Un fiume nero di orrori, le memorie di un metodico nazista. È quello che immagina Jonathan Littell ne “Le Benevole” e che fa raccontare in prima persona al protagonista. Incapace di sentimenti, fuggito rocambolescamente alla caduta della Germania, comprende infine quanto fuggire sia inutile…
Maximilien Aue dirige, sotto falso nome, una fabbrica di merletti nel nord della Francia. È un uomo efficiente e preciso, qualità che lo hanno aiutato anche negli anni della guerra, quando fa rapidamente carriera nelle SS, tra il 1937 e il 1945. Altrettanto netta, precisa e tagliente è la penna che lo tratteggia: quella dell’americano Jonathan Littell, autore, al suo esordio, de Le Benevole (956 pagine, 18 euro) uscito nel 2006 e vincitore del Prix Goncourt e del Grand Prix du Roman de l’Academie Francaise. Edito in Italia da Einaudi, con la traduzione di Margherita Botto.
L’ignavia e lo sterminio
Con la scelta di una narrazione in prima persona, che ci precipita subito nell’orrore del nazismo, Maximilien Aue non ha alcuna remora a mostrare tutta la sua ignavia, raccontando di come sia arrivato al corpo delle SS soltanto per evitare una denuncia, essendo stato fermato dalla polizia dopo un incontro omosessuale, e di come abbia fatto carriera, dedicandosi allo sterminio metodico di uomini, donne e bambini, con la stessa indolente pigrizia con la quale chiacchiera con il suo amico Thomas Hauser, sorseggiando un liquore a pochi passi dall’inferno. («Come la maggior parte della gente» fa dire Littell a Maximilien Aue «non ho mai chiesto di diventare un assassino. Se avessi potuto mi sarei occupato di letteratura. E poi avrei voluto suonare il pianoforte (…) Ancor oggi, il fatto che non suono il piano mi opprime, talvolta addirittura più degli orrori, del fiume nero del mio passato che mi trascina con sé attraverso gli anni»).
L’impresa e lo scandalo
Incapace di sentimenti, se non verso la sorella Una, alla quale lo lega da sempre una attrazione incestuosa, Maximilien Aue attraversa gli anni funesti del nazismo, dando il suo contributo attivo al genocidio di ebrei, zingari e comunisti, fino a quando, a guerra finita, si ritroverà intrappolato dietro le linee nemiche e avrà salva la vita grazie all’intervento dell’amico Thomas. È a questo punto, al crepuscolo del nazismo, che assumerà l’identità di un francese deportato in Germania e riuscirà a fuggire, decidendo, in tarda età, di raccontare le sue memorie. Per tutte le pagine del corposo romanzo, Maximilien sembra voler sfuggire alle “Benevole” (Le Erinni della mitologia greca, personificazioni della vendetta) rendendosi perfettamente conto di come questa fuga sia inutile, che all’orrore commesso da lui, e dagli altri gerarchi nazisti, non si sfugge, per quanto lontano si possa andare. Maximilien Aue, sembra sottendere il romanzo, è anche parte di noi, la parte più nera e nascosta. E forse l’impresa (e lo scandalo) di questo grande romanzo, come ha scritto lo storico Pierre Nora, è proprio quella di «ricondurre all’umano l’inumano totale».
Guarda il video di Carmela Scotti, disponibile anche sulla sua pagina Instagram (clicca qui)
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