Preferire la precisione all’enfasi. È quello che fa Raymond Radiguet nel suo corpus poetico, “Le guance in fiamme”, volume pubblicato in modo compiuto solo dopo la sua morte prematura. Il laboratorio incredibile di uno scrittore bambino
Prima di diventare il ragazzo prodigio che a diciassette anni avrebbe scandalizzato la Francia del dopoguerra, Raymond Radiguet è un liceale di Saint-Maur che accompagna il padre, vignettista per il giornale L’Intransigeant, a consegnare disegni in redazione. È lì che intercetta il poeta André Salmon e gli sottopone alcuni versi, firmandoli con uno pseudonimo quasi esotico, Raymond Rajky. Ha tredici, quattordici anni, e già allora compone i primi testi che confluiranno, anni più tardi, in Le guance in fiamme (76 pagine, 13,50 euro), la raccolta poetica che accompagna, come un diario in controluce, la sua intera e brevissima parabola letteraria. Ora riproposta felicemente dalle edizioni Thais, grazie alla traduzione di Lorella Sica.
Un maestro di nome Cocteau
L’incontro decisivo arriva nel giugno del 1919, quando Radiguet conosce Jean Cocteau, già affermato nel mondo artistico parigino e subito folgorato da quel ragazzo capace di scrivere con una maturità sproporzionata rispetto all’età. Da quel momento le loro vite si intrecciano in un legame che i biografi hanno spesso definito ambiguo, qualcosa a metà tra amicizia intensa e possibile storia d’amore, e che in ogni caso trasforma Cocteau nel protettore e promotore letterario del giovane. Insieme fondano, nel maggio del 1920, la rivista Le Coq, affiancati da musicisti come Georges Auric, Francis Poulenc ed Erik Satie, un progetto breve ma sufficiente a introdurre Radiguet nel cuore pulsante dell’avanguardia parigina, tra Max Jacob, che diventa un altro mentore fondamentale, e gli ambienti che ruotano attorno a Picasso. Cocteau non si limiterà a presentarlo in società: curerà la pubblicazione delle sue opere anche dopo la morte, difendendolo da critiche e maldicenze con una dedizione che ha pochi equivalenti nella storia letteraria francese del Novecento.
La mappa di formazione in un’età oscura
Le guance in fiamme nasce in due tempi. Una prima edizione, più sottile, esce nel 1920 presso La Belle Édition, illustrata da Jean Hugo; cinque anni dopo, quando Radiguet è già scomparso, Bernard Grasset ne pubblica una versione ampliata, intitolata Poèmes anciens et poèmes inédits, 1917-1921, con un ritratto dell’autore disegnato da Picasso in apertura, una poesia di Max Jacob a fare da soglia e un avvertimento dello stesso Radiguet, composto poche settimane prima di morire. In quelle pagine introduttive l’autore avverte il lettore di non cercarvi ispirazione lirica, ma piuttosto un piccolo documento psicologico su un’età oscura, quella che definisce la vera età ingrata, la soglia incerta fra infanzia e maturità. Sono versi scritti fra i quattordici e i diciotto anni, spesso in semplici ottosillabi rimati, e proprio questa cornice anagrafica, dichiarata fin dal titolo editoriale, invita a leggerli come la mappa di una formazione, gli esercizi con cui un futuro romanziere allena lo sguardo prima ancora di trovare la propria materia narrativa.
Un’adolescenza senza abbandoni patetici
Ciò che colpisce, leggendo questi versi, è proprio l’assenza del tono effusivo che ci si aspetterebbe da un adolescente alle prese coi primi turbamenti sentimentali. Radiguet preferisce la sobrietà a qualunque abbandono patetico, costruendo immagini nitide, quasi fotografiche, di biciclette, spiagge normanne, giochi infantili, mitologie minori rielaborate con ironia scolastica, il tutto filtrato attraverso un lessico classico che richiama più Stendhal e i romanzieri del Settecento che non le sperimentazioni dei suoi contemporanei dadaisti, con cui pure Radiguet aveva avuto contatti prima di prendersene volontariamente le distanze. Storicamente la critica ha accostato queste poesie ad Apollinaire o a Toulet, sottolineandone gli improvvisi lampi di sensualità nella cornice altrimenti composta e misurata della raccolta. Probabilmente si tratta della testimonianza preziosa di un apprendistato più che del segno di un genio già compiuto, in attesa dello scarto imprevedibile e della grazia dirompente che Radiguet avrebbe raggiunto abbandonando il verso per la prosa. Il filo che lega questa raccolta poetica al romanzo Il diavolo in corpo è evidente: la stessa sobrietà stilistica, la stessa distanza ironica dai propri sentimenti, lo stesso rifiuto del lirismo facile, applicati a una materia narrativa finalmente capace di sostenerne tutto il peso.
Prima del mito
Tornare oggi a Le guance in fiamme significa accettare di leggerlo per quello che è dichiaratamente: la “preistoria” necessaria a comprendere il suo capolavoro, il laboratorio in cui uno scrittore ancora bambino impara a diffidare dell’enfasi, a preferire la precisione al sentimento dichiarato, a trattare persino l’amore con la stessa compostezza con cui un classico tratterebbe una regola di composizione. È qualcosa di più prezioso di un semplice documento d’archivio: la prova che la sobrietà, in Radiguet, fu un’attitudine naturale del suo talento, prima che la guerra, lo scandalo e una morte troppo precoce ne facessero il mito letterario che conosciamo ancora oggi.
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