Benjamin Balint e il sorriso di Kafka, in vacanza da se stesso

Un turista qualunque, capace di godersi il mare, goloso di gelati. È il Franz Kafka che racconta Benjamin Balint, meno astratto, non ridotto solo al mito dell’angoscia moderna e all’abusatissimo aggettivo “kafkiano”. Nel volume “Kafka in Italia” si raccontano quattro viaggi del genio praghese nella penisola e la sua eredità nella cultura italiana

Il sorriso più inspiegabile di sempre, si sa, è quello della Gioconda di Leonardo Da Vinci. Esiste però anche una foto quasi altrettanto enigmatica, l’unica in cui Franz Kafka sorride, riportata a pagina 11 di Kafka in Italia (119 pagine, 16 euro) di Benjamin Balint, tradotto da Fabio Pedone per le edizioni wetlands; un volume – nato da una residenza dell’autore a Venezia, nell’ambito delle iniziative per il Giorno della Memoria – che ricostruisce i quattro viaggi compiuti da Kafka nella penisola tra il 1909 e il 1920 e poi ne segue l’eredità nella cultura italiana. Fu scattata al Lido di Venezia nel settembre 1913, la foto di Kafka sorridente, ma per anni si ritenne che immortalasse Kafka a Travemünde, sul Baltico, quasi che quel sorriso fosse più credibile sotto un cielo nordico. Kafka è seminudo, in costume, magro, abbandonato alla luce del Sud. Balint la usa come dispositivo ambiguo: il sorriso avvicina e insieme sottrae, e impedisce di ridurre l’uomo al mito dell’angoscia moderna. Non sapremo mai se fosse felicità, imbarazzo o sollievo, ma resta la prova che quell’uomo sapeva concedersi il piacere del mare. Un aneddoto milanese del 1911 dice la stessa cosa in scala minore. Kafka gusta un sorbetto in galleria Vittorio Emanuele, trascina Max Brod in cima al duomo e ne ricava un giudizio infastidito sulle troppe guglie. Lo scrittore dell’incubo burocratico, appena a sud delle Alpi, si comporta da turista qualunque, insofferente al caldo e goloso i gelati. Balint, già autore di uno studio sul destino giudiziario dei manoscritti kafkiani, non insegue in queste pagine l’ennesima biografia in miniatura, semmai scrive un libro davvero diverso dai tanti che riguardano, in forma saggistica, il genio praghese.

La prima volta

Kafka aveva immaginato l’Italia prima di vederla. L’aveva incontrata nei libri, ne aveva studiato la lingua durante il breve e infelice impiego alle Assicurazioni Generali. Il viaggio realizza una geografia già presente nella fantasia, e la luce meridionale diventa una cura contro i grigi giorni d’ufficio. Il primo viaggio è del settembre 1909. Kafka e Brod soggiornano a Riva del Garda e poi assistono a Montichiari (luogo natale di Aldo Busi, presso Brescia), al circuito aereo internazionale. Sullo stesso prato si aggira Gabriele d’Annunzio, elettrizzato dalle macchine volanti. Kafka osserva invece l’uomo rimpicciolito a un punto nel cielo e ne ricava Gli aeroplani a Brescia, pubblicato pochi giorni dopo sulla rivista praghese Bohemia e considerato tra i suoi primissimi testi a stampa. Balint vi legge già l’inquietudine di una guerra ancora lontana.

I quattro elementi

Due anni più tardi tocca a Milano e a Stresa, ancora con Brod. La città insegna la misura dei gesti e delle architetture, il lago restituisce riflessi che raddoppiano ogni cosa. Tornato a Praga, Kafka scrive La condanna e La metamorfosi, come se la sospensione sull’acqua avesse sbloccato qualcosa nella sua scrittura. Il terzo viaggio, nel 1913, è il più solitario. Kafka va a Venezia da solo e alloggia all’Hotel Sandwirth, in quella che chiama una camera della riflessione. Da lì parte una delle lettere più dure mai scritte a Felice Bauer, mentre l’acqua dei canali sdoppia palazzi e riflessi, come se la città non riuscisse a mostrare una faccia sola. Sulla via del ritorno si ferma al sanatorio di Riva, dove vive dieci giorni con una giovane svizzera, di cui la storia conserva solo le iniziali, G. W. È un legame destinato a non avere seguito, ma abbastanza intenso da lasciare traccia nei diari. L’ultimo viaggio è quello del 1920 a Merano. Kafka è convalescente e scrive a Milena Jesenská lettere che lei percepisce come infuocate. Balint gioca con gli elementi che attraversano il racconto: il vento di Brescia, l’acqua di Venezia, l’aria di Merano, il fuoco dell’amore per Milena.

L’ombra lunga, da Bazlen a Primo Levi

La seconda parte del volume passa dai passi dello scrittore alla sua ombra lunga. Il punto d’ingresso in Italia è Trieste, e in particolare Bobi Bazlen, che suggerisce Kafka a Italo Svevo e a Eugenio Montale, in un ambiente mitteleuropeo capace di intuire che dietro l’astrazione apparente c’era un realismo comico e storicamente preciso. Da lì la linea passa per la rivista Solaria, per Natalia Ginzburg, Alberto Moravia, Elsa Morante, e arriva a Primo Levi. Quando Einaudi gli propose nel 1983 di tradurre Il processo, Levi accettò dichiarando di temere Kafka più che di amarlo, come si teme una macchina enorme che ti viene addosso. Sopravvissuto ad Auschwitz, nella violenza burocratica subita da Josef K. riconosceva un meccanismo già visto funzionare, con esiti ben peggiori, sulla propria pelle. Emerge un Kafka meno astratto, lontano dal piccolo aggettivo portatile, “kafkiano”, che ormai indica tribunali senza giudici e sportelli che rimandano sempre altrove. La fotografia del Lido di Venezia lavora contro quell’aggettivo, perché ricorda che prima di diventare il nome dell’angoscia moderna c’era un uomo che rideva sulla sabbia. Il libro si chiude con un viaggio che Kafka non ha mai compiuto: quello dei suoi manoscritti. Sottratti alla Praga occupata dai nazisti, approdano a Gerusalemme dopo una battaglia giudiziaria lunga decenni, già raccontata da Balint in un suo precedente celebre libro.

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