambizione non è più il desiderio di costruire un futuro, ma diventa possesso, denaro, potere, dominio.
E il luogo nel quale questa metamorfosi raggiunge il suo punto più oscuro è Cuba.

La notte di Cuba

L’Avana del 1957 è una città che vive sull’orlo del precipizio, immersa nel lusso dei casinò, negli alberghi, nei bordelli e negli affari che legano il potere politico alla mafia americana, mentre dalle foreste della Sierra Maestra arriva il rumore della rivoluzione.
Gaetano Scudera ha costruito il proprio regno in questo paradiso artificiale, stringendo patti di sangue con uomini per i quali tutto ha un prezzo e trasformando l’impero familiare in una macchina capace di produrre ricchezza senza più interrogarsi sul significato di ciò che sta costruendo.
È una Cuba nella quale la notte non è soltanto l’oscurità che precede il giorno, ma il luogo morale nel quale gli uomini scelgono di vivere.

Gaetano… cominciava a scoprire che a Cuba tutto poteva essere comprato: il silenzio, l’onore, la bellezza. Persino la vergogna.

È forse una delle frasi più significative del romanzo, perché dentro questa possibilità di comprare persino la vergogna c’è tutta la progressiva perdita di senso della famiglia. Se i primi Montalto erano partiti dalla Sicilia portando con sé fame, orgoglio, coraggio e una visione, qui rimane soltanto l’avidità di chi ha dimenticato perché aveva cominciato a lottare.
La politica e la criminalità finiscono per confondersi e Ugo Barbàra lo racconta attraverso una frase che sembra fotografare l’intero sistema cubano alla vigilia della rivoluzione:

All’Avana si poteva diventare un uomo politico nello stesso modo in cui si diventava un gangster e spesso si trattava delle stesse persone.

La rivoluzione castrista incombe, Batista vacilla, il mondo dorato dei Montalto-Scudera è destinato a finire, ma quello che mi ha lasciato più perplessa non è tanto la fine dell’impero quanto il modo in cui i personaggi sembrano attraversare questo disastro senza riuscire sempre a imprimere sulla pagina la stessa forza che aveva accompagnato i loro predecessori.

Personaggi senza impronte

I personaggi di I Malarazza avevano una fisicità narrativa precisa: Antonio, Rosaria, Nicola, Rocco, Leonardo, Benedetta erano uomini e donne che potevano sbagliare, tradire, ferire, perdere, ma che non passavano inosservati. Ogni loro decisione sembrava avere un peso e ogni loro caduta lasciava una traccia.
In La mala notte invece molti personaggi camminano in punta di piedi e non lasciano orme sul terreno narrativo.
Elisabetta Scudera, che «si era scritta un copione da sola, per dargli corpo, non aveva esitato a liberarsi da suo padre», avrebbe potuto essere una delle figure più potenti di questo ultimo capitolo. Una donna che cerca di liberarsi dalla dittatura paterna, che vuole diventare padrona della propria esistenza e che, proprio mentre crede di essersi conquistata una libertà, finisce per scambiare una dittatura con un’altra, consegnandosi alla rivoluzione che porterà via tutto.
C’è in questa traiettoria una tragedia enorme, ma non sono riuscita a sentirla fino in fondo.
Lo stesso accade con Pasquale Scudera, che «si piegava sotto il peso delle cose per l’incapacità di difendersi dal dolore altrui», personaggio che incarna una fragilità che avrebbe potuto diventare profondissima e che invece rimane spesso sospesa, incapace di trasformare la propria debolezza in una vera forza narrativa.
Ed è un peccato, perché nelle saghe familiari i personaggi sono la memoria stessa della storia. Gli eventi possono essere magnifici, la ricostruzione storica impeccabile, le ambientazioni minuziose, ma se non ci sono uomini e donne nei quali riconoscere una parte di noi, il grande affresco rischia di rimanere soltanto un affresco.

