Fouad Laroui, estratto da “Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi”

Scrittore marocchino che scrive in francese e in olandese, Fouad Laroui (di cui abbiamo scritto qui), già Goncourt de la nouvelle (2013), Grand Prix Jean-Giono e Grande Médaille de la francophonie de l’Académie française (2014) torna nelle librerie italiane con “Le tribolazioni dell’ultimo Sijilmassi“, edito da Del Vecchio, come i precedenti libri di Fouad Laroui apparsi in italiano, “L’esteta radicale” e “Un anno con i francesi” . Per gentile concessione dell’editore Del Vecchio pubblichiamo un’anticipazione, i primi due capitoli, del nuovo romanzo di Fouad Laroui, tradotto da Cristina Vezzaro, che sarà in vendità da giovedì 24 ottobre; buona lettura

1

SOPRA IL MARE DELLE ANDAMANE

Un giorno, mentre si trovava a trentamila piedi di altitudine, Adam Sijilmassi si fece all’improvviso questa domanda:
– Che ci faccio qui?
Non che volasse con le sue ali, come un uccello: era in realtà rincantucciato nel sedile 9A di un aereo di linea dipinto dei colori della Lufthansa. Si era appena fatto quella domanda (“Che ci faccio qui?”) e ne esaminava ora annessi e connessi.
Si diede un’occhiata attorno e si accertò che nessuno l’osservasse, poiché non riusciva a meditare a suo agio se non da solo, nel suo cantuccio, ignorato da tutti, senza importanza collettiva.
Dunque, Adam rifletteva. E non riusciva a trovare una soluzione a quell’enigma: perché mai il suo corpo si trovava a un’altitudine di trentamila piedi, catapultato a una velocità supersonica da reattori concepiti dalle parti di Seattle o di Tolosa – lontanissimo dalla sua Azemmour natale, dove le carriole che andavano al suq superavano raramente la velocità del mulo, dove i carretti a mano non eccedevano l’andatura degli accattoni che si trascinavano di insuccesso in contrattempo?
Il Boeing era un’altra cosa. Novecento chilometri all’ora… Perché quella fretta, santi numi? Attraverso l’oblò, l’universo si distingueva per il colore blu, lacerato talvolta dal bianco traslucido, ma foss’anche stato niellato di malva o d’oro non sarebbe stato granché diverso, poiché a essere in gioco non era la natura, ma piuttosto la storia dell’uomo, la distribuzione della specie sul pia-neta. Capitava nel momento giusto: il pianeta si offriva nudo, dall’altro lato dell’oblò. Era stato probabilmente quello a scatenare le cogitazioni del nostro eroe: lontano dalla Terra, liberato dalla gravità, senza contatto con la terraferma, era uno spirito puro. E quello spirito puro aveva appena compreso che c’era qualcosa di indegno in quell’affaccendata traslazione di un corpo umano lungo una geodetica del mondo.
Sentì in pancia come un macigno, per l’angoscia, sulla fronte gli si formò qualche goccia di sudore, la mano destra fu colta da un tremore incontrollabile.
– Che ci faccio qui?
Come un’eco gli risuonò in testa un’altra frase:
– Vivi la vita di un altro.
Si diede di nuovo un’occhiata attorno nella cabina dell’aereo. Ovunque, uomini d’affari chini su riviste, rapporti, schermi… Gli parve che gli assomigliassero tutti, che portassero persino lo stesso abito scuro, la stessa camicia bianca, la stessa cravatta. Probabilmente si potevano leggere nei loro occhi le stesse preoccupazioni, le stesse cifre…
– È questo che sono?
Pensò a suo nonno, l’hajj Maati, vecchio dignitoso, seduto, immobile, nel patio di casa sua, che occupava i suoi giorni e consumava le sue notti a compulsare augusti trattati composti mille anni prima a Bagdad o in Andalusia, tesori le cui lettere tracciate in cufico o in naskhi rivelavano del mondo ben altro, certo non il prezzo del bitume o dell’acido – o il conto in banca dell’acquirente indiano.
Adam si rese conto che suo nonno non aveva mai superato la velocità del cavallo lanciato al galoppo nella piana dei Doukkala – e quel galoppo conteneva in sé tutta la nobiltà che un uomo può desiderare. Tra la saggezza immobile dell’hajj e la corsa altera del purosangue si tratteggiavano tutti i movimenti che possono occuparci quaggiù, il tempo breve di una bella vita, senza lasciare sulla Terra altra traccia che un po’ di affetto nel cuore degli uomini – e non le sozzure che lasciano nell’aria quegli ordigni che chiamano Boeing, che non muoiono mai giacché se ne vedono a centinaia allineati in fondo a un deserto dell’Arizona, assopiti in un sogno senza fine. E per costruirli, quegli ordigni, non si era forse dovuto scavare molto, scavare in profondità nella crosta terrestre, sottrarne il ferro o la bauxite, lasciando la Terra a vene aperte, agonizzante madre nutrice – sembra di sentirne gemere l’anima, triste e dolente, trafitta dalla spada delle traforatrici?
E tutto quello per cosa? Pensò a suo padre, Abdeljebbar, che non aveva mai posseduto un’automobile né preso un aereo, che aveva a malapena reso omaggio al culto del giorno acquistando un Solex* nero — e Adam si rese conto che nemmeno suo padre era mai andato più veloce del purosangue dell’hajj Maati. Lui, Adam, era il primo della stirpe a raggiungere velocità assurde — e per fare cosa, vani numi? Vendere del bitume, comprare dell’acido solforico, pensare alla commissione dell’agente indiano. Miseria! E lo chiamano progresso — “marcia avanti, avanzata”; ma a quale velocità? Bisogna proprio che sia quella del Boeing? Cullato dal ronzio dell’aereo, Adam lo seppe: era l’ultima volta che il suo corpo filava a velocità che sfidavano l’immaginazione. Si vide seduto sul suo sedile, piccolo presuntuoso, in giacca e cravatta, che andava vroooooom nell’universo infinito. Era ridicolo. Mancava di dignità per essere il nipote dell’hajj Maati. Sinceramente, non aveva alcun senso. Decise, hic et nunc, che non avrebbe mai più preso l’aereo. Accadeva da qualche parte al di sopra del mare delle Andamane, un lunedì, all’alba di un millennio. E fu l’inizio della fine per l’ingegner Sijilmassi.

