“La Leonessa” di Francesco Ferracin, i primi due capitoli

Da domani in libreria “La Leonessa” (650 pagine, 18 euro), il sesto romanzo del veneziano Francesco Ferracin, pubblicato da Linea edizioni. Liberamente ispirato ai diari di una donna realmente esistita, Christel Ernst Onyewenjo, il libro di Francesco Ferracin affronta alcuni momenti cruciali della storia del ventesimo secolo, fra Germania Est e Nigeria, raccontando anche una storia d’amore che sfida ogni convenzione negli anni Sessanta: protagonisti la tedesca Rike Beck e il nigeriano Alexander Onyemo che, dopo le nozze, si trasferiranno in Nigeria… Anticipiamo i primi due capitoli, per gentile concessione dell’autore e dell’editore

1

Il corpo dell’uomo pendeva dal lampione. Era stato appeso per il collo con una corda da balle, legata alla meglio sul braccio di ferro verderame che reggeva la lampada elettrica dal vetro opaco e incrostato di smog, polline e insetti. Uno sciame di mosche ronzava attorno al suo volto insanguinato, reso quasi irriconoscibile dalle percosse. Un occhio aperto incorniciato di viola fissava l’aldilà, l’altro pendeva bianco e gelatinoso dall’orbita fratturata a colpi di bastone. La lingua bluastra sembrava come incastrata nell’angolo della bocca, fra le labbra gonfie: un’immagine grottesca che pareva uscita da un quadro di Bruegel il Vecchio, e che poco o nulla aveva più di umano.

A poca distanza, giù dalla riva erbosa della Havel, un gruppo di cigni scivolava ignaro della violenza che aveva sconvolto per alcune ore le vie di quella tranquilla cittadina di provincia.

Manfred Granzow era stato impiccato a neppure quattro metri da terra, la camicia a brandelli e i piedi nudi perché qualcuno doveva aver pensato che le scarpe non gli sarebbero più servite. Aveva trentasette anni, due dei quali li aveva trascorsi a non vedere nulla su una torretta del campo di concentramento di Buchenwald. Poco prima dell’arrivo dei russi era riuscito a sbarazzarsi dell’uniforme e a darsi alla macchia. Calmatesi un po’ le acque, aveva girato i villaggi della Germania Orientale, lavorando come bracciante agricolo fino a che il suo vagabondare non lo aveva condotto a Rathenow, una cittadina tardomedievale nel circondario del Havelland, nota soprattutto per essere stata la culla dell’industria ottica tedesca. Fu infatti a Rathenow che, nel 1801, Johann Heinrich August von Duncker aveva inventato la macchina rettificatrice multimandrino che avrebbe di a poco rivoluzionato la produzione delle lenti per occhiali e, nei secoli a venire, garantito alla città il relativo benessere che neppure due guerre mondiali sarebbero riuscite del tutto a cancellare. Fu proprio in una di quelle fabbriche di componenti ottici che Granzow aveva trovato un impiego ed essendo sempre stato un uomo ricco di parlantina e povero di coscienza – sapeva quando tacere e, soprattutto, quando ascoltare – non ci aveva messo molto a farsi notare da un funzionario del SED. Era l’autunno del 1950 e il terzo congresso del Partito socialista unitario di Germania aveva mostrato al paese la strada per il futuro. A Berlino Est, il popolo aveva conferito i pieni poteri al comitato centrale del partito, il quale lo aveva ricambiato presentandogli un piano di sviluppo quinquennale che avrebbe dovuto finalmente traghettare il paese nel più reale dei socialismi. Il tutto con la benedizione di Stalin. Walter Ulbricht, il segretario del SED, aveva chiamato tutti i cittadini della Repubblica a collaborare allo sforzo collettivista e Granzow non se lo era fatto dire due volte. Alla prima occasione era entrato nel partito, per offrire al paese i suoi occhi e le sue orecchie. E il partito lo aveva ricompensato dandogli in gestione un’edicola di giornali e un appartamento di tre stanze, moderno e in affitto agevolato. Un appartamento che lui avrebbe presto dovuto riempire di figli, ma, vuoi per il suo carattere che i più consideravano viscido e sgradevole, vuoi per il suo aspetto rozzo e poco attraente alcuni suoi concittadini lo avevano soprannominato il Rospo per via della sua marcata somiglianza a uno degli abitanti palmipedi degli acquitrini che si stendevano lungo il fiume che attraversava la città –, Granzow non era mai riuscito a trovare moglie; e pure di amici non ne aveva alcuno perché, ovunque egli andasse, veniva preceduto dalla sua fama.

Ragion per cui, quando la mattina del 17 giugno del 1953 una folla inferocita lo aveva trascinato a forza fuori dalla sua edicola, non c’era stata una sola voce a levarsi in sua difesa.

E non ci sarebbe stato nessuno ad andare al suo funerale.