Quando il rivugghio perde la voce

Anche la lingua, inevitabilmente, segue questa discesa.
Ne I Malarazza il siciliano dei Montalto era una lingua viva, carnale, capace di restituire il carattere di una terra e dei suoi abitanti. Il rivugghio non era soltanto una parola, ma una musicalità espressiva, un movimento continuo dell’anima, qualcosa che attraversava i dialoghi e i destini.
In Malastrada quella voce aveva cominciato a contaminarsi con l’America, con l’inglese, con il linguaggio degli affari, con la complessità di un mondo nel quale gli immigrati cercavano di costruire una nuova identità senza riuscire del tutto a cancellare quella vecchia.
Ne La mala notte quell’eco si perde quasi completamente.
La lingua parlata è quella del degrado, un misto di perdizione e rivalsa, un melting pot volgare che allontana progressivamente l’empatia e la stima. E forse è una scelta precisa dell’autore, perché anche la lingua deve degradarsi insieme ai personaggi, ma il risultato è che quella musicalità che rendeva così riconoscibile la prima parte della saga non riesce più a sostenerne l’ultimo tratto.
Il rivugghio si è perso in un sussurro.
Anche la dimensione storica, che era stata una delle grandi forze dei primi due romanzi, mi è sembrata qui meno incisiva.
Ugo Barbàra continua a possedere uno sguardo attento e documentato e non rinuncia alla sua capacità di collocare i personaggi dentro gli avvenimenti reali, ma la Cuba di questo ultimo capitolo mi è sembrata più lontana rispetto alla New York dei Tenement, alle campagne siciliane, ai treni che attraversavano l’America, ai luoghi nei quali la Storia sembrava poter essere toccata con le mani.
Nei primi romanzi la Storia aveva odore, rumore, polvere.
Qui l’ho sentita più distante.
I luoghi sono meno capaci di diventare corpo del romanzo, i personaggi sembrano attraversarli senza appropriarsene davvero e le vicende, pur incastrandosi con precisione, non sempre riescono a convincere fino in fondo.
Non mancano i colpi di scena, spesso imprevedibili, e non manca lo sguardo fiero del narratore siciliano innamorato della propria terra, ma qualcosa nella tensione narrativa sembra essersi allentato.
Chi ama le saghe familiari sa che non possono finire bene.
I Buddenbrook di Thomas Mann lo insegnano: una famiglia può costruire il proprio prestigio, accumulare ricchezza, affermarsi nel mondo e poi assistere, generazione dopo generazione, alla lenta erosione di ciò che l’aveva resa grande. La decadenza non è un incidente della storia familiare, ma spesso la sua destinazione.
Ma una famiglia, per poter davvero decadere, deve restare riconoscibile fino alla fine.
Deve conservare, nell’ultimo dei suoi discendenti, qualcosa dell’uomo che l’aveva fondata: una colpa, una virtù, un’ossessione, una ferita, anche soltanto un gesto capace di restituirci, per un istante, la memoria di ciò che è stato.
È questo che ho cercato nell’ultimo Montalto.
Non un lieto fine, non una redenzione artificiale, non la salvezza di una famiglia che aveva già consumato ogni possibilità di salvezza.

Il disinnamoramento

Forse è proprio questa la parola che mi rimane alla fine: disinnamoramento.
Non del tutto disamore, perché l’amore per una saga non scompare semplicemente nell’ultima pagina. Rimane quello che abbiamo provato leggendo i primi due romanzi, rimane il ricordo di quei personaggi, rimane la curiosità con cui abbiamo seguito le loro genealogie, i loro viaggi, le loro fortune e le loro cadute.
Ma qualcosa si è spezzato.
La mala notte è un finale disastroso, nel senso più ampio della parola: perché disastro è ciò che perde la propria struttura, ciò che smette di riconoscersi nella forma che aveva prima.
Le vigne di Castellammare sono ormai «ridotte a terre che non si riusciva più a lavorare». New York è lontana, Cuba ha bruciato i suoi sogni, l’impero è finito e ciò che rimane è un uomo che prova a ricostruire una memoria familiare a partire dalle macerie.
Il cerchio si chiude, ma la storia, questa volta, non conquista.
Una saga può morire, deve persino morire, ma il suo ultimo personaggio dovrebbe avere ancora la capacità di lasciarci un’emozione; altrimenti il rischio è che anche il lettore, insieme alla famiglia, perda il filo che lo teneva legato a quella storia.
Anthony Montaldo cerca quel filo e noi lo cerchiamo con lui.
E forse è proprio questo il gesto più malinconico con cui Ugo Barbàra decide di congedarsi dai suoi Montalto: mettere un uomo davanti ai resti della propria famiglia e lasciargli il compito impossibile di ricomporre ciò che la Storia ha disperso.
Non tutto può essere ricomposto quando la Storia ha disperso i suoi frammenti: alcuni pezzi restano lontani, alcuni volti si perdono nella polvere e alcune storie sono destinate a finire nella notte, lasciando un amaro che non cancella ciò che è stato, ma rende ancora più evidente la distanza tra quello che avevamo amato e ciò che, alla fine, ne è rimasto.
Perché se I Malarazza mi aveva lasciato il rivugghio, e Malastrada il peso delle camurrie, La mala notte mi lascia una consapevolezza diversa: anche le famiglie letterarie che abbiamo amato possono smettere di appartenerci, e non per questo dobbiamo dimenticare il tempo in cui ci hanno fatto compagnia.
Ai Montalto resta la polvere.
A Ugo Barbàra resta una grande storia attraversata da ambizione, coraggio, cadute e contraddizioni, e la capacità, che gli appartiene, di aver costruito un mondo nel quale siamo entrati volentieri.
Con La mala notte quel mondo arriva alla sua conclusione, lasciando alle spalle la Sicilia, l’America e oltre un secolo di Storia, mentre al lettore resta la curiosità di scoprire quale nuovo territorio narrativo Ugo Barbàra sceglierà di esplorare.

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