Di naufraghi nelle aziende e di schianti interiori, di una donna che prova a lasciarsi tutto alle spalle e di una tragica storia di cronaca. Nel suo secondo romanzo, “Niente da dichiarare” Giulia Sara Miori mette in scena Marta, vittima di burnout, ossessionata dalla storia del pilota che fece precipitare volontariamente un aereo sulle Alpi. Con una scrittura che osserva il collasso psichico della protagonista senza mai temperarlo…
Un romanzo di sentimenti lancinanti che, chiuso, chiede d’essere riletto ancora, che sedimenta a lungo. È accaduto anche a me così. Letto, riletto. Mi è arrivato sotto pelle, ho dovuto prenderne le distanze, sono passati mesi. Di romanzi così immersi nel presente e nelle nostre vite non ne troverete tanti in giro. Giulia Sara Miori è al secondo romanzo, dopo una raccolta di racconti, Neroconfetto, e dopo La ragazza unicorno. Con la sua scrittura che non concede tregua, Miori, come già nei suoi primi racconti – ossessioni femminili e orrori annidati nel quotidiano più rassicurante – mantiene l’attitudine a scavare impietosamente nella psiche dei suoi personaggi. La lingua di Miori procede per accumulo di dettagli concreti, quasi clinici, e proprio in quella precisione fredda produce un effetto di disagio crescente, che si intensifica pagina dopo pagina fino a un punto di non ritorno.
Un vuoto e un’ossessione
Niente da dichiarare (256 pagine, 18 euro) è il titolo, Marsilio la casa editrice, Marta Augello il nome della protagonista, che si lascia alle spalle una relazione, un lavoro, l’Italia. Eppure c’è un vuoto che non le concede sollievo, riempito da locali notturni, da incontri che non portano da nessuna parte, da farmaci presi invano per rimettersi in sesto. Poi trova qualcosa su cui fissare l’attenzione, con la precisione ossessiva di chi ha bisogno di credere che il proprio dolore abbia un corrispettivo esterno: la storia di Andreas Lubitz, il copilota che nel 2015 fece precipitare deliberatamente un aereo contro le Alpi, uccidendo se stesso e centocinquanta persone.
Due traiettorie, due movimenti
Miori costruisce il libro intorno a un doppio movimento: da un lato la traiettoria personale di Marta, dall’altro quella del volo 9525, e le due linee si intrecciano fino a diventare indistinguibili. Il lessico dell’aeronautica, i termini tecnici legati al pilotaggio, alla quota, al pilota automatico, si mescolano al lessico dei sentimenti feriti con un effetto che spiazza proprio perché rifiuta ogni retorica consolatoria: la protagonista viene descritta come un velivolo senza più nessuno ai comandi. Il romanzo accosta due forme di autodistruzione apparentemente lontanissime, quella clamorosa e collettiva di un disastro aereo e quella silenziosa, quotidiana, di una vita che si sgretola senza che nessuno se ne accorga in tempo.
Senza cedimenti sentimentali
Doppio è anche il registro cronologico, si alterna il presente della crisi a un passato in cui la carriera di Marta occupava il centro della sua esistenza, tra performance, sorveglianza emotiva travestita da cura del dipendente, competizione costante mascherata da collaborazione. A tante altre opere di narrativa che hanno raccontato l’alienazione degli uffici e delle grandi aziende con toni quasi grotteschi Miori contrappone una freddezza clinica, una scrittura che osserva il collasso psichico di Marta senza mai temperarlo con un filtro protettivo. Il burnout è raccontato come un processo degenerativo che ha già cominciato a intaccare qualcosa di più profondo della semplice resistenza fisica. Niente da dichiarare tocca altri temi complessi, i disturbi di personalità, la depressione, la possibilità della morte di massa come atto disperato di visibilità, e li tratta senza il minimo cedimento sentimentale.
Verso un impatto fatale
Sotto la superficie del romanzo si muove una domanda che riguarda tanto Marta quanto il pilota che ossessiona i suoi pensieri: cosa succede quando il bisogno di essere notati, riconosciuti, considerati importanti non trova altra strada che la distruzione, propria o altrui, per manifestarsi? Miori (qui un suo articolo per il nostro sito) mette in scena una donna, Marta, che non sogna la gloria ma cerca in una tragedia collettiva uno specchio in cui riconoscere la forma della propria disperazione privata. Con coerenza l’autrice rifiuta ogni possibile scorciatoia narrativa verso la redenzione. Non c’è un momento di svolta liberatoria, non c’è una figura salvifica che interrompe la traiettoria discendente della protagonista. La scelta radicale della freddezza dello sguardo, questa distanza voluta rappresenta la forza più autentica del libro, restituendo la sensazione di vivere dentro un sistema — lavorativo, sentimentale, sociale — che misura il valore delle persone in base alla loro capacità di reggere il volo senza mai chiedere il permesso di atterrare. Alla fine resta l’immagine di una donna che, come l’uomo ai comandi di quell’aereo tanti anni prima, ha smesso di distinguere tra la propria caduta e quella di tutti gli altri, portando il lettore a chiedersi quanto della propria vita quotidiana assomigli, senza che nessuno se ne accorga, a una rotta già segnata verso un impatto fatale.
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