2

Per Rike, la mattina di quel 17 giugno era cominciata come tutte le altre. Si era svegliata all’alba e, inforcata la bicicletta, aveva percorso i trentacinque minuti di strada che la portavano in ufficio, sotto una pesante coltre di nubi grigio antracite che impedivano alla luce del sole di sorgere dietro le sue spalle. Come ogni giorno, era entrata nell’edificio delle poste centrali alle sei meno un quarto. I colleghi più anziani avevano i volti tesi e stavano dibattendo animatamente davanti alla radio sintonizzata sulle frequenze della RIAS, l’emittente americana di Berlino Ovest. Il giorno precedente, a Berlino Est, un gruppuscolo di operai di un cantiere presso l’ospedale del quartiere di Friedrichshain aveva incrociato le braccia per protestare contro la decisione del governo di non abrogare la norma che prevedeva un incremento delle ore lavorative senza un corrispondente aumento della retribuzione: una decisione che andava a colpire proprio quella classe operaia in nome della quale solo sei anni prima era stata fondata la Repubblica Democratica. In poche ore la protesta si era allargata ai grandi cantieri sullo Stalinallee, l’arteria centrale del Settore sovietico della capitale. Centinaia di operai si erano uniti ai manifestanti in marcia verso la Leipziger Platz e, man mano che il corteo aveva proseguito attraverso la città sfregiata dai bombardamenti di otto anni prima, migliaia di persone avevano incrociato le braccia e si erano unite alla pacifica protesta. Uomini e donne, giovani e vecchi, tutti accomunati dal desiderio di scrollarsi di dosso una rabbia accumulatasi in anni di malgoverno, una crisi dopo l’altra, un esproprio proletario dopo l’altro, in balia di una classe politica al soldo della potenza straniera che li aveva liberati dal cancro nazionalsocialista senza preoccuparsi se il paziente sarebbe sopravvissuto all’intervento. Tutto ciò mentre l’altra metà del paese si stava riprendendo a grande velocità, grazie ai frutti del capitalismo che, per quanto avvelenati fossero, si stavano dimostrando commestibili e facilmente acquistabili nei moderni supermercati e nei grandi magazzini che, con le loro insegne, sembravano prendersi gioco dei tedeschi orientali che a Berlino Est e in tutto il loro paese, dopo essere stati in coda per ore davanti ai negozi, riuscivano a malapena a trovare i generi di prima necessità. «Via Ulbricht!» aveva urlato la folla ammassata sotto alle finestre della Casa dei Ministeri. «Libere elezioni!» aveva chiesto gran voce il popolo in piazza. Le giustificazioni del gover- no non bastavano più e i colpevoli dovevano pagare per i loro errori. Non si chiedeva di abbandonare il socialismo e non si protestava neppure contro l’occupazione sovietica: si pretendevano solo l’equità e la giustizia che erano state promesse loro.

Galvanizzati dal fatto che la polizia se ne stesse a guardare senza muovere un dito, i capi della rivolta avevano giocato il loro asso proclamando per l’indomani lo sciopero generale.

Proprio di questo stavano discutendo gli impiegati delle poste di Rathenow quando Rike entrò in ufficio. C’era chi capiva, ma non giustificava la disobbedienza degli operai; c’era chi sosteneva le loro ragioni a spada tratta; e c’era in- vece chi pretendeva l’intervento dei VoPos, la polizia del popolo, perché dietro a quello sciopero era evidente che si nascondessero gli agenti agitatori di Bonn.

«Con la voce di chi credete abbia appena parlato Scharnowski?» disse Naumann, il loro capo ufficio, un uomo sulla sessantina a cui la guerra aveva portato via una gamba e la gioia di vivere. Ernst Scharnowski era il segretario dell’Unione dei sindacati di Berlino Ovest e, alle cinque e trenta di quella mattina, aveva pronunciato ai microfoni della RIAS un discorso che sarebbe passato alla storia: «Non lasciateli soli nella loro protesta!» aveva chiesto ai lavoratori di Berlino Ovest, rivolgendosi però soprattutto a chi lo stava ascoltando nella Germania Est.

«Con la voce di Adenauer, ha parlato! E del suo padrone: Eisenhower! Quel cane di un imperialista!» sentenziò, fra i mugugni e i gesti d’assenso dei suoi colleghi e sottoposti.

Rike e le ragazze più giovani se ne stavano in silenzio ad ascoltare, i volti tesi e preoccupati.

«E Ulbricht, allora? Non parla con la voce di Stalin quando tradisce quello che ci aveva promesso?» ribatté Stoilov, uno dei più vecchi, che nel corso della sua esistenza era vissuto in quattro differenti Germanie. «E ora che Stalin è morto… Ora gli tocca parlare con la sua, di voce! E si vede che non ha proprio niente da dire!»

«Sì! È vero! Giusto!» gli fece eco qualcuno.

