Iacopo Gardelli, Italia a due velocità e nostalgica tristezza

Tutt’altro che un divertissiment “L’Alsir. Romanzo balneare” di Iacopo Gardelli, con figure che hanno smarrito l’entusiasmo della speranza, l’anelito ad una vita presa a morsi. Domina l’astenia dei sentimenti nell’ambito di un ritratto impietoso di un’Italia che arranca, sonnecchia

In un luglio con temperature da deserto sahariano, scorrere le pagine di questo romanzo, ha immerso i miei pensieri nelle acque della riviera romagnola, ma in fondo solo per qualche breve istante, perché L’AlsirRomanzo balneare, di Iacopo Gardelli, 217 pagine, 15 euro, edito da Fernandel, in realtà è molto altro rispetto ad un divertissement estivo, è un libro sulla vita, sul tempo che scorrendo lascia indietro parti di noi che inevitabilmente non saranno più.

L’illusione del benessere

Iacopo Gardelli tratteggia le vicende di due famiglie nell’arco di un ventennio, a cavallo fra gli anni Novanta ed il nuovo millennio, ma si mostra chiaro sin da subito che quello che contrappone questi due contesti socio-familiari è esattamente ciò che divide da sempre un Italia a due velocità.

I due gruppi familiari raccontano le due facce della nostra penisola, incastonati in una riviera romagnola lontana da molti cliché. Nello stabilimento balneare Alsìr, da cui prende il nome il romanzo, due ombrelloni vicini diventano l’emblema delle alterne vicende di un paese spaccato a metà, fra una borghesia che ondeggia fra spocchia e un sentimento simile alla vergogna per il proprio successo, e un ceto proletario che tenta di sfuggire al proprio destino, senza darlo troppo a vedere ai “padroni”. Tutto questo accade in un momento storico in cui l’ebbrezza anni ’80 dell’Italietta da bere sta pian piano lasciando spazio ad un’ 

“Italia che si accorse che non stava più

nei vecchi vestiti”

Il proprietario dello stabilimento balneare, Jorio, ricorda vagamente un Peppone un po’ dimesso, che nutre come pianticelle le sue idee politiche, rimpinguandole di illusioni e nostalgia canaglia.

Saudade

Il sentimento che percorre ogni riga de L’Alsìr è una nostalgica tristezza, di orizzonti mai afferrati, di sogni neppure sognati eppure rimpianti. Ogni attore di questa rappresentazione balneare crede l’altro felice, ma ignora che colui che gli sta di fronte provi la stessa smania di essere tutto fuorché ciò che è diventato.

Una famosa canzone di Raf (che in me provoca sempre un magone insostenibile) sembra la colonna sonora perfetta, spostando l’orizzonte temporale di pochi anni più avanti, per queste estati che si inseguono, sempre diverse, eppure immote.

Chi la scatterà la fotografia? Nessuno, perché mai come fra queste pagine ho sentito riecheggiare questi versi eterni:

Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera.

Vuoto pneumatico

Il grande assente da questo romanzo è l’Amore, quello vero, l’Agape dei greci, la condivisione autentica, in tutte le sue sfaccettature, dalla passione che fa tremare le vene dei polsi, all’amicizia che smuove le montagne.

Quel palpito meraviglioso, che conduce Orfeo alla ricerca incessante della sua Euridice; che spinge un uomo a restare nonostante la stanchezza per salvare un bene prezioso; che convince una donna a rimandare il tempo di decisioni definitive per custodire un cuore innocente; che porta un Amico, di ritorno da un viaggio, ad intraprenderne un altro per riuscire a condurre in salvo una vita disgraziata dal baratro della disperazione … ecco, tutto ciò che fa della vita un’avventura straordinariamente difficile e meravigliosa, nell’Alsìr è volutamente omesso da Iacopo Gardelli.

L’autore rende evidente una mancanza. I protagonisti del romanzo hanno smarrito l’entusiasmo della speranza, l’anelito ad una vita presa a morsi, assaporata e goduta appieno.

Domina l’astenia dei sentimenti e Gardelli tratteggia un ritratto impietoso di un’Italia stanca e avvizzita, che arranca, sonnecchia.

Da ciò che manca ai protagonisti de L’Alsìr, ricaviamo ciò che servirebbe al nostro Paese stitico, svenduto e rassegnato, e anche a noi tutti, quando smarriamo il senso ultimo del nostro Esserci.

Non si può aspettare che passi la giornata su un comodo lettino, riparato da un’ombreggiatura oramai stinta, perché il tempo passa sempre e, alla fine del giorno, dovrà trovarci stanchissimi, perché il mare l’abbiamo bevuto sino all’ultimo sorso di sale.

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