2

APPOLLAIATO SUL CARRETTO

Arrivato a Casablanca, Adam recuperò la sua valigia e si diresse verso l’uscita dell’aeroporto.
Il tempo era splendido in quel primo giorno di primavera. Adam si fermò sul marciapiede, davanti all’atrio del terminal, e alzò gli occhi verso l’immensa tela blu che nemmeno una nuvola intorbidiva, se non per qualche striscia bianca, su in alto, lasciata da albatros di alluminio. Strizzò gli occhi per riabituarsi alla luce del suo Paese. Indubbiamente non era la stessa dei cieli d’Asia. I nostri cieli non sono i loro.
Schiere di taxisti gli piombarono addosso, uno rivendicava la sua valigia come se gli appartenesse, l’altro gli prometteva la macchina più comoda, il terzo si accontentava di afferrarlo per la manica. Si liberò come meglio poté, ripetendo che possedeva una macchina e che lo stava aspettando al parcheggio. Perché quella bugia? Gli parve fosse quello che bisognava dire, anche perché era più verosimile della decisione che aveva appena preso: avrebbe camminato fino a Casa bianca.
Quella, almeno, era la sua intenzione. Dopo essere sceso su una lunga rampa e aver lasciato l’aeroporto, si avviò lungo il bordo della strada, trascinandosi dietro il trolley, e raggiunse presto la sua velocità di crociera: quattro chilometri all’ora. Per sette milioni di anni, nessun homo, né erectus né sapiens, aveva superato a lungo quell’andatura: agli occhi dei millenari era la norma. Una brezza leggera rinfrescava l’aria, riscaldata al tem-po stesso da un sole spietato. Che ore erano? Le tre del pomeriggio, gli rispose l’orologio. Bene. Sarebbe stato a casa per cena.
Qualche minuto dopo, una Simca verde mela lo superò e si fermò qualche decina di metri più in là, sulla carreggiata, con un terribile stridio di freni. (“Ci siamo”, pensò Adam; o meglio, la frase gli si presentò distintamente davanti agli occhi. Sapeva bene da dove veniva: da Tex, un giornalino che leggeva da bambino. Tex pensava (in un fumetto): “Ci siamo”, ogni volta che scorgeva dei banditi, o degli indiani, o un grizzly. Voleva dire: iniziano i guai. Ci si poteva aspettare di tutto).
Un uomo si divelse dall’automobile, sudato, tamponandosi la fronte, lo esaminò un attimo poi gridò con voce roca:
– Problemi, fratello?
Poi senza attendere conferma:
– Posso lasciarti a Casa, se vuoi.
Adam pensò che un uomo che si ferma sulla carreggiata così, senza prendersi nemmeno la briga di parcheggiare sulla banchina, non può che essere un poliziotto in borghese – o un pericoloso imbecille – o tutti e due. Rispose con tono fermo:
– No, grazie.
L’altro:
– Ma dove vai così?
Adam era ormai arrivato all’altezza del poliziotto in borghese. I due uomini si valutarono. Tutto, nel loro aspetto, li contrapponeva. Di statura media, asciutto, Adam; l’altro piccolo e tondo, i tratti infantili e gli occhi di ama certa sfumatura di glauco che si trova solo nel Rif; i tratti duri, taciturno, Adam; l’altro, lo s’intuiva espansivo, dalla battuta facile, sbadato. Giacca e cravatta, Adam, e djellaba di fronte.
Il buon Samaritano, che già pareva pentirsi di aver parcheggiato la sua Simca per un caso disperato come quello, ripeté la sua domanda: Adam esitò un istante, poi:
– Vado a Casablanca. Ma ho voglia di camminare. Grazie dell’offerta.
