I “sette libri per l’estate” di… Caterina Battilocchio

I classici sono un rifugio sicuro per tanti lettori e sembrano esserlo anche per Caterina Battilocchio, autrice del recente romanzo “La guardiana” (ne abbiamo scritto qui), edito da Garzanti. I suoi sette suggerimenti di lettura infoltiscono felicemente la nostra rubrica più amata (qui tutte le puntate)

“Domani nella battaglia pensa a me” di Javier Marias (Einaudi), traduzione di Glauco Felici

Il romanzo si apre con un appuntamento d’amore clandestino tra Victor Frances (voce narrante) e Marta Tellez, che si trasforma improvvisamente in un incontro con la morte: dopo essersi scambiati le prime effusioni, la donna muore. Da qui Victor cerca di comprendere ciò che è accaduto costruendo ipotesi e possibilità su cosa possa succedere, cosa possa o debba fare, su cosa gli altri sappiano, dicano o tacciano. L’irruzione dell’imprevisto apre le porte a interrogativi, genera dubbi, calcoli, considerazioni e inganni, trasformando un avvenimento inatteso in un’indagine sulla vita, sul desiderio e sulla memoria. La grandezza di questo romanzo sta nella scrittura labirintica che procede per deviazioni, ritorni, riflessioni, ipotesi da perseguire, oltre che nell’intreccio continuo tra pensiero e vicenda. La storia procede infatti mentre il narratore la interroga senza posa, raccontando non solo ciò che accade, ma anche ciò che sarebbe potuto accadere.

“La porta” di Magda Szabò (Einaudi), traduzione di Bruno Ventavoli

Quando si inizia questo romanzo non si può che continuare a leggerlo, tutto d’un fiato, fino alla fine. È la storia del rapporto tra Magda (la scrittrice) ed Emerenc, la sua domestica, molto diverse tra loro per personalità, origini e vissuti. Da una parte c’è Magda, una giovane scrittrice che vive in una zona residenziale di Budapest ed è una persona insicura, che fa particolare fatica a occuparsi delle faccende domestiche e più in generale degli aspetti pratici della vita. Dall’altra Emerenc, la sua domestica, donna anziana con un senso inappellabile della giustizia, che ha fatto del dovere e del lavoro i principi ispiratori della propria esistenza e che ha una forma di disprezzo per l’intellettualismo della sua datrice di lavoro. La relazione tra le due è complessa: spesso la scrittrice subisce le decisioni della domestica, è vittima del suo carattere forte e delle sue certezze incrollabili, ma a volte, il legame lascia spazio a manifestazioni d’affetto bizzarre e insolite. Tra loro, una porta, quella della casa di Emerenc, mai aperta a nessuno e da nessuno: sarà proprio varcando quel confine che Magda riuscirà a comprendere quanto i comportamenti, le attitudini e la stessa postura della sua domestica siano segnati dalle vicende dolorose del passato, legate a eventi drammatici del Novecento ungherese. Un romanzo indimenticabile, che parla di amicizia, tradimento, rapporti significativi, limiti e soglie che è necessario aprire o varcare per comprendere le storie degli altri.

“Uomini e topi” di John Steinbeck (Bompiani), traduzione di Michele Mari

Siamo in California, Valle di Salinas, anni Trenta. George Milton, scaltro e protettivo e Lennie Small, dal vigore smisurato e con un grave ritardo mentale, sono due braccianti che vagano di ranch in ranch. A unirli sono un legame d’amicizia profondissimo e un sogno comune: guadagnare il tanto che basta per comprare un pezzo di terra e vivere da uomini liberi. Lennie è un gigante buono, ha l’innocenza di un bambino e si caccia di continuo nei guai a causa dell’incapacità di controllare la sua forza: spesso uccide gli animali che ama accarezzare e poi li mette in tasca. I due arrivano in una fattoria per lavorare. Qui incontrano, tra gli altri, Curly, il figlio del padrone, e sua moglie. Lui è un attaccabrighe, lei una donna dal sogno infranto di diventare un’attrice. Un giorno, mentre George si è allontanato, Lennie abbraccia la donna e a causa della sua incapacità di dosare la forza le spezza l’osso del collo, causandone la morte. Per salvarlo dal linciaggio, George ucciderà a sua volta l’amico in una scena finale drammatica nella quale l’omicidio della persona cara diventa un gesto di carità estrema. Un romanzo crudo e poetico insieme, che fa immergere chi legge nel sudore e nella polvere di una vita contadina fatta di violenza, sottomissioni e privazioni, nel quale anche i personaggi minori hanno storie di sogni infranti. Un’umanità senza speranza, nella quale non c’è spazio per i progetti e i desideri dei più deboli, un’umanità senza giustizia o redenzione, nella quale l’illusione del sogno americano è destinata al fallimento.

