Tra le pieghe del Novecento una figura sbalorditiva, un inafferrabile avventuriero e rivoluzionario, protagonista di “Una bellezza terribile” di Portela e Ovejero. È Raymond Molinier, truffatore ed esiliato, circense e sodale – fino a un certo punto – di Trockij. Una parabola straordinaria per un libro magnetico…
Un uomo che sembra inventato per quanto rocamboleschi siano i suoi giorni. Due scrittori protagonisti della letteratura spagnola, che sono anche compagni di vita. Un libro forse discontinuo ma magnetico, figlio di anni di ricerche, fotografie, lettere e conversazioni con i discendenti del personaggio principale, Raymond Molinier.
Un’esistenza lunga novant’anni
Molinier nasce a Parigi nel 1904, ultimo di una famiglia numerosa e poverissima, e muore nel 1994 con una lapide al Père-Lachaise. Nel mezzo si accumulano episodi che nessun editor lascerebbe passare in un romanzo: una truffa ai danni di un albergo di lusso a Bruxelles, un circo allestito a Lisbona nei primi mesi della seconda guerra mondiale, una fuga attraverso mezza Europa sotto falso nome, un esilio latinoamericano che lo porta da Rio di Janeiro a Córdoba, a Bariloche, a Buenos Aires. Fondò giornali, litigò con Trockij nel 1935 e mise in piedi una corrente propria, e per questo non fu mai un trotskista ortodosso. Edurne Portela e José Ovejero – in Italia fedeli autori della casa editrice Voland – lo hanno scoperto per caso e se ne sono innamorati, tanto da scrivere e pubblicare Una bellezza terribile (349 pagine, 19 euro), tradotto in italiano da Bruno Arpaia ed edito dalla casa diretta da Daniela Di Sora.
Donne in chiaroscuro
Attorno a Molinier, non un semplice avventuriero, ma un uomo geniale e inafferrabile, ruotano parecchie donne: Jeanne Martin des Pallières, nata in una famiglia aristocratica e militare che rinuncia a ogni privilegio per una rivoluzione ancora ipotetica; Vera Lanis; Suzanne Demanet; Elisabeth Käsemann, sociologa tedesca che alfabetizzava i poveri di Buenos Aires mentre con Molinier falsificava documenti per far espatriare gli oppositori. Fu sequestrata, torturata e uccisa dalla dittatura nel 1977. Portela e Ovejero rimettono quelle donne al centro della stanza, e lo fanno con pazienza: nessuna di loro viene promossa a santa, sono mostrare con i loro chiaroscuri, Jeanne ha un nipote che ne parla con disprezzo, di Käsemann parla male un testimone argentino.
L’impianto metaletterario
I dati non contraddicono mai la documentazione, però l’immaginazione entra dove i documenti tacciono, e dichiarano ogni volta che sono costretti a entrare. Il risultato è un oggetto ibrido, a metà tra il racconto e la biografia in forma di inchiesta, non esattamente un romanzo storico. Le pagine di finzione piena, con dialoghi, stanze, odori, cedono il posto a interludi in cui Portela e Ovejero si mostrano al lavoro. Discutono di una foto, di un viaggio, di quanto sia lecito attribuire a una morta un pensiero o un rancore, ragionano sul diritto di chi scrive a ricostruire la vita di morti che non possono più correggere. Il metodo di lavoro, hanno raccontato i due autori, non prevedeva nessuna spartizione di capitoli o di personaggi: si sedevano davanti a due schermi con lo stesso file aperto e due tastiere, e ognuno interveniva nelle pagine dell’altro senza… avvertire. Una scelta rischiosa ma che regge, perché non si avvertono… cuciture. In un libro del genere le traiettorie di Portela e Ovejero si incontrano felicemente. Portela scrive da anni intorno al come si racconti la violenza senza quel dolore confezionato che chiede lacrime in cambio di assoluzione. Le interessano il silenzio, le cose non dette in casa, lo sradicamento, il modo in cui un trauma si deposita nei gesti prima che nelle parole. Ovejero ha una vocazione più mobile e più ironica. Nei suoi libri la finzione è un territorio da esplorare, e ogni volta cambia mappa: romanzo d’avventura, racconto di formazione, saggio travestito, riflessione sull’identità e sull’inganno. Diffida delle certezze e ama la digressione. Nel romanzo Una bellezza terribile le loro attitudini si bilanciano. E l’impianto metaletterario, in cui gli autori discutono i propri dubbi sulla pagina, appare come un’esigenza e non come un vezzo: è la poetica comune di due scrittori che non vogliono mentire sul proprio mestiere.
Utile o fedele?
Tutto il romanzo galoppa verso la fine, un compimento da manuale di Portela e Ovejero. L’ultimo Molinier, già vecchio, in Spagna all’inizio degli anni Novanta, è convinto che i propri atti stiano finalmente per presentargli il conto. In primo piano c’è l’unica domanda che la vita di un rivoluzionario non scioglie mai: sapere se si è stati utili, o soltanto fedeli. Molinier guarda indietro e vede sopravvissuti e cadaveri, e continua a credere che non sia stato inutile. Nello sguardo di chi legge, e forse anche di chi scrive, si mescolano ammirazione e imbarazzo. Un romanzo che vale la pena di leggere.
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