Aspirazione, viaggio, metafora: è la luna per Calvino

Le diverse prospettive e i molteplici significati della luna secondo Italo Calvino: il satellite terrestre tra contatto con la natura e sofferenze di amori non ricambiati, nelle pagine di “Marcovaldo”, “Le Cosmicomiche” e “Palomar”

La luna: come farebbero i poeti, senza di lei? E gli innamorati?

Come faremmo noi, senza di lei, nelle notti estive, quando ci perdiamo, distesi su un prato, a contare le stelle?

In tanti hanno dedicato testi e versi al satellite terreste, e Italo Calvino  («L’avevamo sempre addosso, la Luna, smisurata») ce la mostra da diverse prospettive.

C’è la luna di Marcovaldo che è un’aspirazione: lui, che vive in città, sommerso dai rumori dei motori, ambisce a recuperare il contatto con la natura.
Questa voglia nasce in lui osservando il verde di una piazza alberata.

Oh, potessi destarmi una volta al cinguettare degli uccelli e non al suono della sveglia…[…] Oh, potessi dormire qui, solo in mezzo a questo fresco verde e non nella mia stanza bassa e calda; qui nel silenzio e non nel russare e parlare nel sonno di tutta la famiglia e correre di tram giù per la strada; qui, nel buio naturale della notte.


Ed è così che in una sera estiva, preso dall’insonnia, sceglie di trascorrere una notte all’aperto, proprio come se fosse in aperta campagna (La villeggiatura in panchina).

Deve fare i conti con i netturbini, con i vigili, con le liti degli innamorati e con un semaforo che – guarda un po’ – col suo pallore sembra proprio ricordare la luna. Ma la sua luce, come il suo colore giallo, sono artificiali. Mentre la Luna rimane, anche in città, intatta nella sua natura ed essenza.

Marcovaldo tornò a guardare la luna, poi andò a guardare un semaforo che c’era un po’ più in là. Il semaforo segnava giallo, giallo, giallo, continuando ad accendersi e riaccendersi. Marcovaldo confrontò la luna e il semaforo. La luna con il suo pallore misterioso, giallo anch’esso, ma in fondo verde e anche azzurro, e il semaforo con quel suo gialletto volgare. E la luna, tutta calma, irradiante la sua luce senza fretta, venata ogni tanto di sottili resti di nubi, che lei con maestà si lasciava cadere sulla pelle; e il semaforo intanto sempre lì accendi e spegni, accendi e spegni, affannoso, falsamente vivace, stanco e schiavo.

 

Ma la luna di Calvino è anche un viaggio straordinario, tra le sofferenze di amori non ricambiati e riscoperta della propria identità.

È sulla luna che si va a prendere il latte ne La distanza della Luna (Le Cosmicomiche).

È sulla luna che si perdono due innamorati.

La luna, così, diventa un rifugio.

Ma è anche il luogo in cui si capisce chi si è, veramente.

Rimasto bloccato sulla Luna per un mese con la donna che ama (seppur non ricambiato), il protagonista de La distanza della Luna dice:

Non pensavo che alla Terra. Era la Terra a far sì che ciascuno fosse proprio quel qualcuno e non altri; quassù, strappati alla Terra, era come se io non fossi più quell’io, né lei per me quella lei. Ero ansioso di tornare sulla Terra, e trepidavo nel timore d’averla perduta. Il compimento del mio sogno d’amore era durato solo quell’istante in cui c’eravamo congiunti roteando tra Terra e Luna; privato del suo terreno terrestre, il mio innamoramento ora non conosceva che la nostalgia straziante di ciò che mancava; un dove, un intorno, un prima, un poi.

 

E poi, c’è la luna come metafora delle nostre disattenzioni. Del nostro non prestare abbastanza tempo, affetto o dedizione a ciò che è veramente importante.

E solo quando lo perdiamo – questo qualcosa di importante – ci rendiamo conto di quanto siamo stati superficiali ma, soprattutto, stupidi.

Da Palomar:

La luna di pomeriggio nessuno la guarda, ma è quello il momento in cui avrebbe più bisogno del nostro interessamento, dato che la sua esistenza è ancora in forse. È un’ombra biancastra che affiora dall’azzurro intenso del cielo, carico di luce solare; chi ci assicura che ce la farà anche stavolta a prendere forma e lucentezza?

È così fragile, pallida e sottile; solo da una parte comincia ad acquistare un contorno netto come un arco di falce, e il resto è ancora tutto imbevuto di celeste.

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