“Le braci” di Sandor Marai (Adelphi), traduzione di Marinella D’Alessandro

Il generale Henric e Konrad si ritrovano dopo quarantuno anni in un castello ai piedi dei Carpazi. Sono stati legati da un’amicizia che sembrava irrinunciabile durante l’infanzia e l’adolescenza e si rincontrano, ormai molto anziani, per affrontare finalmente ciò che li ha separati e che ha innescato tra loro, nel lungo periodo trascorso, un duello fatto di silenzi e di attesa. Dall’ultima volta che si sono visti, Konrad ha vissuto ai Tropici, Henric non si è mai allontanato dal castello: si ritrovano in un mondo che non è più quello di un tempo. La dissoluzione dell’Impero austro-ungarico ha infatti deteriorato il mondo nel quale sono cresciuti, portando via con sé ideali, atmosfere, riti e speranze. È un romanzo sullo scorrere del tempo, sul tradimento e sul senso di colpa, ma è, soprattutto, una storia che racconta il modo in cui le ossessioni influiscano sulle vite delle persone, determinandone scelte e direzioni. Personaggio particolarmente significativo è Nini, balia che è incarnazione della modestia, dell’umiltà, della giustizia, di chi tiene per una vita fede al suo compito. Il romanzo incatena chi legge con un meccanismo di tensione senza lena, nonostante l’intera vicenda si svolga attraverso un dialogo che avviene in una stanza, davanti al camino, dove le braci delle passioni passate continuano inesorabilmente ad ardere, ma senza più fiamma.

“L’anno del pensiero magico” di Joan Didion (Il Saggiatore), traduzione di Vincenzo Mantovani

In una sera di fine dicembre, di ritorno da una visita alla figlia gravemente malata in ospedale, Joan Didion e il marito John Gregory Dunne si preparano per cenare. Improvvisamente lui muore stroncato da un infarto. Da quel momento inizia per la scrittrice l’anno del pensiero magico, un periodo di pensieri irrazionali e incontrollabili, nel quale realtà e sogno si mescolano in un percorso di elaborazione del lutto che chi legge vive in prima persona. È un libro disperato, ma privo di retorica: è un’analisi lucida di emozioni, una riflessione sul dolore, sull’imprevedibilità della morte, un racconto che passa anche attraverso diagnosi, date, ricorrenze, oggetti. Un romanzo che parla di dolore, perdita e accettazione. Un romanzo che parla di come, in un modo del tutto singolare, le persone care che abbiamo perduto, continuano ad essere con noi.

“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf (NN), traduzione di Fabio Cremonesi

Con una scrittura essenziale e poetica insieme, Kent Haruf narra la storia di due vicini di casa settantenni, Addie Moore e Louis Waters, vedovi e soli, che decidono di dormire insieme per farsi compagnia. Desiderano semplicemente starsi accanto, tenendosi la mano e raccontandosi a vicenda i motivi conduttori delle proprie vite (amori, errori, dolori, disillusioni e speranze). Tra i due si crea un rapporto puro, profondissimo, fatto di amicizia e intimità. Il loro legame viene tuttavia criticato non solo dalla comunità di Holt (nel Colorado), dove il pregiudizio sociale li inchioda al giudizio, ma anche dal figlio di lei, Gene. Addie si troverà quindi davanti a un bivio: scegliere se continuare a vedere Louis, che sembra averle portato non solo affetto, ma anche una prospettiva di futuro in un momento nel quale sentiva ormai l’esistenza sfuggirle, o assecondare il volere della sua famiglia. Un romanzo che non ha grandi sorprese di trama, ma che risulta dolorosissimo. A fine lettura le domande si affastellano: quanto conta avere qualcuno con cui condividere gioie e pene? Quanto siamo disposti a perdere per mantenere buoni rapporti con le nostre famiglie? Siamo davvero liberi di decidere delle nostre vite? Le persone anziane, lo sono?

“Dalla parte di lei” di Alba de Cespedes (Mondadori)

Il romanzo è la lunga confessione di Alessandra Corteggiani, che ripercorre lucidamente la propria vita e ricompone le ragioni delle proprie azioni. Attraverso la sua vicenda personale racconta una storia collettiva di subordinazione femminile, chiedendo a chi legge di mettersi dalla parte di una donna alla quale è stato assegnato un ruolo prestabilito che le è stato prigione.

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