Le frasi erano tre, a guardare la punteggiatura. Una di quelle frasi però era problematica (Cerca l’intruso). L’uomo con la Simca indietreggiò. Il suo corpo inviava ora una sfilza di segnali (tic, aggrottamenti vari, ululati sordi…) che sembravano significare tutti la stessa cosa: al matto?… al matto!… Sguinzagliate i cani! Probabilmente non era un poliziotto. Un poliziotto è imperturbabile. Una roccia. La forza pubblica. Nulla può accadergli
Il piccolo tondo emise una specie di gemito, poi si ri-prese. Si sforzò di sorridere.
– Il fratello ha il senso dell’umorismo. Ih, ih, ih… Mi prendi in giro, vero? Ih, ih, ah, ah… O forse non sei pratico della zona, eh? Uh, uh, ah… Nessuno, hai capito, nessuno va a piedi a Casablanca partendo da qui (roteò l’indice, puntato a terra, per indicare precisamente dove si trovava “qui”). Se vuoi andare a piedi a Casa, ti consiglio di partire da un’altra parte: da Casa, per esempio. (Fece una risatina, tutto contento della battuta colossa-le). Questa città del cazzo è abbastanza grande da sfinire te e i tuoi figli. E la tua valigia.
Adam non diceva niente. (“I miei figli? Io non ho figli”). L’altro attese una risposta, che non arrivò. Alzando le braccia al cielo, gesto con cui la sua djellaba si sollevò scoprendogli i polpacci bianchi (sembrava uno spaventapasseri un po’ grassottello), concluse:
– Va bene, ho fatto quel che potevo, amico mio. Che Dio ti aiuti.
Risalì in macchina (vista da vicino non era una Simca (ce ne sono ancora?) ma una contraffazione cinese). Il motore emise qualche sputacchiamento, un rutto, due o tre flatulenze poi, pfiiiii, sparì nell’immenso orizzonte.
Adam si rimise in cammino. La sua valigia faceva molto rumore (krrrr… krrrr… krrrr…), ma ci si abituò. Qualche istante dopo non la sentiva neanche più. Aveva la sensazione di camminare nel silenzio. (Il silenzio ovattato).
Non per molto. Una Fiat 127 lo superò, poi si fermò sulla banchina. Vi si intravedevano un conducente e un passeggero. Questa volta, nessuno uscì dalla macchina. Giunto alla sua altezza, l’uomo-in-cammino gettò un’occhiata nell’abitacolo offuscato da cartoni applicati ai finestrini posteriori. Due paia d’occhi risplendevano nella penombra e guardavano Adam.
Si fermò. Lo apostrofarono:
– Problemi, amico?
Erano in due, probabilmente marito e moglie. Si chinò per guardarli meglio. Sulla trentina. Vestiti all’europea. capo nudo, uno scialle blu elegante. Dei funzionari, forse un insegnante e un’infermiera. (Dovrei smetterla di immaginare la vita della gente al primo colpo d’occhio). Si erano verosimilmente concertati in poche frasi. Hai visto? Cosa? Laggiü! Ah si… E allora? Un compatriota in pericolo lungo la strada. Cosa facciamo? Lo aiutlamo. M… (e che diavolo), siamo musulmani, no.
– Ti possiamo lasciare a Casa, se stai andando lì.
Adam fece un respiro profondo poi rispose con voce ferma:
– No, grazie, tutto a posto.
L’uomo e la donna si guardarono, con aria stupita.
– Ma… e dove vai cosi?
Era stato il conducente a fare la domanda. La passeggera, riaggiustandosi lo scialle, torse un po’ il collo per guardare meglio Adam. Nonostante i tratti tagliati con l’accetta, aveva l’aria da sognatore. C’era qualcosa nel suo sguardo… Toh! Assomigliava al protagonista di quella serie turca che da qualche mese faceva impazzire le donne di tutti i Paesi arabi. Come si chiamava (il turco?). Chiuse gli occhi, fu invasa da un torpore ottomano, un gusto di rabat lukum, era odalisca in un serraglio..

* Marchio noto per la fabbricazione di carburatori, ciclomotori e biciclette motorizzate.

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