Tra Perrault e Basile, il lato oscuro delle fiabe

Le fiabe? Non semplici storielle. Basta guardare al rapporto fra il Boccaccio napoletano, Giambattista Basile, e il francese Perrault. Si legge in un libro curato da Antonella Castello con i disegni di Arthur Rackhman

Sono davvero così semplici le fiabe? Siamo sicuri che siano solo storielle per bambini? C’è qualcosa di fortemente oscuro e inafferrabile in questi piccoli racconti fantastici dove ogni cosa prende vita e sorveglia l’anima; qualcosa di arcano e lontano. Elementi di sottile verità, talvolta crudeli. La raffinata scrittrice Cristina Campo diceva che le fiabe sono come piccoli vangeli: «La fiaba» scrive «come i Vangeli, é un ago d’oro, sospeso a un nord oscillante, imponderabile, sempre diversamente inclinato come l’albero maestro di una nave su un mare mosso».

Un confronto

Nel libro L’altra metà delle fiabe (120 pagine, 6,90 euro) pubblicato da AbEditor, curato da Antonella Castello, si mostra come proprio le fiabe più popolari nascondano un lato oscuro a noi sconosciuto. Nel piccolo gioiellino della AbEditore, curato nei minimi dettagli e intervallato dai disegni del rinomato Arthur Rackhman, vengono poste a confronto tre opere di Charles Perrault, celebre autore francese del Seicento, con i testi fiabeschi di Giambattista Basile, autore italiano tornato da poco in auge al grande pubblico, grazie alla pellicola di Matteo Garrone che del suo Lo cunto de li cunti, ne ha fatto una produzione cinematografica dal titolo Il racconto dei racconti.

Da Napoli alla Francia

Alla fine del XVII secolo in Francia usciva un volume dal titolo I racconti di mamma Oca (Contes de ma mère l’Oye) in cui Perrault probabilmente raccoglie e riadattava le fiabe popolari dell’italiano facendone una raccolta a suo nome. Il capolavoro di Basile infatti, era già apparso postumo tra il 1634 e il 1636 in napoletano, proprio col titolo Lo Cunto de li Cunti overo Lo trattenemiento de’peccerille ed è arrivato sino a noi come Pentamerone ossia La fiaba delle fiabe, nella traduzione in italiano di Benedetto Croce, grande estimatore dell’opera. Lo stesso Croce infatti, giudicò l’opera di Basile come addirittura vicina per impianto narrativo al Decamerone di Boccaccio, tanto che questa comparazione critica fruttò a Basile l’appellativo di “Boccaccio napoletano”. Il testo originale raccoglie cinquanta fiabe raccontate nell’arco di cinque giorni da dieci donne anziane.

Le differenze

Perrault, probabilmente, venne a conoscenza dell’opera dell’autore italiano e riadattò il testo a suo gusto e destinò le opere ad un pubblico infantile, in cui la fantasia e l’immaginazione dei piccoli veniva stimolata da elementi magici, animali fantastici, fate e meraviglie; il Pentamerone di Basile, altro titolo con cui è conosciuto il testo, non si proponeva di sorprendere un pubblico di piccoli, ma intrattenere tramite narrazioni di vicende più o meno scabrose le corti e le feste di aristocratici, durante i banchetti. Le storie erano ispirate dai racconti di antiche vicende, rievocazioni di leggende, storie di paese, fattarelli, episodi magici che avevano ispirato la fantasia del Basile. Egli  fu il primo a mettere per iscritto in dialetto partenopeo le più celebri storielle della tradizione orale. I temi trattati da Basile, dunque, nella sua originale versione, sono diversi da quelli di Perrault, benché la storia resti la medesima, e spaziano dall’adulterio, allo stupro, dalla vendetta all’omicidio. Tutte tematiche utili ad intrattenere gli adulti.

Alle origini

La crudeltà e la venefica immaginazione nelle favole di Basile, quindi, altro non sono che uno specchio della società del tempo in forma di storia vanesia. Come si legge ne L’altra metà delle fiabe, nel racconto Sole, Luna e Talia (che altro non è che la più conosciuta La bella addormentata nel bosco) la giovane Talia, figlia bellissima di un re, rimasta vittima di un sortilegio per essersi punta il dito con un fuso maledetto, viene violentata nel sonno da un re che, tanti anni dopo, la trova in un bosco. La giovane addormentata, da quello stupro darà alla luce due giovani pargoli, Luna e Sole, che venuti al mondo cercano di sfamarsi cercando i capezzoli della madre: «I due neonati che volevano succhiare e non riuscivano a trovare il capezzolo, le afferrarono il dito e succhiarono tanto che fecero uscir fuori la lisca di lino. Sembrò a Talia di svegliarsi da un gran sonno e, visti quei due gioielli accanto a lei , se li mise ai seni e li tenne cari come la vita». Come si legge nella nota al testo, nel libricino L’altra metà delle fiabe, «il volume ha intenzione meramente divulgativa, per dare al lettore l’opportunità di venire a conoscenza di ciò che è stata l’origine e la tradizione di alcune tra le più popolari fiabe per l’infanzia».

Fascino intramontabile

Le tre narrazioni riportate ne L’altra metà delle fiabe – di Perrault e Basile – La bella addormentata nel bosco, Il gatto con gli stivali e Cenerentola che tutti conosciamo bene, nelle fiabe di Basile, cambiano nome, cambiano tono e colore: così La bella addormentata si chiama Sole, Luna e Talia, Il gatto con gli stivali  è Cagliuso e Cenerentola è La gatta Cenerentola. Le fiabe, sopravvissute all’usura del tempo, hanno saputo rigenerarsi continuamente; sono riuscite ad adattarsi a tutte le epoche, regalando a quelle parole, significati sempre nuovi, e a noi lettori un fascino intramontabile per quelle narrazioni che ad ogni lettura riscopriamo incredibili, con un fascino sottile, oscuro e incredibilmente magnetico.

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