Altri, meno coraggiosi, borbottarono parole incomprensibili.

E Naumann: «State bene attenti a quello che dite! La rivoluzione, per essere portata a compimento, ha bisogno del sacrificio di tutti. E dico tutti! Pure del tuo, Stoilov, anche se so bene che sei un bravo lavoratore. Se c’è da stringere ancora di più la cinghia, insomma, la si stringe! Avete capito? Perché, ricordate che chi si tira indietro oggi… Ecco, domani sarà chiamato a risponderne davanti al popolo!»

Queste parole bastarono a placare gli animi, e a spegnere la radio.

«Su, ora tornate al lavoro!» concluse, soddisfatto della sua eloquenza. «Ma prima di farlo, è meglio che sbarriate la porta d’ingresso, che non si sa mai.» Quindi, a Rike e alle altre ragazze: «E per oggi le consegne sono sospese. Aspettiamo che la situazione torni alla normalità.»

Ma la situazione era ben lungi dal tornare alla normalità giacché la miccia che era stata accesa a Berlino aveva già dato fuoco alle polveriere della provincia, cosicché, mentre Naumann si stava sforzando di fare quello per cui era stato promosso, gli operai dell’industria ottica della città si stavano radunando davanti al municipio al grido: «Via il governo! Libere elezioni!» Una folla eterogenea, come quella che stava riempendo le piazze e le strade di Berlino, Magdeburgo, Halle, Lipsia, Görliz, Rostock e Jena, e di centinaia di piccole e grandi città fra il Baltico e la Cecoslovacchia.

Affacciata a una delle finestre del primo piano, Rike vide sfilare per le strade operai, contadini e bottegai, sotto un cielo di piombo che sembrava sul punto di cadere sulla città. Tutti col pugno alzato, tutti a lanciare parole grosse; alcuni con indosso la camicia azzurra dei giovani socialisti, col sole cucito sulla manica destra. Non era per niente un corteo pacifico come quelli di cui parlava la RIAS, ma una folla inferocita che la polizia osservava sfilare davanti a sé, a prudente distanza, più per paura che per solidarietà col popolo affamato e impoverito. Avessero avuto munizioni e mezzi a sufficienza, i VoPos avrebbero senza dubbio eseguito quello che era stato loro comandato: riportare l’ordine a ogni costo.

Col passare delle ore, l’atmosfera si fece sempre più tesa e alle minacce seguirono i fatti. La radio nazionale continuava a ripetere che gli insorti erano guidati da agitatori fascisti, e che erano stati presi d’assalto i comandi della polizia del popolo e le sedi del SED. A Halle gli insorti avevano addirittura fatto irruzione nelle carceri, e avevano liberato ladri e assassini. L’obbiettivo della rivolta era rovesciare l’ordine legittimamente costituito e, se non si interveniva, l’indo- mani i radioascoltatori si sarebbero svegliati in un paese che non c’era più.

Per tutta la mattina Rike si tenne a prudente distanza dalle domande dei colleghi. Non voleva essere coinvolta in discussioni pericolose e si sentiva come paralizzata dalla paura di ciò che sarebbe seguito a quello che sembrava l’inizio di una rivoluzione: ancora morte, ancora distruzione.

«Signorina Beck! Può andare a casa, se lo desidera» le disse Naumann nel primo pomeriggio, mentre, per distrarsi, si era messa a controllare per l’ennesima volta che la corrispondenza del giorno fosse stata suddivisa in modo corretto.

«Grazie, ma preferisco lavorare.»

«Mi creda. Non deve aver paura… I soldati russi hanno ricevuto l’ordine di riportare la calma.»

Rike annuì. Non riusciva ancora a immaginare che cosa significasse veramente quello che il suo capo le aveva detto, era sicura di volerlo sapere.

«Se posso, prima di andare via vorrei finire quello che ho cominciato.»

«D’accordo. Però, giusto per stare tranquilli, quando esce, veda di evitare le strade principali.»

Un’ora più tardi, Rike uscì dall’edificio per una porta secondaria. L’aria era intrisa dell’odore di legna bruciata e di slogan incomprensibili. Aveva smesso di piovere, ma il cielo prometteva di aprirsi di nuovo. Trascinò la bicicletta lungo i viottoli infangati, facendo come le aveva suggerito Naumann, ignara che, a poco più di un chilometro di distanza da lei, un gruppo di uomini stava trascinando Granzow verso la riva del fiume, colpendolo con calci, pugni, sputi, insulti e bastonate. Qualcuno aveva tirato fuori una corda da chissà dove, e in pochi attimi l’informatore era stato issato per il collo sul primo lampione che avevano trovato. Granzow soffocò lentamente davanti agli occhi voraci di un centinaio di persone. Un ultimo colpo di tronchese gli fratturò il cranio all’altezza della tempia destra, facendogli cadere l’occhio dall’orbita divelta.

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